Da venti a diciotto anni. Scende in appello la pena per Felice Di Menna, 37 anni, Palmanova sottufficiale dell'esercito, sposato, accusato del delitto di Roberta Budai, 31 anni, Fauglis, la donna dalla quale attendeva un bambino. Due anni in meno dopo il patteggiamento tra il pg Dario Grohman e il legale dell'imputato l'avvocato Nereo Battello di Gorizia che aveva proposto il ricorso. Per il resto tutto è rimasto come prima: un risarcimento di 600mila euro alla parte civile, la conferma della premeditazione che durante il processo di primo grado aveva indotto il pm Giancarlo Buonocore a chiedere l'ergastolo.
Il patteggiamento ha estromesso l'avvocato Lillo Fiorello che rappresenta la parte civile e che si è espresso contro l'ipotesi di accordo. Dopo la sentenza di primo grado la parte civile aveva confessato la sua amarezza per una quantificazione della pena ritenuta troppo bassa. «Sembra strano aveva osservato il legale che si configuri l'omicidio premeditato e si diano le attenuanti generiche. Non c'è stata alcuna vittoria della difesa (l'imputato era stato tutelato in primo grado dall'avvocato Enrica Lucchin n. d. r.). È stato il processo della matematica. L'entità della pena è scritta nel codice sulla base del bilanciamento operato dal giudice tra attenuanti e aggravanti».
Felice Di Menna ha ucciso l'8 gennaio del 2001 la donna dalla quale attendeva un figlio con il fucile del suocero per poi gettare il corpo in un cassonetto delle immondizie (il cadavere straziato dopo essere passato nell'impianto di compostaggio fu trovato nella discarica di Firmano). Temeva che con la rivelazione della maternità di Roberta naufragasse il suo matrimonio, incapace di risolvere il dualismo determinato dalla presenza di due donne nella sua vita.
Nella motivazione della sentenza di primo grado il giudice Francesco Florit ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a mantenere l'impostazione accusatoria ma a concedere le attenuanti: la convinzione che il comportamento di Di Menna successivamente al delitto fosse improntato alla volontà di «liberarsi dell'insostenibile peso della propria coscienza e del crescente rimorso al quale voleva sfuggire confessando l'atroce verità». Di Menna consegnò in caserma a un militare un involucro perché fosse gettato via. Il militare lo aprì e quando ancora nulla si sapeva della sorte della donna ricercata in tutto il Friuli, scoprì la presenza della borsetta, la cui relazione con Di Menna non era sconosciuta. Secondo il giudice il comportamento di Di Menna non va considerato come una grossolana leggerezza dell'omicida ma come un impulso a confessare, un passaggio che il giudice ha ritenuto determinante per risolvere il «giallo».
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