| Parla Keren Yedaya, la regista del film "Or" di Aldo Torchiaro Il quotidiano di Or è una successione senza fine di lavoretti, i più disparati: lavapiatti in un ristorante, donna delle pulizie per il condominio, assemblaggio di bottiglie di plastica usate, cercando di tanto in tanto di andare a scuola. Lo stato di salute di Ruthie diventa critico e, malgrado la tenacia, la giovane Or non riesce a far fronte alle necessità famigliari. Pur tra mille economie, le due donne finiscono entrambe per fare ricorso al proprio corpo. Lei è una regista donna e le due protagoniste del suo film sono donne. Eppure le donne sono le grandi sconfitte di questa storia.. Si, le due donne escono sconfitte ma solo perché fotografo la realtà, o comunque una realtà. Non è colpa mia se questa società impone troppo spesso ruoli e limiti che impediscono alle donne di emergere come dovrebbero. E’ una storia atipica, per il cinema israeliano. Israele è comunque il paese più ricco della regione... La ricchezza che circola in Israele, ed è tanta, va nelle tasche di alcune classi, dei grandi industriali, di alcuni gruppi di famiglie. Ma nelle periferie di Tel Aviv esistono realtà che rimangono in ombra, disoccupati, malati, immigrati ebrei ed arabi di serie b. Lei si considera una regista impegnata? Si, lo sono. Mi considerano così. Il mio è un cinema di denuncia. Si sente vicina al blocco pacifista di Shalom Achshav? Bhé, se devo dire la verità loro sono sin troppo moderati. Prendono finanziamenti da gruppi americani ed europei che hanno l’unico scopo di organizzare il foundraising. No, io sono indipendente di sinistra, ecco tutto. Qual è il messaggio “impegnato” che propone il film Or? Il messaggio di denuncia dell’esclusione sociale, ma anche la esplicita condanna della prostituzione. I giovani che vengono a vedere il film, spero, rifletteranno diversamente sul fenomeno. E vorrei anche che le donne sappiano riflettere. A quali riflessioni dovrebbero arrivare le donne? A non lasciare mai che gli uomini decidano della vita delle donne. Ad essere protagoniste della loro esistenza, indipendenti, e il più forte possibile. E a rifiutare la prostituzione, che è di per se stessa il simbolo del cedimento. Qualche donna in sala sembrava turbata dalle ripetute scene di sesso. Moraliste. Si, ce ne sono sempre. In Israele, poi, non ne parliamo. Ho filmato la vita di una prostituta, potevo farlo senza riprendere scene di nudo e di sesso? Andiamo. Queste sono ipocrisie! Il film non traccia però una prospettiva… La giovane Or accetta di fare la prostituta per l’agenzia di appuntamenti Sexesclusive, e va ad una festa per soli uomini. Ma non si spoglia, è incerta, non si capisce come va a finire… Si, l’ho fatto apposta. La prospettiva è aperta, perché il film non è un documentario. Ciascuno degli spettatori può immaginare il seguito del film. Ogni mio amico, dopo aver visto il film, mi ha descritto una conclusione diversa. E’ il bello di quando si lavora con la fantasia. La distribuzione come sta andando? E’ iniziata in Israele, dove ricevo molte critiche ma anche un buon successo di pubblico. Poi ho concluso un accordo a Cannes, per distribuire in Francia, e in questi giorni ho firmato un contratto a Roma, per la distribuzione in Italia. |
||