Articolo da "L'Unione Sarda" del 23 settembre 2002.

Strada o alcova, le schiave raccontano

AMiroslava il suo boss ha detto che senza la prostituzione l’Albania avrebbe fatto di nuovo bancarotta. Ci sarebbero state altre rivolte, altre morti. «Un po’ alla volta l’economia albanese si sta risollevando, grazie a noi, sì proprio grazie a noi» ripete convinta Miroslava: «Nessuno dieci anni fa avrebbe immaginato che le albanesi potessero piacere così tanto agli italiani». Il suo boss le dice che dev’essere orgogliosa di ciò che fa per il suo paese, per i suoi fratellini, per i genitori. «In Albania stanno riaprendo negozi, alberghi, ristoranti, compagnie d’import-export e questo grazie ai trafficanti che prima mettono da parte un sacco di soldi con il nostro lavoro sulle strade italiane e dopo tornano in patria ad investire quanto guadagnato». L’alternativa era lavorare per le imprese italiane che operano in Albania: «Quando sono partita un operaio di una vostra fabbrica di scarpe guadagnava 150 mila lire il mese e una donna la metà. Non capisco perché in Italia vi meravigliate che gli albanesi vengano qua e si diano tanto da fare per guadagnare soldi velocemente. Ragazze come me prendono ottocento mila lire, a volte anche un milione a notte, e dovremmo restare in Albania a fabbricarvi scarpe o camicie o vestiti per settantacinque mila lire il mese?».

Il boss di Miroslava pretende che gli dia quasi tutto il suo guadagno. E se non lo fa, la picchia, e se lei volesse denunciarlo, e naturalmente non lo farà per paura, potrebbe anche ucciderla.

Miroslava ha diciassette anni e lavora tutta la notte in una strada di Milano. I suoi genitori sono convinti che si occupi dei bambini di una ricca famiglia. «Un giorno tornerò in Albania e porterò a casa un sacco di soldi» dice e ci crede.

Isabel Pisano la immagina perduta in una Milano indifferente e crudele, come lo è la maggior parte delle donne che ha incontrato e delle quali ha raccontato storia e sofferenze nel suo libro Io puttana. Parlano le prostitute (Marco Tropea Editore, pp. 254, 15,80 euro).

Non sono molto diverse le vicende di Pepa, Brigitta, Carmen, Silvia, Elisa, Eva. Centinaia di storie tutte uguali e diverse, con unico denominatore: la miseria che produce sfruttamento. La giornalista spagnola le ha raccolte in alcune città della Spagna e dell’Italia, lette nei giornali, ascoltate da altri. Ci ha scritto un libro perché, come scrive nell’introduzione, «le prostitute, attraverso i loro racconti, possono offrirci una descrizione dettagliata della geografia umana, vista dalla prospettiva più intima e segreta». Loro e nessun altro possono descrivere lo sfruttamento da parte delle mafie, il cinismo delle autorità, il disprezzo e la paura, la violenza e l’umiliazione.

«Una modesta raccolta di testimonianze di donne che esercitano la prostituzione in tutto il mondo» dice del suo libro Isabel Pisano, corrispondente di guerra per vent’anni - anche per Rai e Mediaset - a Baghdad, Tripoli, Sarajevo, Iraq, Libano e Somalia, autrice di un reportage di successo sui senza fissa dimora, Yo mendico, e di A solas con Arafat dove narra il suo incontro con il leader dell’Olp nel periodo in cui fu inviata speciale per Canale 5 in Palestina.

Un rosario di vicende che svela la bugia, «la più vecchia che l’uomo si sia mai inventato», e su cui è stato costruito “industrialmente” il mestiere più antico del mondo: la prostituzione è un abuso di potere e l’idea che le donne vendano il proprio corpo per libera scelta una cinica convinzione.

Assieme ad altre due compaesane arrivò a Baghadad, in fuga dal Kuwait invaso da Saddam Hussein. Le tre colf filippine speravano di trovare un lavoro per racimolare i mille dollari del biglietto aereo per ritornare in patria, a Manila, non potendo prelevare i propri risparmi depositati nella Banca del Kuwait in mano agli iracheni. Di domestiche e cameriere però non c’era un gran bisogno nella capitale irachena. Fu un giornalista italiano a suggerirle il modo per trovare il denaro: «Siete giovani e carine, vi potrei trovare dei clienti». Lui e i suoi colleghi avrebbero dovuto trascorrere alcuni mesi a Baghdad e frequentare le donne arabe è molto pericoloso.

Secondo Isabel Pisano, «il mercato di carne umana più grande del mondo è in Italia, dove gli sfruttatori vendono le ragazze al miglior offerente, per quaranta o cinquanta milioni di lire, in vere e proprie aste». Ma il nostro è anche uno dei paesi dove numerose sono le iniziative in soccorso alle prostitute, come l’opera di don Oreste Benzi, fondatore della comunità “Giovanni XXIII” presente in molte città italiane, in Bolivia e in Brasile dove aiuta le meninas de rua a lasciare la strada per spingerle a studiare.

La violenza, la sopraffazione, la miseria accomunano le meretrici di tutto il mondo: Jakova, 13 anni, che si prostituiva a Sarajevo per una sigaretta, innamorata di un casco blu francese che le portava cibi in scatola, saponette e dentifricio; Amparo, 22 anni, seviziata, umiliata da un padrone brutale che la costringeva a prostituirsi, Brigitta, 23 anni, austriaca, schiava del sesso e della droga.

Ci sono però anche Carlotta e Veronica che raccontano una storia diversa. Quella delle call-girls: cortigiane sofisticate, belle, eleganti, onerose. Non per questo più libere di scegliere, prigioniere anche loro di una triste storia personale, di un giro d’affari che arricchisce veramente solo chi lo gestisce. Una diversa forma di sfruttamento, secondo Isabel Pisano, che passa per le case d’appuntamenti, le agenzie, gli annunci nei quotidiani e nelle riviste. Questi ultimi rappresentano una percentuale molto alta del totale delle inserzioni, ovvero - se si considera il costo per annuncio - una delle maggiori entrate dei giornali. Un business che coinvolge molte persone, anche indirettamente, e che si regge sull’ambiguità di una società che mentre condanna una pratica non rimuove le condizioni che la favoriscono.

A conclusione del libro, dopo aver visto tutti i possibili volti della prostituzione, una domanda rimane in sospeso: che cosa si può fare?

Franca Rita Porcu