Veneto, il distretto a luci rosse
Quartieri squillo e coprifuoco, il boom della prostituzione dall´Est
Un colossale business gestito da mafie diverse coinvolge nella regione oltre 1200 donne di varie nazionalità
A Padova un´area modello Amsterdam, dopo le proteste il Comune l´ha presidiata
Dalla Pontebbana a Udine 120 chilometri che sono ormai una boutique del sesso
FRANCESCO JORI
PADOVA - Da qualche mese a questa parte Gigi Visentin, impiegato di banca, padovano, ha di fatto rinunciato ad andare a cena dal suo amico d´infanzia Bruno, che abita in via Mascherpa, alla periferia est della città. E non perché la casa sia a due passi dalla famigerata via Anelli, quella del muro anti-spacciatori, ma per una ragione più stringente: la stradina dove vive Bruno è al centro di una sorta di triangolo delle Bermude delimitato dalle vie Friburgo, Grassi e Maroncelli, dove la legalità da tempo è sparita cedendo il passo a un vero e proprio supermarket a luci rosse. Con le prostitute che d´estate ti aspettano sul marciapiede davanti alla porta, e d´inverno ti richiamano da dietro la finestra illuminata, modello Amsterdam. Così che il Comune, assediato dalle proteste degli abitanti esasperati, ha disposto un coprifuoco per le auto dalle dieci di sera alle cinque di mattina: per entrare e uscire in quelle ore i residenti hanno un permesso, parenti e conoscenti devono esibire a vigili e poliziotti un´autocertificazione. Ai trasgressori, 71 euro di multa. "Alla fine ho cambiato abitudini io", spiega Visentin.
Ma il disagio di chi deve viverci tutti i giorni rimane, anche perché di prostitute nella zona ne bazzicano oltre cento, su un complesso di un migliaio di abitanti. Si sfoga uno di loro, Andrea Colonnello: "Noi del quartiere abbiamo la sensazione di essere abbandonati, di venire quasi presi in giro. Ci sentiamo insicuri. Anche le ronde notturne di volonterosi che organizziamo da tempo, e che prima parevano bonariamente tollerate se non addirittura sostenute, oggi sembrano osteggiate e messe all´indice. Ma così si sta creando una frattura tra cittadini e istituzioni". D´altra parte, il triangolo hard padovano si è conquistato una sua reputazione extraterritoriale, grazie a una sorta di marketing della rete: sul sito "internationalsexguide.info" c´è un forum in inglese dove Stallion chiede riferimenti utili per il "red light district" di Venezia-Mestre; e Chanchan gli risponde indicandogli la strada del Terraglio che porta a Treviso ("ci sono molte ragazze africane e dell´Est europeo che lavorano di solito in auto e chiedono da 30 a 50 euro"), ma si premura di spiegargli che "sono troppo sbrigative", e come alternativa gli segnala appunto il triangolo padovano. Con una particolare sottolineatura per un paio di case di via Confalonieri, la strada più a luci rosse della zona.
Su un altro tipo di limitazioni ha scelto di puntare il Comune di Preganziol, a due passi da Treviso, lungo proprio quella strada del Terraglio reclamizzata in Internet, che parte da Mestre, e che continua poi lungo la Pontebbana fino a Udine, dando vita a quella che è stata definita la boutique del sesso all´aria aperta più estesa d´Italia: 120 chilometri dove si addensano decine di ragazze moldave, rumene, albanesi, bulgare, polacche, ucraine, bielorusse, nigeriane, sudamericane, gestite da un´autentica multinazionale del racket secondo regole tanto ferree quanto feroci. Stanchi del via-vai notturno delle macchine dei clienti, a Preganziol hanno piazzato lungo la statale appositi cartelli di divieto di sosta "per contrattazione di prestazioni sessuali", con sanzioni per i trasgressori fino a 500 euro. Nelle prime due settimane sono state elevate 70 multe, ma non è che sia servito un gran che. Anche perché chi tira le file del traffico non si fa certo fermare da un segnale stradale: è di poche notti fa il blitz di due moldavi che lungo il Terraglio hanno sequestrato una lucciola ventenne rumena impegnata con un cliente, e puntandole un cacciavite alla gola l´hanno ripetutamente violentata per costringerla a lavorare per loro; solo l´arrivo di una pattuglia dei carabinieri l´ha sottratta ai suoi aguzzini.
