Articolo da "Il Manifesto" del 21 novembre 2002
Permesso di transito

Il soggetto nomade di fronte alle sfide della globalizzazione e alle opportunità offerte da una Europa che sempre più tende a caratterizzarsi come spazio marginale e periferico. Per Luca Sossella, l'ultimo lavoro di Rosi Braidotti

LAURA LANZILLO
In questa piccola fetta di pianeta che anche noi abbiamo la ventura di abitare dopo l'11 settembre 2001 nel discorso pubblico e in quello politico, anzi nel discorso pubblico e politico maschile sembra sia diventato impossibile non affrontare le questioni che ineriscono il vivere associato, l'esistenza dello spazio comune, le relazioni (pubbliche o private che siano) fra individui, in termini di continua e violenta opposizione: Occidente contro Islam, civiltà contro barbarie, cattolici contro musulmani, identità contro cosmopolitismo, cittadini contro clandestini, nazioni contro nazioni, culture contro culture. E ovviamente anche la politica italiana non si sottrae alla discussione. Uno degli ultimi grotteschi episodi che animano il misero dibattito pubblico italiano è la questione del crocifisso, imposto dal ministro Moratti in ogni aula di scuola, richiesto - con la proposta di un disegno di legge presentato da zelanti esponenti della Lega - in tutti gli uffici pubblici. Perché? Perché contraddistinguerebbe l'identità nazionale italiana; perché - secondo le parole di Baget Bozzo - sarebbe «espressione di civiltà». E di nuovo abbiamo assistito a pagine di giornali, interviste, inchieste e sondaggi su «siete d'accordo sul crocifisso nelle scuole?», «lei, che cosa appenderebbe sul muro del suo ufficio?» e amenità varie. Fino alle proposte di affiggere sui muri delle scuole anche i simboli delle altre religioni, in modo da trasformare il muro che sta dietro la cattedra e che tutti ricordiamo triste, sporco, un po' scrostato e leggermente ammuffito in un bel patchwork colorato su cui gli alunni possano fissare l'attenzione e distrarsi un po' dalle lunghe e «noiose» lezioni che quotidianamente li tormentano. Una bella soluzione, vero? Degna di una politica di sinistra e progressista, all'insegna della tolleranza e del multiculturalismo e che si oppone all'intolleranza e all'arroganza del potere della destra di governo. Ma siamo sicuri che le retoriche della tolleranza e del multiculturalismo di cui si fa paladina una certa parte della sinistra siano davvero strategie politiche alternative e opposte alle logiche identitarie di esclusione, di violenza, di confinamento e di dominio che guidano oggi tragicamente tanto la politica estera di George Bush jr. quanto la politica interna italiana (ma non solo italiana) che emana la legge Bossi-Fini e i decreti sul crocifisso?

Una nuova occasione per riflettere su questi temi, finalmente in maniera non dogmatica, ma come assunzione problematica delle ferite e delle sfide che il nostro tempo offre sia alla riflessione sia alla pratica politica, è il nuovo libro di Rosi Braidotti, Nuovi soggetti nomadi (Luca Sossella editore, pp. 202, euro 15,00). Braidotti, teorica femminista, docente di women's studies all'università di Utrecht, ripresenta con questo volume la sua teoria e pratica del soggetto nomade, già esposta in un famoso libro del 1994, pubblicato in Italia da Donzelli nel 1995 con il titolo Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità. A quel testo, di cui vengono ripubblicati i primi quattro capitoli, è oggi aggiunto un nuovo capitolo Genere, identità e multiculturalismo in Europa. È in queste ultime pagine che Braidotti prova ad andare oltre le teorie del pensiero critico (che pure è tra le fonti primarie della sua riflessione) che vedono un'Europa il cui destino, fato ineludibile sarebbe la propria decadenza, il proprio tramontare, prolungato in un'inesauribile agonia. Braidotti pensa invece all'Europa come spazio di quel soggetto nomade che non abita il centro - come il soggetto della modernità -, ma che viaggia nella periferia di uno spazio che non è più immaginato e vissuto come omogeneo e omogeneizzante, quale era quello degli Stati-nazione, ma che è tutto quanto periferia, margine, differenza, pluralità, in questo senso multiculturale.

