Articolo da "Il Manifesto" del 12 giugno 2004


Il Nepal del 21mo secolo non è solo trekking. E la spiritualità? Un ricordo
La tratta sul tetto del mondo
Il paese himalayano ormai al cuore di un commercio internazionale che ogni anno avvia alla schiavitù sessuale almeno 12mila minorenni

EMANUELE GIORDANA*
DI RITORNO DAL NEPAL
Lungo la strada che da Kathmandù conduce a Pokhara (che è poi l'unica percorribile del Nepal) l'arido paesaggio urbano della capitale, una piccola città gioiello che trent'anni di speculazione edilizia hanno trasformato in un inferno di mattoni e cemento, si stempera lungo le risaie coltivate a terrazza che digradano lungo la valle. Ma molta di questa geografia agricola appare in abbandono senza che la foresta, di cui l'ambiente nepalese ha ormai solo un vago ricordo, abbia riguadagnato gli spazi sottratti da millenni di lavoro umano ai pendii scoscesi del paese delle nevi perenni. Il percorso è un susseguirsi di tornanti e di buche con un asfalto malmesso e un'insistente presenza di check point, che dovrebbero avere la funzione di filtrare le bande dei maoisti che infestano metà del paese e che ormai hanno basi e armi anche nella capitale.

Villaggi in difficoltà

Sacchetti di sabbia, garitte e ufficiali puntigliosi sono il biglietto da visita dei pochi villaggi lungo la strada che porta al lago di Pokhara, ingresso turistico principale ai trekking sull'Himalaya. Villaggi dove un'umanità in difficoltà si trascina lungo spiazzi con enormi pozze di acqua e di fango e dove bancarelle con poco appeal offrono banane e noccioline ai camionisti e ai rari turisti di passaggio, cui i tour operator consigliano di prendere i diversi voli che collegano la capitale all'énclave circondata dal filo spinato del turismo d'alta quota.

Alla strada principale confluiscono tutte le vie secondarie, i sentieri e i tratturi che portano ai villaggi dell'interno, dove resistono i segni della vecchia tradizione architettonica nepalese, con le lunghe case a due o tre piani protette da un piccolo portico e dipinte con colori pastello. Costruzioni che una volta ingentilivano, nobilizzate da infissi lignei istoriati e cesellati, anche le vie della capitale, ma che ormai sono scomparsi divorati da un'edilizia di cubicoli di mattoni e cemento armato che sta facendo di Kathmandu, un grosso villaggio ancora negli anni settanta, una megalopoli che ha inglobato due altre cittadine in un'enorme periferia con oltre un milione di abitanti che cresce senza pianificazione.

Nei villaggi si vive forse peggio. Non è solo l'insicurezza per le scorribande della guerriglia o per i raid di un esercito che non va per il sottile, ma il fatto che gli investimenti nel sociale in Nepal, benché sia un grande recettore di aiuti internazionali, sono un'opzione sconosciuta. Scarse le scuole, assenti i posti di salute pubblica e nessuna difesa dall'invasivo ingresso della malavita nella vita tradizionale delle comunità di agricoltori e pastori della montagna.

Commercio lucroso

Proprio nei villaggi dell'interno infatti, le mafie nepalesi e indiane hanno organizzato negli ultimi anni un lucrosissimo commercio. Quello degli esseri umani, possibilmente di sesso femminile e all'occorrenza minori.

Secondo stime ufficiali sono almeno 12mila i minorenni che ogni anno entrano in questo lucroso mercato che esporta all'estero manodopera sessuale a basso costo o piccoli schiavi per le faccende domestiche in qualche ricca famiglia indiana o del Golfo. Maiti Nepal, l'organizzazione non governativa più nota nel paese e che lavora nel campo del recupero di chi riesce a sgusciare dalle strette maglie della mafia del traffico umano, ha fatto i suoi conti. Bishwo Ram Khadka, il portavoce dell'associazione, ritiene che «ogni mese almeno venti ragazze escono attraverso circa 26 transiti di frontiera con l'India, il che fa 520 ogni mese, oltre seimila in un anno. Nella sola India pensiamo che ci siano tra le 150 e le 300mila ragazze nepalesi che vengono prostituite nei bordelli di città come Bombay, Puna, Surat o Delhi».

Bishwo, che prima lavorava nel settore commerciale, è stato colpito dall'incontro con Anuradha Didi, che è l'anima di Maiti. E' una donna di poche parole e a cui è difficile dare un'età. Assieme dirigono una vera e propria macchina che tenta di riscattare questi giovani disperati. Ma è una goccia nel mare. Nel 2003 sono riusciti a riportare a casa 52 ragazze. Ma «riportare a casa» non è il termine giusto.

