"PIOVONO PIETRE"
Piovono sentenze che sono pesanti come pietre per la leggerezza con la quale sembrano giudicare delitti atroci come quello di Roberta Budai.
Roberta, incinta, e per questo fucilata. Ufficiale dell'esercito, il padre del bambino; uomo riservato, beneducato e sposato, che per mantenere ancora segreta quella relazione, divenuta ingombrante, pensa alla magia della sparizione: svanita Roberta - cancellata la storia - mai concepito il figlio; tutto come prima, tutto normale. Lui, conoscente di famiglia, partecipa anche alle ricerche. Poi una serie di circostanze lo tradiscono.
Verrà ritrovata, Roberta, in una discarica, e verrà ritrovata solo perchè i “rifiuti” di quel cassonetto nel quale era stata gettata, passarono alla pressolegatura piuttosto che al trituratore al quale normalmente avrebbero dovuto essere destinati.
Determinate dell'azione: una vera logica di “usa e getta”, come talvolta certi uomini hanno verso le donne; come talvolta uomini che si sentono implicitamente protetti, verso donne che sono evidentemente più deboli.
Connivenze e debolezze si leggono nella filigrana di questa vicenda; concertazioni maschili paraistituzionali e svanimenti femminili familiari e professionali. Ed un certo “vizio” in quella sentenza che, riconoscendo le attenuanti generiche, cancella il peso della premeditazione e manda l'imputato a vent'anni, ma che poi, -come dice chi fa i conti su queste cose-, con tutta probabilità andrà libero dopo sette. Settanta volte sette non basterebbero a lenire il dolore della famiglia che ha penato per quella perdita, e che ancora si chiede come mai i carabinieri, allora, tergiversarono, ritardarono le ricerche, non indagarono subito su quella persona che loro indicarono come primo sospetto; che oltretutto, videro libero dopo poco tempo di reclusione, per una dimenticanza che fece accorrere il suo legale a prelevarlo e via in autostrada verso la libertà. Fermati al casello, si rimediò.
Vecchi vizi di burocrazia penitenziaria o qualcos'altro di più vecchio ancora come coperture fra uomini d'arme e coperture o connivenze fra uomini punto e basta? Quali saranno le motivazioni della sentenza che attenuano la premeditazione? Quali motivazioni possono fare insignificante l'azione e i gesti del mettere un corpo nei sacchi di plastica nera, gettarlo, recuperare un camion, ripassare sul terreno per cancellare le tracce, prendere l'arma con la scusa dell'"esercitazione al poligono”, riporla diligentemente, e poi cercare, cercare la persona che poco prima si è fatta sparire...
Attenuanti vs aggravanti: vincono le prime (che non si sa ancora quali sono), e la difesa è contenta; piange di gioia l'avvocata. Ci chiediamo su che basi avrà accettato la difesa di quell'uomo di nome Felice! Felice è anche fortunato: sul suo cammino ha trovato donne, quelle entità che probabilmente nella sua ancestrale mentalità di maschio meridionale ritiene poco più che nulla, che gli hanno dato fiducia, nonostante tutto. Dall'avvocata, il cui incarico presuppone fiducia nei confronti dell'assistito, alla moglie che vuol essere ancora sua moglie anche se stenterà a perdonarlo... a Roberta il cui errore fu quello di ricordargli le sue responsabilità...
Qui manca qualcosa: manca la capacità di essere meno vulnerabili delle donne e delle donne friulane in particolare. C'è anche una nota antropologica in questa storia. I personaggi se la portano dentro e in modo più o meno marcato essa si esprime. Si esprime con il dare fiducia o con agire l'inganno, in chi è più sgaio e chi no, in chi agisce e in chi subisce. E' importante, perchè se non si comprende questo aspetto delle vicende umane, spesso non si fa la cosa giusta perchè non si identifica l'origine dei problemi.
Non avremmo voluto sentire i pensieri della moglie tradita secondo la quale il marito ha compiuto "una cosa che non gli appartiene"... e la sua amante: “...nonostante sia stata definita una ragazza di chiesa, sapeva che stava frequentando una persona sposata...”, come a dire ... è la vittima che ha indotto l'uomo a quell'azione, ergo ... il colpevole?... Chi è?
Calato in un dramma, si ripete il clichè della competizione fra donne per un uomo che, come si dice, non le merita, ma di cui loro spesso non se ne rendono conto. E il coro intorno alimenta il canovaccio: una locandina di un giornale locale: “vent'anni per aver ucciso l'amante”. Amante, quella parola carica del senso dispregiativo che la mentalità comune attribuisce. Non è passato nemmeno un anno, ma già quel fatto è sfocato, sta prendendo altre sfumature; le coscienze si sono lavate nell'acqua santa aspersa davanti alla macchina tritarifiuti del consorzio di smaltimento che non sa nemmeno in quali discariche conferisce; tanto che in più d'una si dovette cercare il corpo di Roberta. Cerimonie che servono a tutti meno che ad identificare la reale natura dei fatti. Verrà un'altra sentenza, quella d'appello, a confermare o a smentire se quell'”usa e getta” fu più o meno grave, se l'ufficiale è comunque un gentiluomo, se l'amante ha o no dignità di persona, se il delitto fu delitto, fu un inghippo, fu una svista.