Immagine:Guy Bourdin
Articolo da "Il Manifesto" del 28 neovembre 2004


Riproduzione androgina
La terza coreografia dell'ungherese Eszter Salamon

Danza «Reproduction», in scena nella Galleria d'arte moderna di Bologna per la rassegna «Gender bender». (foto di Katrin Schoof)

G. MAN.
BOLOGNA
Nella locandina di Reproduction i nomi degli (delle?) otto interpreti appaiono puntati, a nascondere parte delle loro identità. La parte che d'abitudine dichiara fra l'altro il genere sessuale. È questo il filo che tiene visibilmente la creazione di Eszter Salamon presentata alla Galleria d'arte moderna nella rassegna Gender bender. Ungherese di nascita e di formazione classica, Eszter Salamon ha lavorato per un decennio in Francia con diversi coreografi (a Bologna la si era vista tempo fa come interprete del solo Giszelle creato per lei da Xavier Le Roy). Dal 2001 vive a Berlino, centro della danza contemporanea più innovativa, dove è nata questa androgina coreografia, la terza che firma in proprio, ideale prosecuzione di un precedente lavoro con 18 donne dai 7 ai 70 anni. Che siano corpi femminili quelli che si nascondono dentro quei brutti abiti maschili, dietro quelle pelurie di barbe e baffetti, da ragazzotti di periferia urbana, non ci vuole molto a indovinarlo. Non è in gioco l'incertezza dell'identità sessuale, semmai l'idea che anche questa è rappresentazione, performance. E tuttavia è difficile evitare una sorta di disagio o di spaesamento, per gli spettatori seduti a margine dei quattro lati della grande piattaforma quadrata su cui agiscono le danzatrici. Sarà forse per una condivisione della vertigine che provoca il travestimento, l'agire (e veder agire) nel corpo di un altro. All'inizio sono distanti, riverse a terra, si muovono con gesti lentissimi, in una specie di rallentato. Poi quel lento movimento le porta l'una verso l'altra, a formare delle coppie disomogenee e apparentemente casuali, in cui presto erompe un'irrefrenabile frenesia erotica, ma rallentata anche questa. Senza gioia, anzi con una concentrazione quasi dolorosa nei loro gesti che moltiplicati per il loro numero acquistano un'ossessiva ridondanza.

Nella seconda parte, le stesse interpreti ritornano travestite da donna, cioè indossando su quel loro putativo corpo maschile (stesse barbe e baffi) abiti femminili. Per riprendere così quei precedenti lenti amplessi, in una combinazione sempre più complessa e multipla di corpi, fino a tornare nelle solitarie posizioni di partenza. Giacché non c'è un punto d'arrivo, ma solo un dubbioso periplo intorno alle leggi del desiderio. Sulla zattera di Reproduction lo sguardo dello spettatore fa naufragio, ed è un felice naufragare.