Impossibile tornare

In una società come quella nepalese, dove la condizione della donna è molto arretrata, tornare a casa da un bordello di Bombay, magari con un figlio a carico, non è più possibile. Non importa se sei stata convinta con un falso matrimonio, con la promessa di un lavoro o semplicemente venduta da qualche ragazzo del villaggio che aiuta a organizzare il sequestro con i mafiosi della capitale. La percentuale di richieste di ricerca di una figlia scomparsa che arrivano a Maiti del resto, parla da sola: soltanto 13 in un anno. Ignoranza, povertà, scarsa coscienza e scarso accesso ai servizi sono tra le cause che, oltre a consentire lo sviluppo della tratta, finiscono per favorirlo.

Le ragazze sequestrate o che la comunità rifiuta, magari per una gravidanza indesiderata, finiscono così in un buco nero. Dal quale vengono smistate prima in India e poi verso nuove destinazioni, come i paesi del Golfo o la Malaysia. Le gravidanze indesiderate in Nepal sono casi frequenti. Al centro di salute di Kirtipur, che è sostenuto con i finanziamenti dell'ong italiana Aidos, spiegano che solo il 7,4% delle donne ha accesso a personale specializzato durante la gravidanza. «Il che vuol dire - spiega la dottoressa Tara Shakja - che ogni anno muore una puerpera su 32: cioè che il 20% delle donne in età riproduttiva, muore di parto o di complicazioni legate alla gravidanza». E non avere accesso ai centri di salute significa, oltre a ignorare i propri diritti, cadere facilmente vittima di una gravidanza indesiderata, magari fuori dal matrimonio. Che se va a buon fine, può significare l'esclusione sociale delle puerpere. Nelle campagne questa situazione è ancora più evidente. E una ragazza madre è facilmente preda dei boss della tratta. Che godono di larga impunità.

Il quadro legale è inesistente e la polizia, in Nepal, si occupa d'altro. I grandi trafficanti, fu il caso nel `91 di una tenutaria di tre bordelli in India con oltre 300 ragazze, la fanno franca. La tenutaria in questione, tradotta in Nepal e condannata a 17 anni di prigione, dopo cinque riuscì a ottenere un nuovo verdetto e la liberazione. Secondo Maiti fu la pressione dei politici locali, la cui campagna elettorale veniva finanziata coi soldi del traffico, a far liberare il tesoriere delle loro fonti di sostegno finanziario.

Nascere donna è un brutto affare

Nascere donna non è un buon affare in Nepal. Soprattutto nelle campagne. L'età del matrimonio di una ragazza è di 16 anni e mezzo in campagna, 17 in città. Il matrimonio può anche trasformarsi in una galera (facilmente è combinato dalle famiglie) e non ci sono che pochi consultori cui rivolgersi. Nei pochi centri di salute (Kirtipur è un'eccezione perché il personale è tutto femminile) di solito i medici sono maschi, il che scoraggia molte ragazze a confidare problemi di ordine sessuale.

Benché dopo una lunga battaglia l'aborto sia ora legge dello stato, la mentalità non è ancora molto cambiata: prima del marzo 2002, praticare un aborto era considerato un crimine anche in caso di stupro o incesto. «Per le donne arrestate per un aborto, e benché la legge prevedesse un massimo di cinque anni di carcere, vi sono state sentenze sino a 20 anni di reclusione», spiega Chatra Bahadur Giri, dell'Associazione per la pianificazione famigliare del Nepal (Fpan), la più grossa ong del paese. L'associazione è presente in 32 distretti e fornisce servizi, tra l'altro, in 530 cliniche rurali e in una settantina di centri comunitari di distribuzione, spesso piccole stanze in terra battuta dove si possono avere informazioni o semplicemente ricevere gratuitamente i preservativi. Ma anche qui ci sono parecchie difficoltà. Non solo quelle culturali o quelle legate a un sistema sanitario abbastanza disastrato e con pochi mezzi, ma anche per via delle politiche di «aiuto» esterno.

Da quando Bush è in carica, gli Stati uniti hanno drasticamente tagliato i fondi che, nel caso del Nepal, andavano a coprire gran parte della spesa pubblica per la distribuzione di condom. Benché si sia tentata la strada di altri donatori (gli europei restano più sensibili al tema), il taglio si è tradotto con una netta riduzione nella distribuzione di preservativi e nella difficoltà a finanziare programmi sulla cosiddetta «salute riproduttiva»: cioè spiegare a ragazzi e ragazze come gestire la propria sessualità. E proteggerli dalle mafie locali sempre in cerca di materiale umano.

*Lettera22