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Le spose vendute della banlieue Parigi, aumentano rapidamente i matrimoni forzati nelle comunità immigrate. Donne senegalesi, maliane, magrebine, turche costrette dalle famiglie a unioni combinate La figlia si comporta da francese, si trucca, fuma, incontra amici? Scattano viaggio in patria e nozze coatte. Niente denunce, per non dare munizioni agli xenofobi francesi
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MARCO D'ERAMO Le Monde ha raccontato il caso di Ebru, giovane impiegata comunale francese di 25 anni dell'Alta Savoia. Di origine turca, suo padre è "aperto, non religioso". Nell'estate 2001 la famiglia la porta in vacanze nel paese natale vicino ad Ankara, mentre in Francia lei ha una relazione con una giovane maghrebino. Ma il padre non lo sa e anzi le dice che "il figlio di un amico al paese s'interessa a lei". Al paese, la famiglia del pretendente "viene a prendere il tè". Lei va in cucina a fare i piatti e da lì sente lo zio di lui che chiede la sua mano per il nipote. Due giorni dopo la famiglia torna per presentare il giovanotto, e a Ebru viene ingiunto di "fare un giretto per discutere con il ragazzo" che lei vede in quel momento per la prima volta in vita sua. Ebru gli spiega che non vuole sposarsi. Lui assicura che neanche lui, che aveva combinato tutto suo fratello. Tornata a casa, il padre le ordina di dare una risposta immediata, e lei si accorge che la festa di fidanzamento era già organizzata per l'indomani. Per tutta la notte di pressioni, percosse, insulti, minaccia di distruggere il passaporto francese. "Credevo di essere tornata indietro di dieci anni, quando mio padre aveva sposato mia sorella nello stesso modo". Prima dell'alba Ebru raccoglie tutti i risparmi, i documenti, salta giù dal balcone e corre alla stazione delle corriere. Vaga per due giorni di cittadina in paese, fino ad arrivare a Smirne dove prende un aereo per Parigi. Lì si rivolge all'associazione Elele che l'accoglie e telefona ai genitori per rassicurarli. Ora Ebru vive col fratello che aveva rifiutato anch'egli un matrimonio combinato. Libération ha invece raccontato la storia di Ayse, nata in Austria dove erano emigrati i suoi genitori turchi. Gli affari andavano bene, la famiglia prosperava e i figli parlavano tedesco meglio del turco. Ma dopo otto anni rientrano in Anatolia. Lì i ragazzi si trovano a disagio in un paese che non è il loro. I genitori decidono di emigrare di nuovo, questa volta in Francia, nella regione di Grenoble. La figlia ha 25 anni, lavora, ma è sorvegliata strettamente, non può fumare perché "una donna che fuma è una puttana", non può andare in piscina perché "una ragazza non può mettersi in costume da bagno davanti agli uomini", non può andare al cinema "perché è malfamato". Non è mai uscita con un'amica. La mattina quando arriva al lavoro alle 6 e 30 deve telefonare ai genitori per rassicurarli. Lo stesso la sera quando esce. Ma riesce ad eludere la sorveglianza: si è innamorata d'un giovane francese che lavora con lei, François. Si vedono di nascosto. Lei lo riceve in casa quando sa che i genitori sono nel loro negozio perché li ha chiamati al telefono. Una volta tornano prima del previsto e François deve nascondersi in un armadio fino alle due di notte quando può scivolare via. Intanto i genitori le combinano il matrimonio con il cugino Ahmet. Lei rifiuta, e viene a scoprire che la famiglia era andata via dall'Austria perché "disonorata": le due sorelle maggiori - ora ripudiate - si erano messe con austriaci. La pressione della locale comunità turca aumenta: Ayse è cosiderata una pecora nera perché ancora zitella alla sua età, per giunta dopo aver rifiutato un matrimonio combinato. Alla festa dell'Aid el Kebir, in cui si riunisce tutta la famiglia, viene a sapere che lo zio ha scoperto la sua relazione con François. Sicuro che lo verrà a sapere anche suo padre. Allora fugge con Franois e da tre settimane vive con lui nella regione parigina. Ha scritto ai genitori. I matrimoni combinati hanno una lunga tradizione nel mondo, basti pensare all'India. Ma in Francia se ne è cominciato a parlare nel 1996 nel dipartimento della Seine Saint-Denis, nella banlieue parigina, quando i servizi di Protezione materna e infantile (Pmi) hanno cominciato a ricevere chiamate