
Preparazione del Sabba.
Incisione di Baldung detto
"Grien" (XVI secolo)

Tavoletta in legno
rappresentante Eva nella
funzione di demonio e strega
con testa di lupo e simboli fallici.
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Al grande sabba dell'Inquisizione
TONI
ROVATTI
" Le streghe sono capaci di far rivivere i morti ed entrare nei loro corpi putrefatti, e disseppellendo i cadaveri del cimitero preparano filtri d'amore o di odio; fingono di guarire dalle malattie senza niente sapere di medicina, volano per aria con la velocità del lampo inforcando scope o caproni unti con l'unguento diabolico ricevuto dalle grinfie di Satana in persona; e non basta: mangiano i bambini e dalle loro vulve fanno uscire bruchi e cavallette micidiali per i raccolti e le vigne [...]. Le streghe rinnegano la fede, orinano sull'ostia sacra, scoprono tesori, vale a dire casse colme di monete d'oro. [...] tengono osceni convegni, di danze e accoppiamenti lussuriosi e contro natura, quando Satana vestito di seta e dai piedi biforcuti appare contornato da uno stuolo di rospi in livrea e donne nude. Ma quei convegni diabolici sono soprattutto ricchi di succulenti banchetti, e parlar di cibo a sazietà, un cibo permesso solo alle streghe fu forse il colpo da maestro con cui Del Pozzo convinse i più a puntare il dito contro ogni donna sospettata".
Girolamo Del Pozzo - come ci racconta Vanna De Angelis in Il libro nero della caccia alle streghe, Piemme, - è un inquisitore ecclesiastico, domenicano, che nel 1587 apre in un paesino ligure, Triora, uno degli innumerevoli processi per stregoneria. Come ormai è usanza in tutta Europa, l'inizio degli interrogatori è preceduto da una predica in chiesa alla presenza di tutti. Un concentrato di informazioni raccapriccianti sul mondo della magia nera a metà fra la favola e l'incubo, assolutamente necessario per spaventare, per rendere edotta la popolazione sul potere e la malvagità delle streghe, per invogliare denunce e delazioni e contemporaneamente suggerire le risposte corrette alle future imputate. La predica iniziale non è affatto un elemento secondario o decorativo: solo attraverso di essa la logica - questa sì diabolica - dei processi alle streghe riesce a sopravvivere pressoché immutata per più di due secoli in tutta Europa. E' infatti attraverso prima le prediche e poi la produzione di una letteratura specifica, composta di manuali per portare a termine con successo i processi alle streghe, che si costruisce e si diffonde un immaginario terrificante, unico e consolidato, capace di giustificare la messa al rogo di migliaia di donne innocenti.
Sono gli stessi inquisitori a delineare, via via in maniera sempre più accurata, un mondo fantastico e fantasioso, paradossale ed ingenuo, che straordinariamente prende concretezza e acquisisce forza proprio grazie alle confessioni estorte alle accusate. Ogni presunta strega, quando finalmente cede agli interrogatori, racconta infatti sempre le stesse cose in ogni luogo e in ogni epoca, in quella che l'autrice definisce la vertigine dell'assenza dello scorrere del tempo. Perché esiste sempre e dovunque un solo modo per sottrarsi alla tortura e allentare la morsa dell'inquisizione: confessare e dire ciò che i giudici vogliono farsi raccontare e si aspettano di sentire. Tutto il resto viene frainteso e distorto. "Nel supplizio del cavalletto, Franchetta dice queste parole: aiutatemi signore Iddio, dammi aiuto e conforto... calatemi, la verità l'ho detta... tu sai chi sono, Iddio, che i giudici non possono saperlo... stringo i denti e diranno che rido".
A partire dai verbali dei grandi processi alle streghe questo libro tenta di ridare voce, se pur una voce distorta dalla paura e dai supplizi, alle vittime dell'inquisizione, ricostruendo le storie personali di una decina di donne accusate di stregoneria fra il 1300 e il 1600 in luoghi e condizioni diverse. L'autrice ci conduce per mano nella realtà concreta della persecuzione permettendo al lettore quell'identificazione che solo il dettaglio e le parole dirette sono in grado di offrire. Sceglie la strada della storia qualitativa in cui è proprio la narrazione di un destino individuale e dei sentimenti personali a fare da ponte fra epoche apparentemente così distanti. Le parole dette sotto tortura divengono allora una labile traccia emotiva capace di produrre empatia, anche se non va dimenticato che sono comunque sempre uomini, potenti e acculturati, coloro che trascrivono i verbali dei procedimenti, dando anche in questo caso una loro rappresentazione delle accusate. "Quanto agli aghi, era con essi che l'inquisitore affondava nelle membra della strega, legata e nuda, per cercare il segno del Diavolo, che poteva essere ovunque, nelle orecchie come nella vagina. Quando, perforando la carne, l'ago non produceva dolore, là era la prova che l'accusata apparteneva a Satana".