Il fatto è che l´adozione di misure come quelle di Padova e Treviso, e l´intensificarsi dei controlli di polizia, se da un lato hanno arginato il dilagare del fenomeno all´aperto (a Udine, sulla Pontebbana, si era arrivati fino a duecento presenze per notte), dall´altro l´hanno spostato al chiuso. Proliferano i locali hard: ce ne sono un centinaio in giro per il Veneto, con forte concentrazione nel Trevigiano (una trentina) e nel Padovano (una dozzina). Questa geografia della prostituzione invisibile comprende night-club, locali da lap-dance e alberghi, oltre ai tradizionali appartamenti; questi ultimi diffusi in particolare nel Vicentino. Ma non soltanto: tempo fa a Verona è stata scoperta nella centralissima via Porta Nuova una casa di appuntamenti di lusso, uno dei cui clienti era un prete di Parma che pagava fino a 500 euro per le prestazioni di un´infermiera di Trento vestita da suora. E qualche giorno fa, in pieno centro a Rovigo, i carabinieri sono piombati in un bordello dove una cinese gestiva un traffico hard di proprie connazionali; l´ottavo del genere a venire smascherato in pochi mesi in città, uno dei quali nello stesso centralissimo edificio dove ha sede Rifondazione Comunista, e un altro a due passi dalla Curia.
Questo colossale business, che nel solo Veneto secondo una recente indagine coinvolge circa 1.200 prostitute, ha un punto di svolta, spiega Barbara Maculan, dell´associazione "Mimosa", una realtà che opera tra Padova e Vicenza per cercare di contrastare la tratta delle ragazze: "L´anno di svolta per l´intero Nordest è stato il 1996, quando le nostre strade si sono riempite di persone dell´Est europeo e dell´area balcanica che fuggivano dalla guerra. Il target è molto cambiato anche dal punto di vista dell´età: prima c´erano molte nigeriane dai 20 ai 25 anni, ora troviamo parecchie minorenni. E si è acuito il fenomeno del "minimadam": praticamente le donne sfruttate, per ridurre l´entità del debito contratto con il loro sfruttatore per arrivare da noi, iniziano a loro volta a far venire ragazze in Italia da sfruttare".
E´ un giro gestito da mafie di Paesi diversi, ma è l´albanese a distinguersi per particolare ferocia. Un caso per tutti, quello di una ragazza albanese portata in Italia a 14 anni, messa in strada, poi riuscita a fuggire tornandosene a casa: "Un giorno è arrivato il mio protettore con la sua banda. Sono entrati in casa con la pistola puntata, hanno picchiato mio papà, hanno violentato mia mamma davanti ai miei occhi. Quando hanno preso la mia sorellina di 10 anni ho detto: lasciateli in pace, torno con voi. Per loro ero una schiava e nient´altro". L´hanno ricondotta in Veneto, per sua fortuna è riuscita a trovare un´associazione di volontariato che l´ha tirata fuori dal giro. Ma la sua storia è quella di tante, che hanno come comune matrice la miseria. Le riassume la vicenda di Marina, ucraina, 20 anni, che batte tutte le sere sul Terraglio, a Frescada: "Ho cominciato a prostituirmi a 13 anni, a Kharkov; a 18 sono arrivata in Italia, prima a Bologna e adesso a Treviso. Avevo fame, e questo è il lavoro dove si guadagna di più". Anche per lei e le altre il Nordest è diventato l´eden degli "schèi".