Articolo da "L'Arena-il giornale di Verona" del 14 settembre 2003

|
Il magistrato ha chiesto e ottenuto il trasferimento a Brescia e racconta l’esperienza investigativa nei 14 anni di lavoro in Procura
«Verona crocevia di schiave»
Il pm Omboni: «Difficile colpire gli alti livelli di gruppi che sfruttano donne»
La prostituzione come nuova schiavitù. Lei è d’accordo su questa definizione e qual è la situazione a Verona? «Io credo che Verona sia un nodo cruciale di questo traffico internazionale gestito da organizzazioni internazionali che sfruttano la prostituzione ed introducono clandestinamente le donne in Italia».
Attraverso quali elementi lei fa questa considerazione?
«Ce ne siamo accorti attraverso le indagini. Si vede che Verona è un luogo dove confluiscono le donne introdotte in Italia con altri passaggi».
Perché proprio Verona?
«Da un lato la sua collocazione geografica logistica favorisce questi traffici. Dall’altro si è creata una sorta di tradizione attraverso i primi insediamenti che hanno portato anche un’utilità economica. Non bisogna però dimenticare che qui c’è un mercato florido non solo veronese. La statale 11, per esempio, è un luogo di forte transito e sappiamo tutti che lì si concentra la maggior parte delle prostitute».
Situazione incontrollabile?
«No, ma impegnativa per noi e per le forze dell’ordine».
E come viene contrastato il fenomeno?
«Abbiamo cercato di disegnare una mappa con i dati che emergono dalle indagini. Non è stato e non è facile arrivare molto più in là. Sarebbe utile colpire invece i livelli superiori di questo traffico».
Perché non ci si riesce?
«È difficile perché nei gruppi non si ritrovano gli stessi personaggi. Questo vuol dire che ci sono molte persone pronte a sostituire le altre nel momento in cui vengono individuate. E non parlo solo degli indagati sul territorio, ma anche di chi cura i trasporti, i documenti, i passaggi delle donne dal momento in cui partono dal loro paese e arrivano in Italia. È il segnale che questi personaggi non appartengono ai livelli più alti delle organizzazioni criminali. Chi comanda si espone poco».
Scusi, ma la legge sui collaboratori di giustizia non funziona?
«Non con gli uomini. Sono state invece utilissime, in alcuni casi, le denunce delle donne. E funziona la norma che prevede protezione ed inserimento per i cittadini che danno informazioni utili alle indagini. Per una donna ridotta in una condizione così terribile, questa legge è una via di fuga, una salvezza».
Lei si è occupata anche di violenze in famiglia e sui minori. A Verona sono in aumento?
«No, non sono cresciute, ma ce ne sono parecchie. La materia, inoltre, è molto delicata perché si basa soprattutto sulle testimonianze. Le difficoltà si incontrano prevalentemente con i minori, quando sono molto piccoli o si trovano al centro di un conflitto familiare».
E come si fa a capire se il reato è stato commesso?
«Se gli elementi sono deboli e lasciano adito al dubbio, non si procede».
Ma è vero che l’errore giudiziario è sempre dietro l’angolo in casi del genere?
«Non credo, proprio perché, ripeto, il dubbio non comporta una condanna. Per un magistrato, quindi, resta il problema morale, di non aver avuto la possibilità di chiarire una situazione che faceva sorgere sospetti a carico di determinate persone».
E lei come si è comportata in queste situazioni?
«Ho sensibilizzato le persone vicine al minore che non sono sospettate affinché sostengano, anche psicologicamente, la vittima delle presunte violenze».
Le leggi sono sufficienti?
«Molto utile è stata la norma cautelare sull’allontanamento dalla casa familiare dei responsabili di violenze, proprio per evitare ritorsioni ed inquinamenti della testimonianza. Ed ha evitato che un minore venisse trasferito in una struttura nella quale le sue condizioni psicologiche, in alcuni casi, sono peggiorate. Di conseguenza, la sua sofferenza era tale da portarlo a ritrattare le accuse».
Dottoressa Omboni, perché ha scelto di trasferirsi a Brescia?
«Io credo che sia necessario cambiare dopo un po’ di anni. A Verona mi sono trovata benissimo, la lascio con rimpianto. Qui l’impegno è stato pesante così com’è sempre pesante nelle Procure di primo grado».
E a Brescia di cosa si occuperà?
«Spero di dare il mio contributo alle materie che ho approfondito qui. E credo che avrò un impegno diverso che mi permetterà di approfondire lo studio». di Luigi Grimaldi
Il magistrato Maria Grazia Omboni lascia la procura di Verona, dove ha lavorato per quattordici anni. Ha chiesto ed ottenuto il trasferimento in Corte d’appello a Brescia e ricoprirà il ruolo di sostituto procuratore. Giunto alla Procura della pretura veronese nel 1989, ha poi legato il suo nome all’inchiesta sugli omicidi dell’agricoltore di Terrazzo Gianfranco Stevanin e, quando fu applicata temporaneamente alla Procura di Palmi, alle perquisizioni nelle sedi di Forza Italia, vicenda, quest’ultima, della quale non ha alcuna intenzione di parlare. In questa intervista, il pm Omboni spiega qual è stato il suo impegno a Verona, dove si è occupata in prevalenza dei reati legati allo sfruttamento della prostituzione e agli abusi sui minori. È il primo magistrato che è riuscito, a Verona, ad ottenere condanne in assise per riduzione in schiavitù.
|
|