Articolo da "L'Arena-il giornale di Verona"
del 25 novembre 2002.
Quando l’uomo abusa del suo potere . Il caso di un assessore padovano indagato per violenza porta alla ribalta il tema

Boom di molestie sessuali sul lavoro

Gli esperti parlano di aumento del fenomeno. Welponer: urge una legge ad hoc L’avvocato Perdonà: «Nuove sentenze rendono corresponsabile anche l’azienda»

di Ferruccio Pinotti
G. F. è una donna di 35 anni e lavora in un’azienda veronese. Il suo capo la molesta sessualmente. Lei è tentata di denunciare la vicenda, ma il suo contratto a termine è in scadenza e lei spera di ottenere l’assunzione a tempo indeterminato. Tace, sperando che la situazione migliori. L’azienda la apprezza e viene confermata. Ma il suo superiore, lungi dallo smettere, raddoppia le «attenzioni». G. F. non sa cosa fare, non vuole far scoppiare un caso. Ma lo stress si fa pesante, mina la sua vita personale. Alla fine il rapporto con il suo compagno salta, va a vivere da sola. È ancora più debole di fronte alle molestie del suo capo. Messa alle corde, finisce per compiere degli errori. Il suo superiore infierisce, la mette in cattiva luce. G.F. si ritrova senza lavoro e senza vita privata. Quella narrata è una delle tante storie, non denunciate, che accadono a Verona. Sono numerose, infatti, le pressioni di carattere sessuale, esercitate sui luoghi di lavoro, a carico delle donne lavoratrici, da parte di colleghi maschi, sovente a loro sovraordinati gerarchicamente.

Che il problema sia di drammatica attualità è testimoniato dalle cronache: un assessore padovano (che ha persino la delega alle pari opportunità) è indagato per violenza sessuale in quanto alcune impiegate del Comune lo hanno accusato di pesanti molestie e ricatti. Come devono comportarsi le donne che vivono questo problema? Cosa affermano le sentenze più recenti?

L’abbiamo chiesto all’avvocato Giampaolo Perdonà, esperto di diritto del lavoro. «Il fenomeno pare osservato con sempre maggior frequenza, nell'ambito della casistica giudiziaria . Ed è opportuno che le donne oggetto di molestie sul lavoro sappiano alcune cose. In primis la giurisprudenza non ammette condotte ammiccanti od anche solo tolleranti del datore di lavoro e persino l’inerzia in ordine a iniziative di carattere disciplinare volte a reprimere i comportamenti illeciti posti in essere dal proprio personale dipendente».

Le conseguenze sono importanti. «In caso di molestie sessuali praticate ai danni della lavoratrice, tanto il molestatore, quanto il suo datore di lavoro rispondono del danno alla salute provocato alla lavoratrice stessa, da accertarsi in forza di perizia medico-legale e del danno cosiddetto "esistenziale", una fattispecie che si aggiunge alla categoria del danno patrimoniale e a quella del danno morale. L'autore dell'illecito risponde altresì del danno morale».

Il giuslavorista insiste sul fatto che gli strumenti di tutela esistono e invita le donne a rivolgersi con fiducia alla magistratura: «Nell'evenienza in cui la lavoratrice, a cagione delle pressioni sessuali subìte, si dimetta dal servizio, va risarcita, tanto dall'autore materiale dell'illecito, quanto dal datore di lavoro, del danno patrimoniale conseguente alla perdita del posto di lavoro. La riflessione che può nascere dalle ultime sentenze in materia, è che la magistratura del lavoro mostra notevole sensibilità alla tutela del diritto all'integrità psicofisica della lavoratrice, sanzionando pesantemente la condotta dell'aggressore ed estendendo la responsabilità al datore di lavoro connivente ed anche solo "distratto"».

L’avvocato Perdonà precisa: « Si tratta della sentenza del 14 giugno 2001 del tribunale di Milano e di una sentenza del tribunale di Pisa del 12 ottobre 2002 . Entrambe affermano i concetti che ho appena esposto. Nella seconda, in particolare, è stato accertato che un lavoratore, sovraordinato ad una collega, le riservava particolari "attenzioni", sfociate in due episodi di molestie sessuali. Le circostanze erano note al datore di lavoro che non aveva, però, posto in essere misure idonee tali da tutelare la lavoratrice dai comportamenti del collega; tanto che, non ritenendo più sopportabile la situazione, la dipendente era stata costretta a dare le dimissioni. Questa signora ha ottenuto piena soddisfazione dalla magistratura» .

L’avvocato Perdonà segnala, infine, il varo di una recentissima direttiva comunitaria (la n. 2002/73 CE del 23.9.2002), nel cui contesto, oltre a disposizioni d'ordine generale mirate a disincentivare pratiche di discriminazione legate al sesso, si condanna ogni molestia sessuale perpetrata sul luogo di lavoro a carico delle donne. Il modo per difendersi, quindi esiste.

