IL SIGNORE DEI MACELLI
Naturalmente ce n'è sempre più di uno in giro per i quattro angoli del mondo; ma quel signore, Ariel, dal nome di un detersivo, davvero ce la sta mettendo tutta per eliminare le macchie di leopardo sparse su quella terra che lui vuole sua ovvero allo stato d'Israele, del quale egli ne è l'incarnazione. Ariel Sharon dunque; su di lui da alcuni anni gira sul web una petizione affinchè, dopo Sabra e Chatila, sia indagato per crimini contro l'umanità. Naturalmente le petizioni valgono quel che valgono, o valgono per chi non vuole sentirsi impotente davanti all'insistere su quelle macchie che poi, sono terra, case, donne, uomini, bambini e bambine assediati, affamati, ammazzati. Perchè questo avviene del popolo palestinese; oggi più che mai con la scusa della lotta al terrorismo, che mai è stato alibi più efficace per portare a compimento quella che: chiamata “Operazione Inferno”, nel cassetto di Sharon, aspettava da lungo tempo di essere realizzata. Eliminare Arafat quale autorità riconosciuta con cui negoziare, spingere i palestinesi alla guerra civile, occupare sempre maggiori porzioni di territorio, realizzare il Grande Israele tanto caro al likud e al movimento sionista. Una guerra di colonizzazione, una guerra di conquista, una guerra per il controllo delle risorse (acqua!). Nell'epoca della globalizzazione, una vecchia guerra coloniale. Così la qualifica Robert Fisk e ricorda l'ultima guerra di questo tipo in quella della Francia in Algeria; quando la grandeur l'aveva conquistata e vi aveva insediato interessi e fattorie; allorchè gli algerini chiesero l'indipendenza, li chiamarono “terroristi”, spararono sui loro dimostranti, torturarono i loro guerriglieri e ammazzarono e ammazzarono... quello che da giornalista descrive Fisk, per buona parte, è sicuramente vero.

Le Donne in Nero di ritorno dalla Palestina ci hanno raccontato di come gli israeliani avanzano nei territori palestinesi; intorno fanno terra bruciata, la distruggono che non possa più essere coltivata, costruiscono insediamenti come fortini su alture dalle quali possono dominare il paesaggio, nei luoghi conquistati, vi piazzano le avanguardie di nuovi insediati (coloni reclutati anche in giro per il mondo con la lusinga di maggior benessere; - adesso è il turno degli argentini), armati fino ai denti e ben protetti dall'esercito. Non potendo deportare in massa il popolo palestinese, questo viene tenuto in condizioni di terrore in villaggi che sono prigioni a cielo aperto, suscettibili di essere distrutte in qualsiasi momento, presi per sfinimento, per fame, accerchiamento e nella tortura dei ceck point che rendono quasi impossibile ogni spostamento per lavoro o malattia o qualsiasi cosa, anche a piccole distanze.

Gli israeliani sanno che cosa vuol dire l'annientamento di un popolo perchè come ebrei conservano l'indelebile memoria dell'olocausto patito, ma ora, ora che il popolo d'Israele si incarna e si identifica nello stato israeliano, le potenti strutture del dominio radicate nelle menti, in commistione con un orrendo mix religioso cancellano ogni coscienza della stessa pratica di genocidio che si sta attuando sul popolo palestinese. Da questo emergono ciclicamente i signori dei macelli (vi ricordate Tudjman e Milosevic di non molti anni fa?); da questo sono generati: dalla volontà di creare stati mononazionali: Grande Croazia, Grande Serbia, Grande Israele... a suon di annientamento per genocidio delle diversità etnico-linguistiche. E per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, c'è sempre una sottile affinità con molte situazioni in -chiamiamoli così- stati “stabilizzati” dove l'annientamento delle minoranze non necessariamente è compito da macellaio perchè è più soft, strisciante, latente e la distruzione di solito è indolore. Si perde la lingua sostituita da quella di stato, si perde la terra arraffata dalle mafiette locali, nazionali o internazionali, si perde l'aria inquinata dalla colonizzazione industriale, si perde l'acqua (le nostre fontane!- lotteremo perchè questo non avvenga!) rubata dalle multinazionali... e un popolo si perde, nel nulla dell'insignificanza globale e della violenza burocratica statale.

Un brutto affare, reso sempre più confuso dal sovrapporsi dei molti discorsi contro la globalizzazione nei quali, nonostante tutto, ristagna una pesante distorsione del pensiero. Non si può essere “No border” e chiedere uno stato per la Palestina; l'idea che un popolo non possa esistere se non in forma statale e che la convivenza fra diversi non possa non essere istituzionalmente mediata rappresenta un continuo depistaggio dall'individuare la reale natura dei problemi che poi sono l'origine dei conflitti.

L'occupazione dei territori è continuata anche con i precedenti governi più moderati; ora il signore dei macelli farà in modo che si arrivi al mattatoio finale perchè tutto gli gira a favore, da quel loffio- mezzo mentecatto di Bush, all'escalation dell'autodistruzione da kamikaze (ora anche le donne), lo vediamo ogni giorno nei telegiornali... ma la situazione disperata non toglie che non si debba fare uno sforzo in più per andare oltre un'implorazione di pace, (che peraltro poco dipende da noi); ma che la storia disperata di altri sia anche nostra nel senso che ci deve insegnare - a noi che siamo ancora in tempo - a fare la cosa giusta innanzitutto nel nostro piccolo (che nol'è pûc).

Tempo fa, abbiamo riportato una poesia di Hanan Ashrawi; ci piaceva, ci piace perchè rende vivo, pulsante, quello che il bambino o la ragazza parlanti provano, perchè è detto anche nella loro lingua, senza quelle parole, la poesia non sarebbe la stessa cosa. Le lenghe a jè amôr abbiamo scritto una volta. E' una questione di sensibilità situata e di pensiero coerente; se non c'è amore per la propria lingua e rispetto per quella degli altri, se non c'è difesa per il proprio territorio, se non c'è sforzo politico per socialità, vita, o risoluzione di problemi e conflitti in un ambito autogestionario, al di fuori dei prevaricanti e preordinati ambiti istituzionali e statali, difficilmente ci sarà capacità di comprensione e soluzione dei conflitti nè qui nè quando si guardano o si ha a che fare con le disgrazie il mondo; vale per i palestinesi, vale per gli israeliani e anche per noi. Certo, la nostra solidarietà va al popolo palestinese; potremmo dire, con maggior ragione, parafrasando quell'orribile slogan uscito con l'11 settembre: “siamo tutti palestinesi” perchè siamo friulane/i e siamo con tutti i popoli che lottano per la loro libertà.

DUMBLES - feminis furlanis libertaris (zenâr 2002)

DONNE/GUERRA/ANTIMILITARISMO