dalle sempre più preoccupate assistenti sociali delle scuole, cui sempre più spesso donne minorenni raccontavano di essere violentate tutti i fine settimana nella stanza dei genitori da un uomo impostole dalla famiglia, a volte rinchiuse per 48 ore di fila. Nel 2000 ha fatto scalpore il caso di Fatoumager, studentessa all'ultimo anno al liceo Colbert. Appena prima degli esami di maturità il padre la porta in Senegal per un matrimonio combinato. I compagni di classe avvertono il ministero dell'istruzione pubblica che si mobilita per far rientrare Fatoumager dal Senegal. A preoccupare però le autorità francesi è l'aumento esplosivo dei casi negli anni `90. Come se negli ultimi venti anni le comunità degli immigrati si fossero rinchiuse in se stesse in una sorta di separatismo, non solo residenziale, ma degli usi e costumi sociali. Di solito infatti la famiglia si affretta a a combinare un matrimonio (o ad accelerare quello pattutito fin dalla nascita) quando si accorge che la figlia cominica a comportarsi da francese, quando la sorprendono truccata, o a fumare con una sigaretta, magari con un amichetto. Il matrimonio combinato è perciò solo un tassello della quotidiana violenza maschile che le donne immigrate subiscono nei ghetti urbani, città dormitorio delle banlieues francesi (invece inners cities negli Usa). Sessismo, violenza verbale, fisica, sessualità vietata, stupro istituzionalizzato, matrimonio forzato, controllo su abbigliamento, orari, amicizie, divieti di letture, spettacoli, gite, sport, danze. Una violenza contro cui per le vittime è difficilissimo non solo ribellarsi ma persino protestare. Non è una leggenda metropolitana la ragazza a cui hanno spaccato una bottiglia nella vagina lasciandole dentro i frammenti di vetro. La ragazza che si comporta "in modo scorretto" corre rischi enormi perché nella comunità immigrata il controllo sociale è draconiano e sono gli adolescenti maschi ad incaricarsi di far rispettare le leggi "dell'onore". Quand'anche trovasse il coraggio di affrontare i suoi coetanei/carcerieri, per una ragazza è difficilissimo ribellarsi contro questa violenza in primo luogo perché un elemento essenziale del dominio maschile consiste nel far interiorizzare alle dominate quella stessa ideologia dominante che le rende subalterne, per cui una giornalista del settimanale Le Nouvel Observateur si sente dire da donne maghrebine dei ghetti urbani che "le femministe sono donne mal scopate". Sono spessimo le madri a veicolare nelle menti delle figlie l'ideologia della sottomissione all'uomo e del matrimonio combinato. Ma anche quando riescono a liberarsi di queste catene mentali, le donne dei ghetti urbani esitano a denunciare la violenza dei loro uomini perché temono, così facendo, di dare un'arma ulteriore al razzismo e alla xenofobia dei francesi (la stessa ragione per cui negli Usa le donne nere esitano a denunciare in pubblico la violenza machista dei loro compagni afro-americani, per paura di fornire munizioni al razzismo dei bianchi). Ma il mese scorso, alla riunione degli Stati generali delle Donne di Quartiere, 250 militanti venute da tutte le banlieuex immigrate di Francia hanno sottoscritto alla Sorbona un manifesto redatto su iniziativa di Fadela Amara, presidentessa della Fédération nationale des maisons des potes, un'associazione vicina a Sos-Racisme. Il manifesto denuncia la violenza quotidiana subita dalle donne nei ghetti immigrati ("Là dove gli uomini soffrono, le donne portano il peso delle loro sofferenze"; "la marginalizzazione economica e la discriminazione hanno costituito ghetti i cui cittadini non si sentono uguali agli altri e ancor meno le cittadine". Il manifesto s'intitola Ni putes ni soumises, dalle righe conclusive: "Milioni di donne nelle periferie non ne possono più della falsa scelta tra sottomettersi ai disordini del ghetto o vendere il proprio corpo sull'altare della sopravvivenza. Né puttane né sottomesse, semplicemente donne che vogliono vivere la propria libertà per apportare il loro desiderio di giustizia". P.S. Gli articoli sui matrimoni forzati e quello sul manifesto sono stati gli unici ad apparire in tutta la stampa progressista francese in occasione dell'8 marzo. Il che la dice lunga sia sul declino che questa festa ha subito negli ultimi anni, sia sull'atteggiamento della stampa. |