Ma il sistema pubblico cosa fa per limitare il fenomeno delle molestie sessuali sul lavoro?

Tra i politici veronesi ce n’è uno molto attivo, sul tema del labile confine che separa le molestie sessuali sul lavoro dal mobbing. Si tratta del consigliere regionale veronese Nadir Welponer.

«La Regione Veneto ha stanziato con la Finanziaria 2002-2004 un fondo di 774.000 euro per contrastare le violenze morali sui luoghi di lavoro», spiega Welponer. «Nell’ultimo bilancio regionale, all’interno del fondo speciale per le spese correnti, sono stati stanziati 258 mila euro l’anno per la "prevenzione e tutela delle lavoratrici e dei lavoratori da molestie morali e psicologiche nei luoghi di lavoro". In alcuni Comuni veneti è stata deliberata l’apertura di uno sportello d’ascolto sul mobbing, in collaborazione con la Asl locale e le organizzazioni sindacali. E’, inoltre, stato presentato un progetto di legge in sede regionale che porta la mia firma».

Il progetto cerca di risolvere il problema liberando il lavoratore dall’onere della prova, inserendo il cosiddetto diritto di rivalsa e una sanzione economica commisurata al danno fisico riportato .

Welponer spiega che il progetto di legge andrà in discussione nei prossimi giorni e si augura che le forze politiche superino le divisioni per approvare delle norme di cui anche in Veneto si sente urgentemente bisogno.

Il Nord Est registra infatti un’alta percentuale di mobbing, vista l’industrializzazione del territorio. E le moleste sessuali sono una forma specifica di questo fenomeno. A livello statistico, in Veneto i mobbizzati sono per lo più donne, nella metà dei casi dipendenti di aziende del settore commerciale, turistico e dei servizi. Le molestie sessuali sono spesso sinonimo di mobbing. Per monitorare la presenza di queste situazioni a Verona sono attive varie realtà. È stato ad esempio creato, all’interno della Uil, un Osservatorio provinciale sul disagio lavorativo. Promotori i bancari e i telefonici del sindacato, due categorie a rischio insieme agli assicurativi. Un centro anti-mobbing esiste anche in Questura, per rispondere ai problemi degli operatori di polizia. Attivi su questo tema sono anche il Telefono Rosa (che riceve segnalazioni allo 045-550770 e svolge una importante funzione di presidio) e il Filo d’Arianna. Bene si è mossa l’università di Verona, che si è dotata di un «Codice di condotta relativo alla prevenzione e alla lotta contro le molestie sessuali». Più indietro il Comune e la Provincia di Verona, che finora non hanno fatto altrettanto.

Ma come e quando si presenta il mobbing? L’economia vive un periodo di ristrutturazione delle aziende, di grandi fusioni che creano un esubero di posti. Licenziare un manager può essere costoso, indurlo ad abbandonare portandolo ad un crollo psicofisico lo è meno. Ecco allora il mobbing pianificato. Si parla in questo caso di «bossing», cioè attacco di tipo verticale. Ma esistono anche altre forme codificate dagli studiosi: il mobbing orizzontale, in cui un gruppo si coalizza contro una particolare persona che funge da capro espiatorio.

Secondo Heinz Leymann, lo studioso tedesco che per primo, negli anni ’80, osservò le situazioni di disagio psicologico sul lavoro, si ha mobbing quando gli attacchi contro la persona sono continuativi nel tempo. Leymann ha individuato delle fasi di sviluppo del mobbing, una vera e propria griglia di riferimento, in cinque punti.

I vari stadi vanno verificati e attestati dal medico di base. Nella prima fase, l’ambiente di lavoro incide sul soggetto vittima. Ad esempio gli viene impedito di comunicare direttamente con l’esterno, gli si isola il telefono e le sue comunicazioni sono filtrate da altri. Nella seconda fase la vittima non può più mantenere contatti sociali, i colleghi gli «girano le spalle» e viene ghettizzato. Terzo, si cerca di attaccare la sua autostima ridicolizzando il lavoro che svolge o facendo dell’ironia su esso. Nel quarto stadio vengono prese iniziative pregiudizievoli per l’attività occupazionale: tipico è affidare incarichi di serie B o darne di importanti per poi toglierli e passarli ad altri. Nel quinto caso si va a incidere sull’integrità psichica dell’individuo con pettegolezzi, ironie pesanti, frecciatine e, nel caso di donne, anche molestie sessuali. L’individuo ha un crollo psicofisico che si manifesta con l’insorgere di malattie psicosomatiche ed esaurimenti, in ultimo è indotto al licenziamento o a un prepensionamento. (f. pin.) MA SPESSO È UNA FORMA DI «MOBBING»