Da "Il Messaggero Veneto" del 20 dicembre 2001
 


Dopo una discussione di tre ore e altre quattro di camera di consiglio è stata emessa la sentenza sull’omicidio Budai
Di Menna condannato a vent’anni
Il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo, il giudice ha concesso le attenuanti generiche


di GUIDO SURZA
L’accusa aveva chiesto la pena dell’ergastolo, il giudice ha condannato Felice Di Menna a vent’anni di reclusione per l’omicidio di Roberta Budai, la 31enne dalla quale attendeva un figlio.
Quasi quattro ore di camera di consiglio sono servite al Gup del tribunale di Udine Francesco Florit per emettere una sentenza difficile in un processo che si è risolto nella prima udienza preliminare, con una discussione precedente di circa tre ore.
Il giudice ha riconosciuto a Di Menna l’equivalenza delle attenuanti generiche sulle contestate aggravanti, la più importante delle quali era la premeditazione dell’omicidio. È quindi partito da 30 anni di reclusione arrivando alla pena finale con lo sconto di un terzo per il rito abbreviato. L’ipotesi che il 37enne maresciallo dell’esercito abbia progettato l’omicidio è stata comunque riconosciuta, ma l’equivalenza dell’aggravante con le attenuanti generiche ha fatto cadere la pena dell’ergastolo.
Cominciato verso le 11.30, il processo è terminato poco prima delle 21 con la lettura della sentenza. A porte chiuse come ogni udienza preliminare, è partito subito con la costituzione di parte civile della famiglia Budai assistita dall’avvocato Lillo Fiorello di Palermo e dal dottor Antonio Di Piazza. Presenti il padre, la madre e il fratello di Roberta Budai, pochi minuti dopo tutti e tre hanno preferito andarsene per un leggero malessere accusato dal signor Candido.
Felice Di Menna è arrivato con le manette ai polsi dal carcere di Tolmezzo, accompagnato da tre agenti di polizia penitenziaria. Occhiali da sole e passo veloce sotto i flash dei fotografi e l’occhio delle telecamere, si è infilato in aula dove ha ascoltato in silenzio la discussione, senza mai rendere dichiarazioni spontanee. Il giudice Florit ha preso atto della richiesta di rito abbreviato avanzata dall’avvocato Enrica Lucchin, difensore dell’imputato, e ha proceduto oltre senza che nessuno si opponesse, ammesso lo potesse fare.
Poco ha parlato il pubblico ministero Giancarlo Buonocore, una ventina di minuti circa per spiegare come, davanti a una confessione, di null’altro si poteva discutere se non della premeditazione. L’esigenza di non vedere riconosciute le attenuanti generiche aveva portato alla richiesta finale dell’ergastolo senza isolamento diurno.
Breve, visto il rito scelto, anche l’intervento dell’avvocato Lillo Fiorello per la parte civile, che si è associato alle richieste del pm anche per la pena. Ha discusso sulla premeditazione, escludendo la possibilità dell’attenuante. Un miliardo e mezzo di lire come risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali era la proposta della famiglia Budai: il giudice ha quantificato il danno in un miliardo 200 milioni, senza indicare una provvisionale, cioè un acconto da versare non appena la sentenza diventa definitiva.
Dopo un breve break è cominciata l’arringa dell’avvocato Lucchin, quasi due ore per tentare di smontare non soltanto la premeditazione, ma anche il reato del furto dell’arma utilizzata per uccidere Roberta: reato dal quale Di Menna è stato prosciolto perché riconosciuto come furto d’uso per il quale mancava la querela per procedere.
La lettura del dispositivo sgombra il campo da ogni discussione su tutto: la premeditazione dell’omicidio è stata riconosciuta e quindi l’intero processo si è giocato sulla concessione delle attenuanti generiche, che rientrano esclusivamente in una valutazione del giudice. Dipendono da tanti fattori: dai precedenti penali del soggetto, dall’atteggiamento tenuto, da una serie di elementi che sono stati “toccati” dalla difesa che ha parlato a lungo.
Di Menna era esasperato dalla paternità clandestina, si è procurato l’arma, i sacchetti di plastica, si è incontrato con Roberta, l’ha uccisa e gettato il suo corpo nel cassonetto del Mercatone a Sevegliano. Quindi ha telefonato al fratello dell’amante, gli ha detto che aveva un appuntamento con lei ma che non l’aveva vista, infine ha partecipato alle ricerche, sino alla confessione perché messo alle strette dopo un suo errore. Nell’auto, appunto, si era dimenticato la borsetta della donna e il giorno dopo la consegnava a un inferiore, in caserma, infilata in due sacchetti. Mai Di Menna avrebbe pensato che il collega avrebbe guardato dentro scoprendo una verità che era già sui giornali: la scomparsa di Roberta.
Tutto molto utile per arrivare all’assassino, tutto inutile – se così si può dire – per spiegare la condanna a vent’anni di reclusione, perché la valutazione del giudice si è basata in pratica sul meccanismo del bilanciamento fra attenuanti e aggravanti. Una specie di campo sgomberato da ogni elemento oggettivo, che soltanto la lettura delle motivazioni della sentenza saprà offirne la chiave di lettura.
È servito sostenere che nessuna delle amiche di Roberta l’aveva sentita dire che Di Menna voleva l’interruzione della gravidanza? Forse no. È servito spiegare che poco tempo prima del delitto Di Menna aveva perso una gara di tiro con la moglie e si voleva rifare acquistando regolarmente un’arma, ma nel frattempo aveva “rubato” senza dire nulla quella di suo suocero, per allenarsi? Anche qui la risposta potrebbe essere negativa. Eppure la difesa lo ha fatto, dicendo molte altre cose sulla vita di questa coppia clandestina, sulla discussione finale in cui Roberta si era decisa una volta per tutte ad andare da sola da Romina Bressan, la moglie di Felice, per raccontarle la verità.
Nel dispositivo della sentenza il giudice Florit ha in sostanza ridisegnato l’omicidio partendo dal furto d’uso dell’arma per arrivare alla riqualificazione del reato di occultamento di cadavere in quello di distruzione di cadavere, che prevede una pena più severa. Una dimostrazione di solidità della tesi accusatoria, addirittura più precisa nell’idea di progettazione dell’omicidio sino alla consapevolezza che il corpo di Roberta sarebbe finito in una discarica dopo essere «triturato» in un impianto di compostaggio.