Contro le coazioni identitarie a cui è fin dall'origine sottoposta la politica moderna Braidotti riafferma (e di recente lo ha fatto anche sulle pagine di questo giornale in due interviste rilasciate a Ida Dominijanni) la scommessa nei confronti delle «soggettività nomadi e diasporiche che si possono coalizzare contro le identità fisse e la retorica nazionalista e razzista» (vedi il manifesto del 13 settembre scorso). La soggettività nomade, di cui manifestazione precipua è la soggettività femminile, è una possibile risposta alla crisi del soggetto moderno razionale, di cui emblema è l'individuo cittadino maschio proprietario. Alle strategie di omologazione e identificazione che governano la costruzione dell'individuo abitante dello Stato si oppone un'ottica che dà priorità alla differenza sessuale, ambito nel quale avviene la relazione di riconoscimento delle differenze (e non solo delle uguaglianze) tra donne e tra donne e uomini. «Poiché classe sociale, razza, appartenenza etnica, genere, età e altri tratti specifici sono gli assi di differenziazione che, intersecandosi e interagendo, costituiscono la soggettività, la nozione di nomade si riferisce alla simultanea presenza di alcuni o molti di questi tratti nello stesso soggetto».

In un continuo dialogo con gli apporti più fecondi della riflessione del pensiero femminile (dalle teoriche della differenza sessuale francesi e italiane alle pensatrici influenzate dal pensiero critico, dal radicalismo lesbico alle pensatrici post-coloniali, dall'empirismo femminista alla teoria del feminism standpoint), ma anche con la riflessione filosofica poststrutturalista o le analisi critiche ai concetti di nazione, identità, cultura che provengono dall'antropologia o dai postcolonial Studies, Braidotti mette ora a verifica la figura della nomade di fronte alle sfide della globalizzazione e prova a «collocarla» concretamente nel nuovo spazio dell'Unione Europea. Al nazionalismo europeo, al mito dell'omogeneità culturale e della whiteness, e cioè l'essere bianchi come valore che fonda e normalizza le dinamiche di potere che certificano il dominio del bianco (il non colore) sugli altri colori e su cui si costruirebbe la presunta identità europea, Braidotti oppone la realtà della whiteness, il suo essere cioè colore fra i colori, segno di collocamento, differenza non escludente, ma che dalla consapevolezza e responsabilità di sé e di ciò che quella differenza significa si apre alla relazione con le altre differenze. «Essere un soggetto nomade europeo significa essere in transito all'interno di differenti formazioni identitarie ma allo stesso tempo sufficientemente ancorati a una posizione storica da accettare di assumersene la responsabilità».

Il multiculturalismo di cui ci parla Braidotti è allora solo apparentemente parola identica a quella che usano i teorici nord-americani, alla Walzer o, da noi, alla Sartori. Se in questi ultimi multiculturalismo di fatto indica una strategia di potere non molto dissimile da quella veicolata in età moderna attraverso il concetto di tolleranza, poiché diventa nei fatti strategia di esclusione di chi non fa parte della comunità, in Braidotti multiculturalismo diventa parola e concetto nuovo, che apre a una pratica politica nuova, fondata sull'originario differire da sé del soggetto (di cui ognuno fa esperienza nel distacco dal corpo della madre al momento della nascita) e che a partire da ciò riflette non sull'omogeneità artificiale della comunità politica, ma sullo squilibrio sociale che agisce positivamente la politica. Una soggettività che alla sicurezza dei confini e dell'autoidentificazione come costituzione-isolamento del sé oppone la contaminazione, l'ibridazione, il contatto fra i corpi, l'esodo da sé e dalla propria signoria di potere e dominio. Vicina alle riflessioni sulla questione multiculturale proposte da Stuart Hall o da Moulier-Boutang, Braidotti oppone a un'idea di cultura come sostanza o bagaglio «etnico» naturale, che ognuno di noi porterebbe con sé, la forma della differenza, snodo imprescindibile per pensare e praticare lo spazio europeo come spazio marginale, «progetto aperto e multistratificato».

Il razzismo, il fondamentalismo religioso, la militarizzazione e la virilizzazione della sfera pubblica e della vita quotidiana, di cui prime vittime sono i corpi senza vita che ormai quotidianamente approdano sulle nostre spiagge testimoniano che lo spettro della «Fortezza Europa» è oggi una tragica realtà, che se esclude chi europeo non è, al tempo stesso rende noi, europei, prigionieri delle sue stesse mura. Il libro di Braidotti ci ricorda tuttavia che la «Fortezza Europa» non è il nostro fato ineludibile, ma che ad essa si può sostituire un'altra Europa, un'Europa che al lessico maschile della guerra e della violenza, dell'identità e della tolleranza opponga la parola femminile della relazione, del dialogo, della responsabilità «nei confronti di quella particolare fetta di periferia del mondo che ci tocca di abitare».