Articolo da "Il Manifesto" del 20 luglio 2004


Darfur, lo stupro come arma
Amnesty denuncia i crimini dei predoni. Khartoum ne condanna dieci al taglio degli arti

S. LI.
Le milizie janjaweed, attive nel Darfur con il sostegno del governo sudanese, sono responsabili di stupri sistematici, violenze di gruppo e altre atrocità nei confronti di donne tra gli otto e gli ottanta anni. La denuncia, basata su centinaia di interviste raccolte nei campi profughi in Chad, è stata lanciata ieri da Amnesty international in un rapporto intitolato «Sudan. Lo stupro come arma di guerra». L'organizzazione in difesa dei diritti umani ha censito almeno 250 casi in cui i predoni arabi avrebbero abusato di donne e di bambine, «spesso in pubblico, con una violenza estrema, senza risparmiare donne incinte». Da quanto emerge dai racconti citati dal rapporto, diverse ragazze sarebbero state rapite, ridotte in schiavitù e utilizzate dai janjaweed come oggetti sessuali.

Ma non solo le milizie irregolari sarebbero responsabili di questi crimini. Amnesty punta il dito anche contro l'esercito di Khartoum, che spesso lavorerebbe in stretta collaborazione con i predoni, coprendoli e partecipando alle loro razzie - come peraltro da tempo denunciano varie organizzazioni umanitarie.

Nell'accusare i janjaweed e il governo di Khartoum, Amnesty non risparmia i suoi strali nei confronti della comunità internazionale. «Gli stupri di massa in corso nella regione sudanese rappresentano crimini di guerra e crimini contro l'umanità, ma la comunità internazionale sta facendo veramente poco per fermarli», si legge nel rapporto. L'organizzazione ha rivolto una richiesta alla comunità internazionale affinché «affronti la questione degli stupri in modo più serio e determinato, inviando immediatamente personale medico preparato che possa prendersi cura delle sopravvissute». Amnesty International chiede inoltre che tutte le parti in conflitto fermino immediatamente e condannino pubblicamente l'uso dello stupro come arma di guerra e adottino misure per garantire la protezione della popolazione civile; che le milizie janjaweed siano smantellate; che sia immediatamente nominata una Commissione d'inchiesta e che si arrivi a sottoporre alla giustizia gli autori delle violenze».

Quasi a raccogliere l'appello lanciato da Amnesty, ieri è arrivata la prima condanna da parte del Sudan dei janjaweed. Il tribunale di Nyala, capitale del Darfur meridionale, ha condannato 10 predoni per le loro violenze. La pena, secondo la versione della shari'a (legge islamica) in vigore in Sudan, è particolarmente feroce: amputazione di un piede e di una mano, più sei anni di carcere per omicidio e saccheggio.

Con questa sentenza, probabilmente pilotata dal governo sudanese, Khartoum cerca di convincere il mondo della sua estraneità dalle malefatte dei janjaweed; un'estraneità che proclama da sempre senza grande convinzione.

Nel frattempo, si sono bloccati i negoziati avviati con la mediazione dell'Unione africana tra il governo centrale e le due formazioni ribelli attive nel Darfur - il Justice and Equality Movement (Jem) e il l'Esercito/Movimento di liberazione del Sudan (Sla/m). Khartoum ha respinto le condizioni dei guerriglieri, che chiedevano segnatamente la possibilità di accesso alla regione per l'apertura di un'inchiesta internazionale per genocidio.

La situazione sul terreno resta critica: con l'inizio della stagione delle piogge diventa sempre più difficile soccorrere gli sfollati del Darfur - sia quelli rimasti nell'area, sia i circa 200mila ammassati nei campi profughi approntati nel vicino Chad. L'Organizzazione mondiale della sanità ha avvertito che «una catastrofe sanitaria potrebbe colpire il Darfur se non sono messi a disposizione rapidamente fondi ed equipaggiamenti per combattere malattie e malnutrizione».