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Articolo da "La Repubblica" del 24 giugno 2002 Nelle zone rurali della Cina le ragazze vengono rapite da gang criminali e poi rivendute Chengdu, il mercato delle schiave dove una donna costa 500 dollari Ai loro piedi i cartelli che spiegano quel che sanno fare: lavandaia, ricamatrice, balia RENATA PISU Si sa di veri e propri mercati dove le donne rapite da bande criminali vengono messe in vendita. Pochi giorni fa, ammassate in un capannone alla periferia di una città della provincia del Sichuan, ne sono state viste un centinaio, sui corpi i segni delle percosse subite, ai piedi dei cartelli in cui si specifica cosa sanno fare: lavandaia, ricamatrice, stiratrice, calzolaia, bambinaia, balia… In realtà non sanno fare niente, sono lì per essere acquistate come schiave, non assunte per lavori più o meno qualificati. Il cartello è soltanto una copertura per questo nuovo grande business in cui le femmine sono la merce, merce per la quale la domanda è in crescita in un paese che si avvia ad essere popolato prevalentemente da maschi, altra drammatica conseguenza della politica del "figlio unico" che, in Cina, fatta eccezione per le grandi città dove un´altra mentalità sta prendendo piede, si preferisce avere il maschio. Ma ora questi maschi in soprannumero, ormai cresciuti, una moglie possono soltanto comprarla, se mai hanno i cinquecento euro necessari. «Il fatto è che possono comprarsi soltanto donne che sono già di qualcun altro. Per questo nelle campagne i rapimenti di donne sono diventati un incubo costante», mi ha detto alcuni mesi fa una giornalista di Shanghai la quale ha inaugurato, con molto successo - visto che ovunque raccogliere storie di disperazione serve a far salire gli indici di gradimento - una rubrica radiofonica dove le «cinesi si confessano». E raccontano storie agghiaccianti. Quella, per esempio, di una ragazza di venti anni che confessa di aver seguito volentieri un suo coetaneo che le proponeva di andare nel nord-est, per farsi insieme una nuova vita. «A casa mi trattavano male, soprattutto per il mangiare. Mia madre riempiva sempre prima la ciotola di mio fratello e, se avanzava qualcosa, potevo servirmi. In verità anche mia madre mangiava pochissimo, il meglio andava a mio padre, forse per questo siamo tutte e due nere e rinsecchite, non belle come le donne di Shanghai», ha detto la ragazza ai radioascoltatori. Ora, dopo quattro anni, è riuscita a tornare a casa sua, da quella madre che anche se le preferiva il fratello, tutto sommato le voleva bene, mentre il ragazzo con il quale era fuggita, neanche due giorni dopo l´ha portata al mercato e l´ha venduta, come una gallina, al miglior offerente, un uomo vecchio e zoppo che aveva già una moglie ma che sentiva la necessità di averne un´altra, una "piccola moglie", così si chiamano in Cina le concubine. Wang Xiaoting, semi-analfabeta, nativa della provincia dello Hunan, quattro anni fa è stata rapita e venduta a un uomo che aveva tre volte i suoi anni e una moglie sterile. Lei, allora, aveva quattordici anni. Si è ritrovata subito gravida, ha partorito un maschio, l´uomo che lei non chiamava marito ma padrone, la picchiava lo stesso ogni giorno. E´ riuscita, un anno fa, a mettersi in contatto con i suoi genitori, non so come, non so per quale miracolo postale. La polizia è intervenuta, l´ha liberata e rispedita a casa. Ma il bambino no, nemmeno parlarne, il piccolo è proprietà del padre. Così ora la piccola, oggi diciottenne Wang, ha questa spina nel cuore, vuole il suo bambino. Non lo avrà mai, non lo rivedrà mai. Mi dice la giornalista coraggiosa che ora, dato che in Cina vige la legge del mercato e che sul mercato la domanda di femmine è in aumento, c´è la possibilità che ne nascano di più, già si nota la tendenza. Bambine da vendere, produzione casalinga, piccole schiave buone a tutto offronsi… |
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