| Gli italiani e le donne in politica «Brave ma evitino le quote rosa» Solo il 3% le considera però davvero esperte. Margherita Hack figura-simbolo Il fastidio di avere un capufficio donna, un bravo manager in gonnella, un leader sindacale con i tacchi, è duro da superare. La parità tra i sessi, la stima verso l’altra metà del cielo sono frasi che valgono come enunciazioni da talk show, ma sono puntualmente disattese nella pratica del viver quotidiano. Questa realtà è stata denunciata dal capo dello Stato l’8 marzo scorso, «e proprio le parole di Ciampi hanno spinto quest’anno l’Associazione italiana della comunicazione pubblica a realizzare in collaborazione con l’Istituto Cattaneo un’indagine nazionale per fare il punto sulla «questione femminile nel nostro Paese», ci dice Alessandro Rovinetti, segretario generale dell’Associazione. I temi esaminati da questa indagine (che sarà presentata al Salone europeo della Comunicazione pubblica, dal 3 al 5 novembre a Bologna) sono moltissimi: dalla discriminazione tra le pareti domestiche e nei luoghi di lavoro, alla presenza femminile nelle istituzioni, all’influenza del compagno nella scelta del voto, alle qualità del buon politico, alle preoccupazioni sul futuro dei giovani. Senza volere affrontare qui le problematiche più note e più incancrenite come la discriminazione sul lavoro o nelle faccende casalinghe, ci limiteremo a parlare di donne e istituzioni. DONNE AL VERTICE - Se già nell’Ottocento, Giacomo Leopardi invocava l’aiuto femminile per rigenerare l’Italia («Donne da voi non poco la patria aspetta») e per oltre un secolo intellettuali e politici hanno evidenziato la necessità di un maggiore coinvolgimento delle donne nella res publica, superato il 2000 si può ben affermare che tutte le speranze e gli appelli sono rimasti lettera quasi morta. Le donne ai vertici delle istituzioni sono ancora molto poche. E il sondaggio evidenzia come la maggior parte degli intervistati abbia coscienza di quanto sia minuscola la pattuglia rosa in Parlamento. Una rappresentanza che andrebbe comunque rafforzata, affermano senza troppa convinzione. Migliorare, rafforzare, estendere, ma attenzione, dicono le stesse interessate: non siamo panda. Quindi, un no secco a qualsiasi provvedimento che «imponga» quote fissate per legge. Si sa (ma non è tema della ricerca) in Italia donne-parlamentari hanno lasciato il segno nella vicenda politica. Tre nomi per tutte: Lina Merlin, Nilde Iotti e Tina Anselmi. Altre, meteore, come Irene Pivetti, hanno saputo ben gestire le responsabilità loro assegnate. Poi ci sono state e ci sono «ministre» come Rosy Bindi o Letizia Moratti, giudicate spesso più in gamba di molti esponenti del sesso forte. E ricordiamo le tante volte che onorevoli come Alessandra Mussolini e Livia Turco, pur militando in schieramenti opposti, hanno saputo fare battaglia comune nell’interesse delle donne. Ma si tratta, si diceva, di casi rari. Perché spesso il silenzio delle stesse donne assorda. Come è avvenuto, recentemente, in Senato nella discussione sulla legge per la procreazione assistita. «Fa impressione sentir parlare gli uomini di queste cose. Son cose nostre», ha detto durante quel dibattito la senatrice leghista Rossana Boldi, unica donna della maggioranza a prendere la parola. Le donne in politica, di solito, non sono capaci di fare lobby. Spesso a frenarle c’è la paura di essere emarginate. Di non essere più ricandidate o rielette per mancata «assistenza» del partito, guidato e gestito da uomini. Non sono panda, non vogliono quote per legge, e allora? Chiedono soprattutto che ci sia più informazione, sperando nel grande numero di donne che vota. Ma anche qui manca la capacità di fare lobby. Le donne in politica, dicono, sanno spiegarsi meglio, sono più affidabili, ma poi non le votano. Spesso perché al momento del voto si lasciano condizionare dal parere del compagno. Vorrebbero ma non osano. La famiglia sempre in qualche modo le limita, quando non le soffoca. Infatti, alla domanda su come si possa promuovere la condizione delle donne nella società, la stragrande maggioranza sia di donne sia di uomini sostiene che lo Stato deve aiutarle con servizi concreti, come gli asili nido e l’assistenza agli anziani. Non chiedono soldi ma la possibilità di lavorare, di esprimersi senza avere la testa alle preoccupazioni di casa. E forse per questo, forse con un po’ di invidia, premiano come più rappresentative donne come Margherita Hack e Susanna Agnelli. Probabilmente, viste anche come persone «libere» di realizzarsi. IL LINGUAGGIO DELL’UGUAGLIANZA - Dice, allarmato, Rinaldo Vignati, che ha diretto la ricerca: «Persiste una concezione che ritiene le donne poco adatte all’attività politica o che, comunque, considera non problematica la loro limitata presenza nelle istituzioni. Ho sentito più di un intervistato riconoscere le capacità politiche delle donne («quello che conta non è il numero, basta a volte anche una sola donna per portare avanti una battaglia...»), anche se poi accettavano e legittimavano l’attuale ruolo di secondo piano delle donne in politica». Ma è ancora più interessante la conclusione di Vignati: «Da molte risposte sembra emergere una larga, dominante, diffusione di quello che potremmo chiamare "linguaggio dell’uguaglianza" che però non sempre si accompagna con una "realtà dell’uguaglianza". Talvolta, anzi, questo linguaggio può diventare la retorica con cui nascondere le disparità tuttora esistenti». Una retorica che appartiene anche ai politici. Ai quali le donne continuano a chiedere onestà e impegno a migliorare la società. Dimostrando così di essere ancora capaci di sperare. O di sognare. Sergio Stimolo |
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