Articolo da "Il Manifesto " del 3 gennaio 2006


Volto, volto delle mie brame
Il recente caso di trapianto facciale eseguito in Francia pone con particolare rilievo il nesso, più volte esplorato dal cinema, fra identità di genere e chirurgia estetica. Lo analizza con un'ottica inusuale un saggio da poco uscito negli Usa, Amending the Abject Body di Deborah Caslav Corvino

ANNA CAMAITI HOSTERT
«Cosa accade all'identità di genere, quando il corpo umano è fratturato in organi, fluidi e codici genetici? In un corpo tecnologicamente ricostruito come e, soprattutto, dove si colloca il gender? Il ricorso sempre più frequente alla ridefinizione tecnologica del corpo umano suggerisce che il gender è maturo per una ricostruzione»: già nel 1992 in un saggio intitolato On the Cutting Edge. Cosmetic Surgery and theTechnological Production of the Gendered Body, Anne Balsamo, studiosa statunitense dei rapporti fra cultura e nuove tecnologie (è lei fra l'altro a dirigere attualmente l'Institute for Multimedia Literacy presso la University of Southern California), poneva alcuni interrogativi cruciali sulla intima connessione fra identità di genere e chirurgia estetica. Dopo avere compiuto una distinzione tra chirurgia plastica ricostruttiva e cosmetica, Balsamo concludeva che le donne, ben lungi dall'essere semplicemente vittime passive di un immaginario maschilista, divengono, proprio attraverso la chirurgia, protagoniste del loro futuro. E a questo proposito introduceva il concetto di fashion surgery, attraverso cui le donne usano i loro corpi come mezzi per rappresentare e mettere in scena - alla lettera to stage - identità culturali diverse. Anche se i chirurghi plastici hanno ideali di bellezza che corrispondono a immaginari ancora troppo maschilisti, occidentali e bianchi, è importante sottolineare il fatto che di fronte a questa scelta le donne pensano al loro corpo come a qualcosa di manipolabile e trasformabile. Lo fanno divenire, come direbbe Donna Haraway, agente attivo di significazione per se stesse e per gli altri. Ciò determina una vera e propria ridefinizione della propria identità di genere, legata in questo caso addirittura a una tale modificazione dei tratti fisici individuali da porre di fronte anche alla possibilità estrema di non riconoscersi - l'incontro con l'ignoto, insomma. Di qui il paradosso: come è possibile ridefinirsi in termini di genere senza sapere dove ci porterà quello che stiamo facendo? Senza sapere addirittura se di fronte a uno specchio - quello specchio che, per evocare Lacan, ci restituisce la prima immagine compiuta della nostra identità - ci potremo riconoscere?

È molto probabile che abbia provato questa paura anche la donna francese di cui le cronache di tutto il mondo si sono occupate nelle scorse settimane perché il suo volto, irreversibilmente deturpato e danneggiato dai morsi di un cane, è stato sottoposto al primo trapianto facciale della storia. La donna, che ha voluto mantenere segreto il suo nome, ha deciso di affrontare il delicatissimo intervento per riacquistare una mobilità facciale che le permettesse di parlare e di mangiare, nonostante tutti i rischi medici e psicologici che l'operazione ha comportato, compresa la possibilità di sviluppare cellule tumorali dovute ai farmaci che aiutano a combattere la possibilità di rigetto dei tessuti trapiantati. Ma quello che più conta qui è che il suo volto, come si è letto in tutti i resoconti del fatto, non assumerà i tratti della donatrice, né ritornerà ad avere quelli precedenti all'incidente: il suo volto, tertium datur, non sarà né l'uno, né l'altro, ma una terza cosa alla quale la donna dovrà abituarsi.

Quello che finora faceva parte dell'immaginario collettivo cinematografico e televisivo è divenuto una realtà. Alla possibilità di trasformare radicalmente la propria faccia, il grande schermo ci aveva infatti abituato in largo anticipo, con film come Volto di donna di George Cukor, del 1941 (rifacimento di un film svedese del `38 con Ingrid Bergman), in cui la protagonista Joan Crawford, cambiando i propri connotati, subisce anche una trasformazione interiore, o come La fuga di Delmer Daves, del 1947, con Humphrey Bogart in cerca di una nuova identità, o come l'horror francese Occhi senza volto di Georges Franju, del 1960, in cui un famoso chirurgo uccideva giovani donne togliendo loro brandelli di pelle del volto allo scopo di ricostruire quello deturpato della propria figlia. Fino a giungere, in tempi più recenti, a Face/Off di John Woo (1997), in cui John Travolta e Nicolas Cage si scambiano i connotati e le identità, assumendo anche i tratti caratteriali dell'altro. Né la televisione è da meno: basti pensare alla recente serie Nip/Tuck in cui si esplorano i limiti estremi della chirurgia plastica o al reality show The Swan, dove la possibilità di mutare identità grazie al bisturi trova una accettazione pressoché unanime tra i partecipanti.

Ma il caso della donna francese non può non evocare soprattutto la pratica del passing, quel processo di sperimentazione fra identità molteplici che, nei momenti di ridefinizione del proprio sé, riporta l'accento più sul viaggio che sul punto di partenza o di arrivo, creando certamente momenti di disorientamento e paura, ma anche di eccitazione dovuta proprio alla potenzialità delle trasformazioni in atto. In questo senso può risultare utile la lettura di un testo decisamente originale, uscito da poco negli Stati Uniti, Amending the Abject Body di Deborah Caslav Covino, edito per la State University of New York Press. Qui l'autrice riconduce l'estetica della chirurgia plastica al concetto di «abiezione» così come viene teorizzato da Julia Kristeva. «L'abiezione - scrive infatti Covino - ci ricorda che siamo animali, esseri mortali, corpi materiali e che non ci sono confini impenetrabili tra quello che siamo e quello che di noi respingiamo, tra quello che vogliamo espellere e quello che è contenuto in noi». In questa ottica, la decisione di andare selettivamente sotto i ferri del chirurgo riconduce l'abiezione all'interno di un immaginario collettivo in cui il richiamo della chirurgia estetica «mira alla ricerca di una partecipazione sociale come insistente impulso individuale verso un progetto sociale di gruppo».

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