Se risulta molto complesso ricostruire lo stato d'animo e la reale condizione psicologica delle imputate di stregoneria, dato che i verbali possono rivelarsi una fonte indiretta, falsante o manipolata, i processi riproducono invece con fedeltà il complesso meccanismo attraverso il quale le donne vengono gradualmente ingabbiate, prima che dalle sbarre di una prigione, dalla cultura e dal pregiudizio. In ogni epoca infatti il processo giudiziario ha avuto il potere di trasformarsi in un momento fondamentale di ricontrattazione culturale dei confini della legittimità, in una fucina di immaginario simbolico, in un potente strumento di giudizio e di modificazione della percezione sul presente e sul passato, in cui la posta in gioco risulta essere molto di più della sorte del singolo imputato. Il processo, e ancor più la sentenza, possono acquisire dunque il ruolo di precedente strutturante e, proprio per questo, l'immagine che offrono della realtà è in grado di caricarsi di un'eccezionale forza suggestiva, capace di avvallare in un incomprensibile offuscamento della coscienza e della razionalità ciò che a uno sguardo esterno appare una palese opera di sterminio arbitraria e senza giustificazioni logiche.
Assumendo il punto di vista della vittima diviene allora straordinaria la fantasia e l'impegno che attraverso i processi alle streghe fra XIV e il XVI secolo la cultura alta, istituzionale e maschile profonde e mette all'opera per soffocare un mondo femminile popolare la cui creatività e libertà evidentemente annichilisce e terrorizza più del demonio. Questa sofisticata costruzione di un capro espiatorio che dura più di due secoli e a cui si fa risalire la colpa di ogni male - dalla carestia alla malattia, dalla morte di un figlio all'impotenza, fino al mancato amore di un coniuge - nasconde, oltre ad un facile alibi per scaricare e allontanare da sé aggressività e violenza - la strega è infatti sempre un'altra, altro da sé -, la paura per un potere femminile contemporaneamente arcaico e quotidiano.
Sopra ogni cosa le streghe sono pericolose in quanto ammaliatrici, detentrici del potere della seduzione e della sessualità. Capaci di corrompere l'uomo e di dare piacere, sono il principale nemico di un potere ecclesiastico che accetta l'atto sessuale solo in funzione procreativa. In ultima analisi le donne vanno controllate e sottomesse, spaventate e in alcuni casi annientate perché sono in grado di generare: sono indispensabili per la società, anche per quella angusta e rigidamente religiosa del medioevo che ostentatamente fa mostra di disprezzarle. Non si può assolutamente permettere che abbiano la libertà e la consapevolezza di gestire il proprio corpo, di intessere reti di solidarietà emotiva fatte di scambi di confidenze o di rimedi naturali contro il dolore, la malattia o addirittura gravidanze non desiderate. La cultura medica popolare, frutto della conoscenza delle erbe e del corpo, viene allora demonizzata, trasformata nel potere occulto della magia, dei sortilegi, delle pozioni che, prodotte prevalentemente con ingredienti che richiamano il corpo e la sessualità - come il sangue mestruale o lo sperma -, hanno il potere di assoggettare la coscienza e di mettere l'uomo in balia del femminile.
Nonostante quest'immensa opera di sopraffazione legalizzata e teorizzata, apparentemente implacabile, nelle confessioni delle donne accusate di stregoneria restano tracce di una libertà di pensiero che non si fa scalfire. E così il diavolo oltre ad essere descritto come un orrendo figuro con le corna, metà uomo e metà capro, violento e aggressore come vogliono i giudici, si trasforma anche in un animale domestico affettuoso o in un amante protettivo e caritatevole, custode di un mondo migliore e più umano. "L'inferno è bello e ci si sta a meraviglia. [...] il sabba è una festa bellissima: il Diavolo offre a ogni ragazza un fidanzato o un amante, poi la ragazza e il ragazzo si prendono teneramente per mano e se vogliono possono fare l'amore".
Solo quando questo infernale meccanismo di accusa, che si autoalimenta anche grazie alle piccole invidie o vendette di paese, arriva a prendere dentro le sue maglie adolescenti e bambini, la coscienza degli inquisitori comincia a vacillare e il dubbio delle atrocità commesse sembra insinuarsi. Solo di fronte all'innocenza dell'infanzia la forza del mito, come assoluzione dal senso di colpa, appare meno unitaria e monolitica.
Lo scenario che questo testo offre risulta a tratti - ad esempio nell'ossessione delle istituzioni ecclesiastiche e degli uomini per il controllo del corpo femminile o nel tentativo di imbrigliare l'autonomia e la sensibilità delle donne in prima istanza attraverso il pregiudizio di carattere sessuale - di tale attualità, che viene spontaneo sorridere e paradossalmente chiedersi quanto i processi alle streghe facciano davvero parte di una storia remota e siano realmente altro da noi e dalla nostra tradizione culturale; quanto poco in fondo, a nostra insaputa, ci distanzi da questo mondo mitico.
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