Articolo da "La Repubblica" del 30 dicembre 2002.
Un´inchiesta Usa conferma la denuncia di due organizzazioni non governative: le violenze contro le etnie shan e karen

Birmania, le schiave del regime stuprate per cancellare un popolo
Il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha chiesto chiarezza sulla vicenda

RAIMONDO BULTRINI
CHIANG MAI - «Quando gli 80 tatmadaw, i soldati birmani, arrivarono lungo la strada che costeggia la foresta vicina a Murng Hsat, tre ragazze di etnia shan dai 18 ai 24 anni stavano raccogliendo legna per il fuoco. Il capitano del battaglione, Htun Kyaw, prese la più giovane e la costrinse a seguirlo nel bosco dove la violentò. Poi diede le altre ai suoi ufficiali inferiori e alla fine tutte e tre furono picchiate a morte dai soldati con dei bastoni».

È solo un passaggio di uno dei rapporti più agghiaccianti mai usciti sull´attività delle truppe birmane nello Stato degli shan, la minoranza più consistente del paese, governata col pugno di ferro dal regime dei militari di Rangoon.

Secondo la denuncia, i soldati regolari hanno sistematicamente violentato tra il 1996 e il 2001 oltre 600 donne e ne hanno uccise più di 150. Elaborati a giugno dalla Fondazione per i diritti umani degli shan e dalla Rete di azione delle donne shan, i dati del dossier hanno talmente impressionato le autorità statunitensi da convincerle ad avviare un´indagine parallela, che ha confermato molte delle circostanze citate, tanto che il Dipartimento di Stato Usa ha chiesto ora una «inchiesta ampia e indipendente» alle Nazioni Unite.

La notizia è stata accolta con un certo scetticismo negli ambienti dei dissidenti birmani che vivono vicino ai confini tra Thailandia e Birmania, secondo i quali una inchiesta ufficiale condotta assieme alle autorità responsabili degli scempi non porterà a nessun risultato. Ma la stessa Nobel della pace Aung San Suu Kyi, che guida la Lega nazionale per la democrazia, ha fatto sapere con discrezione che è necessaria un´inchiesta imparziale, soprattutto dopo che le è stato sistematicamente impedito di incontrare da sola esponenti della minoranza durante il suo recente tour tra le popolazioni shan.

Il dossier è intitolato "Licenza di stuprare", ed è stato diffuso in occasione del compleanno di Aung San Suu Kyi. Elenca minuziosamente le 172 località dove sono avvenute le 625 violenze carnali, il numero delle vittime, più di 150 donne, di battaglioni coinvolti (ben 52), il numero di contadini (300mila) "ridislocati", ovvero costretti con la forza a trasferirsi in altre zone per non rafforzare o sostenere il potere della guerriglia separatista dell´Esercito di Liberazione shan.

C´è anche la significativa percentuale statistica degli ufficiali (83 per cento) che hanno partecipato agli stupri, spesso di massa, nei villaggi, nei centri di "ridislocazione", nelle stesse caserme dell´esercito, nelle prigioni più o meno improvvisate dove la detenzione delle ragazze durava più a lungo secondo il grado d´avvenenza fisica delle prigioniere, ridotte a schiave obbligate a servire in tutto e per tutto i loro aguzzini.

Quando l´inviata del consolato americano di Chang Mai si è recata nell´agosto scorso nei campi profughi al confine thailandese dove si sono rifugiate le sopravvissute, ha potuto verificare la veridicità delle accuse durante una serie di drammatici incontri con le donne nei villaggi citati dal rapporto. Le ragazze più giovani - ha riferito - «si presentavano ancora sotto choc», e le più anziane «singhiozzavano violentemente» al ricordo degli stupri subiti anche più di una volta, o di quelli ai quali hanno dovuto assistere.

Almeno dodici interviste dell´inviato americano hanno confermato la sostanza delle denunce. Come la storia di alcune studentesse sequestrate a scuola per aver parlato dei soprusi birmani e violentate per quattro giorni e quattro notti dai soldati di una guarnigione. E sebbene i casi siano per ora limitati alla fine del 2001, viene citato anche lo stupro di una ragazzina tredicenne avvenuto nel giugno di quest´anno.

Ancora più giovane, 12 anni, fu la vittima di un´esecuzione "esemplare" nel villaggio di Nawng Kaw, dov´era stata "ridislocata" con la sua famiglia. Venne violentata da un capitano e poi uccisa dai soldati mentre portava al pascolo gli animali, infine lasciata a terra perché tutti potessero vederla. Ai parenti disperati fu impedito addirittura di riprendersi il corpo, perché la sua morte «doveva restare un monito per tutti gli altri di non seguire i ribelli shan».

Sono storie che tutti conoscono in questo spicchio dell´Indocina dove si combatte una guerra in gran parte ignorata dal mondo tra minoranze divise e deboli e il "Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo", Spdc, come si fa chiamare il governo dei generali che ha recentemente liberato Aung San Suu Kyi e altre decine di prigionieri politici, ma che non sembra disposto a cedere nemmeno un millimetro di potere sul territorio.

Secondo altri dossier non meno dettagliati, le violenze non riguardano infatti solo le donne shan, ma anche le karen, un´altra etnia in lotta con Rangoon per riconquistare l´indipendenza, i cui villaggi sono stati rasi al suolo e le popolazioni trasferite forzatamente tra violenze indicibili. Secondo le tabelle delle organizzazioni per i diritti umani, lo stupro come arma del terrore è aumentato drammaticamente dai 6 casi denunciati nel 1996 ai 186 del 2001.

I generali hanno negato ogni accusa e pubblicato il testo di una "controinchiesta" dalla quale risulterebbe che gran parte degli stupri denunciati sono stati «inventati», oppure erano «frutto di consenzienti relazioni sessuali» da parte di soldati, ufficiali e ragazze shan. Ma i dissidenti sostengono che le violenze sessuali non sono altro - dal punto di vista dei militari - che una «tattica di guerra» per mantenere le popolazioni nel terrore e impedire la loro ribellione generale.

Di tattiche e strategie i generali ne hanno però storicamente utilizzate molte per mantenere il controllo sulle numerose minoranze del suo territorio, compreso il "cessate il fuoco" con i trafficanti di droga del Triangolo d´Oro della minoranza wa. Ricchi e potenti, gli wa controllano anche una parte dello Stato di shan, spesso operando - secondo numerose denunce - vere e proprie «pulizie etniche» assieme alle truppe governative.

Nel rapporto non è specificato però se tra gli stupratori ci fossero anche soldati di quello che è considerato dalla Cia il più grande esercito di narcotrafficanti del mondo. Sarebbe l´ultima tragica beffa per quanti avevano ritenuto ormai riaperta la strada della democrazia nel paese dopo la liberazione di Aung San Suu Kyi e di alcune centinaia di dissidenti.