|
Molestie e mobbing in tuta mimetica Le impiegate alla Difesa vivono situazioni insostenibili, poche le denunciano ANTONIO SCIOTTO - ROMA Marta, ad esempio (il nome è di fantasia), ha avuto il coraggio di denunciare le pesanti molestie a cui è stata sottoposta da parte del proprio capo, un colonnello del Ce. Ri. Co. (Centro rifornimenti del commissariato) di Roma, nel quartiere Cecchignola. Un caso che si è trasformato in una sorta di mobbing, perché, dopo aver rifiutato le avances, Marta è stata progressivamente isolata da parte di molti colleghi e privata delle sue mansioni. "Il mio capo - racconta - è arrivato nella caserma nel '98 e ha subito cominciato a farmi battute offensive, diverse avances e regali che ho sempre rifiutato. Per un lungo periodo mi ha anche fatto varie telefonate mute al cellulare, e ha anche cercato di corrompermi, proponendomi di far vincere un appalto a mio marito, che fa l'ingegnere, se io fossi stata al gioco". Ma Marta al gioco non c'è stata e nel corso del tempo il capo non demordeva, convocandola spesso nel suo ufficio senza alcun motivo: una volta le ha chiesto di copiare a mano una parte delle Pagine Gialle, un'altra volta ha tirato fuori dalla scrivania una tabella in cui registrava maniacalmente il suo abbigliamento quotidiano con un voto di gradimento accanto. Esasperata, Marta decide di denunciare l'accaduto e il Commissariato convoca il dirigente militare per saperne di più.Da quel momento in poi, le molestie sessuali si trasformano in mobbing. "Il colonnello - continua Marta - cominciò a dire ai suoi sottoposti di non parlarmi perché ero poco affidabile, mentre a poco a poco molti colleghi cominciarono a isolarmi. Inoltre, buona parte del mio lavoro fu affidato progressivamente ad altre figure, la password del mio computer fu cambiata improvvisamente, tanto che presto mi trovai senza fare nulla. Nel frattempo, però, sono stata eletta delegata sindacale e mi sono rivolta all'osservatorio del mobbing e ai sindacati.Mi sento un po' più forte in questa battaglia, e voglio andare avanti.Molte mie colleghe, che hanno subito le mie stesse umiliazioni, stanno zitte per paura.Nell'ambiente militare si dà spesso per scontato che sia la donna a provocare e che l'uomo, provandoci in maniera pesante o molestandola anche solo verbalmente, faccia qualcosa di assolutamente normale". Ferruccio Nobili, segretario nazionale della Fp Cgil, spiega che "se le donne denunciano, si può fare molto. Abbiamo già risolto parecchi casi, l'ultimo dei quali relativo a un maresciallo del Nucleo chimico-batteriologico di Civitavecchia che molestava un'addetta alle pulizie. E presto proporremo al ministero della difesa un codice di comportamento relativo alle molestie, che abbiamo già siglato con il ministero del lavoro e stiamo concludendo con quello degli interni". Il codice di comportamento, siglato nel '99 con l'allora ministro Salvi, prevede la creazione di un "consigliere di fiducia nazionale" e vari regionali, a cui le persone molestate possano rivolgersi senza timore. "Per questa figura sarebbe più adatta una donna - spiega Donatella Bruno, della Fp Cgil nazionale - ma la cosa essenziale è che sia una persona competente, una psicologa ad esempio, o un avvocato, e che sia esterna al luogo di lavoro. Secondo quanto previsto, ha dei poteri ben precisi, che le permettono di agire in due direzioni. La prima è una via informale: si tenta di risolvere il problema dialogando con gli interessati e con i datori di lavoro. La via estrema è quella legale: si denuncia il molestatore, che potrà essere sanzionato e trasferito, come prevede il codice di condotta europeo del 1981". "In ogni caso - conclude Stefano Marcopoli, delegato territoriale della Cgil di Roma, che ha seguito il caso di Marta - la cosa più importante è avere il coraggio di denunciare. Ci sono ancora tantissime donne nell'esercito che continuano a essere considerate e a sentirsi come dei veri e propri fantasmi". |