Articolo da "Il Manifesto" del 18 ottobre 2005


Bruxelles, «sexworkers» in vetrina
Manifestazione in difesa dei diritti dei lavoratori del sesso e contro lo sfruttamento

ALBERTO D'ARGENZIO
BRUXELLES
Una ragazza paga 110 euro alla «matrona» per poter stare sei ore in una vetrina della via che costeggia la Stazione nord di Bruxelles mentre la «matrona» paga al comune 2.500 euro per ragazza: tutto questo si chiama prostituzione ma in Belgio non è legalizzata e così la vetrina è semplicemente l'entrata di un bar che può essere chiuso se la polizia ci trova dentro un preservativo. Ipocrisia, ma condita con tolleranza, il che comunque non risolve i problemi di chi lavora nel settore. Di fronte a queste vetrine è passata ieri la manifestazione lanciata da sexworkers, lavoratori e lavoratrici del sesso, piombati in 200 a Bruxelles da una trentina di paesi d'Europa, dalla Spagna alla Russia. Una serpentina di ombrelli rossi, simbolo di una rivendicazione nata a Venezia, ha passeggiato dalla Borsa alla stazione sollevando molta attenzione. «Scopate con noi, votate contro», scandisce il corteo. Un corteo che arriva alla fine di una tre giorni di incontri culminati nel Parlamento europeo con la presentazione di un Manifesto a difesa dei diritti dei sexworkers: diritti individuali e colletivi, diritti di esseri umani e di lavoratori. In tanti chiedono uno statuto: i verdi con Monica Frassoni ed i comunisti con Vittorio Agnolotto hanno appoggiato la loro rivendicazione. «Non mi sono mai vergognata di essere una prostituta - ci dice Sonia, belga - adesso ne sono fiera». L'obiettivo dell'iniziativa è appunto quello di chiedere all'Europa, ed agli stati che la compongono, il riconoscimento dei diritti di chi liberamente sceglie di dedicarsi alla prostituzione. Il punto di partenza è la legalizzazione, la condizione necessaria per poter arrivare al riconoscimento dell'attività ed alla normale protezione economica, dall'assicurazione alla pensione. «Diritti dei sexworkers = diritti umani», si legge nello striscione che apre la manifestazione.

L'operazione produce però anche un altro beneficio visto che permette anche di dividere tra prostituzione volontaria e sfruttamento, il primo passo utile per cercare effettivamente di combattere il traffico di esseri umani. «Dare diritti a chi lavora è il modo migliore per diminuire il suo grado di sottomissione», spiega Giulia Garofalo, una delle organizzatrici della riunione. «Anche dove c'è margine di tolleranza ci sono delle fasce. In Olanda e Germania, dove la prostituzione viene riconosciuto come lavoro, non puoi farlo se sei extra europeo», il che equivale a non permettere alcuna forma di regolarizzazione. «In Francia - racconta Marco - la nuova legge voluta da Sarkozy permette la prostituzione ma non l'adescamento, una norma che colpisce soprattutto le donne extracomunitarie». Le cose non vanno meglio da noi con il disegno di legge Prestigiacomo-Fini-Berlusconi, attualmente in discussione in commissione parlamentare. «E' ignobile - spiega Carla Corso - mettere la spazzatura sotto il tappeto permettendola in casa e criminalizzando quella per strada».

Il passo politico successivo lo spiega Agnoletto: «Invitare rappresentanti di questo comitato alla sottocommissione diritti umani del Parlamento europeo e quindi con la Commissione diritti civili, lanciare un percorso di sensibilizzazione che porti a cambiamenti politici reali». Non sarà facile visto che in Europa va per la maggiore la posizione svedese basata sull'abolizione della prostituzione. «L'epidemia svedese va fermata - dice facendo il verso ai polli Gregory Vallianatos, ex lavoratore del sesso ed ora giornalista - il vaccino è la logica ed un rapporto che provi che dopo sei anni questa politica non funziona». Per ora Stoccolma non ha mai voluto ammettere che la prostituzione - nonostante le proibizioni - non è per nulla scomparsa.

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