Articolo da "La Repubblica" del 4 marzo 2004

SBATTUTA PER TERRA E VIOLENTATA

Anticipiamo un brano del libro "Una donna a Berlino- Diario aprile-giugno 1945"

L´ufficiale si intromette, senza tono di comando, da pari a pari. Più volte colgo l´espressione «Ukas Stalina» ordine di Stalin. Questo ordine sembra riguardare il fatto che «cose del genere» non devono capitare. Però, naturalmente, capitano, come l´ufficiale mi fa capire scrollando le spalle: Uno dei due ammoniti protesta. Ha il volto alterato dall´ira: «Ma che cavolo? I tedeschi cosa hanno combinato con le nostre donne?». Urla: «Mia sorella l´hanno?», eccetera, non capisco ogni parola, ma il senso sì.

Per un po´ l´ufficiale cerca ancora di persuadere l´uomo con calma. Intanto si allontana lentamente in direzione della porta, ha già fatti uscire entrambi. La moglie del panettiere chiede, con voce strozzata: «Se ne sono andati?».

Annuisco, ma per prudenza esco ancora una volta nel corridoio buio. E lí mi prendono. Stavano appostati.

Grido e grido?Dietro di me la porta della cantina si chiude pesantemente.

Uno mi tira per i polsi, su per il corridoio. Ora mi tira anche l´altro, mettendomi la mano sulla gola, in modo che non possa, non voglia più urlare per timore di essere strangolata. Entrambi mi strattonano, sono già a terra. Dalla tasca della giacca qualcosa cade tintinnando. Devono essere le chiavi di casa, il mio mazzo di chiavi. Mi trovo con la testa posata sul gradino più basso della scala che porta in cantina, sulla schiena sento le mattonelle umide e fresche. Di sopra, attraverso la fessura della porta, entra un po´ di luce, uno dei due fa la guardia, mentre l´altro mi strappa la biancheria, si fa strada con violenza?

Con la sinistra tasto per terra, finché ritrovo il mio mazzo di chiavi. Lo stringo saldamente con le dita della mano sinistra, con la destra mi difendo, ma non serve a nulla, ha semplicemente strappato il reggicalze. Mentre barcollando tento di alzarmi in piedi, il secondo si getta su di me, costringendomi a terra con i pugni e le ginocchia. Ora è l´altro a fare il palo, mormora: «Presto, presto?».

A quel punto sento delle forti voci russe. Una luce. Qualcuno ha aperto la porta: da fuori entrano due, tre russi, la terza figura è una donna in uniforme. Ridono. Il secondo, disturbato, è scattato in piedi. Entrambi escono ora con gli altri tre, lasciandomi a terra.

Mi sono arrampicata su per la scala, ho arraffato le mie cose, strisciando lungo la parete verso la porta della cantina. Che intanto era stata sprangata dall´interno. Io: «Aprite, sono sola, non c´è più nessuno!».

Finalmente le due leve di ferro si aprono. Dentro il popolo della cantina mi fissa. Solo adesso mi accorgo dello stato in cui sono. Le calze penzolano giù sulle scarpe, i capelli sono arruffati, in mano ho ancora i brandelli del reggiseno.

Mi metto a urlare. «Porci! Mi hanno stuprata due volte, e voi chiudete la porta lasciandomi lí come un pezzo di merda». Mi volto e faccio per andarmene. Dietro di me prima silenzio, poi esplodono. Tutti parlano, gridano, litigano, si agitano.