foto: David Scheinmann
Articolo da "La Repubblica" del 6 settembre 2003
Nuove schiave, un business per le mafie di mezzo mondo
L´incasso di 70mila lucciole: 26 miliardi di euro l´anno
Quando la legge Merlin nel ´58 chiuse le 560 "case" italiane, le prostitute schedate erano meno di novemila
Mentre va in parlamento la bozza della nuova legge, le stime parlano di una cifra sette/otto volte più alta
Soltanto le quattro "cupole" italiane hanno lucrato nel 2002 più di duemila miliardi
Ma oggi gli sfruttatori hanno nuovi nemici: le unità di strada e i "clienti-salvatori"

MASSIMO DELL´OMO
Quando il 20 settembre del '58 la legge Merlin liberalizzò la prostituzione chiudendo i 560 bordelli italiani, le "professioniste" che ci lavoravano erano 2.700, e 6mila quelle autorizzate ad esercitare in casa previo periodico controllo medico. Oggi - abolita la vecchia schedatura - non esistono cifre precise, solo stime costruite da flussi incrociati: i dati delle forze dell´ordine, e il monitoraggio di una settantina di associazioni che si occupano del fenomeno assistendo le donne e aiutandole, nel caso di prostituzione coatta, a uscirne. Sulla base di questi dati la Commissione affari sociali della Camera ha parlato di 50-70mila prostitute. Di 70mila prostitute parla anche il «prete da marciapiede», don Oreste Benzi fondatore della Comunità "Giovanni XXIII". Dimezzano invece la stima le altre maggiori associazioni come Parsec, Gruppo Abele, On the road, Magliana 80 e l´ormai storico Comitato per i diritti civili delle prostitute di Carla Corso e Pia Covre. Si colloca a metà strada l´Ufficio europeo per l´immigrazione, secondo il quale le sole straniere sarebbero 25mila e rappresenterebbero il 60 per cento nel mercato della prostituzione.

Sta di fatto che nel raffronto tra la situazione del '58 e quella attuale - in vista della nuova legge che ricomincerà il suo iter in parlamento la settimana prossima - non c´è solo un salto quantitativo. Ce n´è anche uno qualitativo. Al di là delle intenzioni della senatrice Merlin, che certo non poteva prevedere né le trasmigrazioni africane né il crollo del muro di Berlino, la gestione della prostituzione è passata dallo Stato, che controllava le case chiuse, alla criminalità che controlla le strade: prima quella italiana, poi quella nigeriana e, a seguire, albanese, russa, rumena, frammentatesi, infine, in gruppi misti. Fatta eccezione per il giro nigeriano, più impermeabile. Nota Cataldo Motta, procuratore aggiunto di Lecce che «i gruppi criminali sono passati da una logica di schieramento ad una logica commerciale, le storiche appartenenze non sono più considerate un ostacolo alla collaborazione finalizzata allo svolgimento di attività criminose...». Conviene a tutti collaborare: maggiore è la conflittualità, maggiore è la repressione. Troppo il denaro in gioco (dopo la droga e le armi, è il business più lucroso) per rischiarlo in faide di nazionalità e di competenze territoriali come accadeva nei primi anni '90. Di quanti soldi parliamo?

Ci sono gli indicatori reali e le stime presunte. Una ragazza rumena di 22 anni che lavorava alla periferia di Piacenza ha raccontato alla polizia - alla quale si era rivolta per sottrarsi allo sfruttamento - di aver guadagnato 35mila euro in tre mesi (Ansa, 24 luglio). Gemma, nigeriana dei Castelli romani, ha detto di arrivare fino a trenta clienti al giorno. Anche al minimo della tariffa (15 euro) e per 25 giorni al mese si arriva alla stessa cifra della ragazza rumena. Ciascuno può sbizzarrirsi a calcolare il guadagno annuale. L´Eurispes, sulla base della relazione della Commissione antimafia, ha stimato in 2.240 milioni di euro i proventi della prostituzione per le sole quattro cupole italiane ('Ndrangheta, Cosa nostra, Camorra e Sacra corona unita) nel 2002. La Commissione Affari sociali della Camera ha stimato il "fatturato" annuo tra i 16 e i 26 miliardi di euro.

A fronte di queste stime c´è un solo dato certo. Che i prezzi della prostituzione di strada sono rimasti invariati da almeno quindici anni ancorando, in qualche maniera, anche le tariffe da appartamento. Ciò si spiega con le diverse ondate migratorie che hanno investito l´Italia a partire degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta: ogni volta le immigrate, oltre a rappresentare una novità, si offrivano al prezzo più basso esistente sul "mercato": un po´ come è successo con le donne di servizio. Cominciarono le nigeriane che giunsero in Campania, al seguito degli uomini, per la raccolta dei pomodori. La novità esotica, che costava meno dell´italiana, piacque e si diffuse progressivamente in tutto il Paese. Seguì il flusso delle sudamericane e dall´ex Jugoslavia (fino ai primi anni Novanta i criminali di questa nazionalità erano in testa alla classifica delle denunce per sfruttamento, ora sono all´ultimo posto). Una vera e propria invasione fu quella delle albanesi, seguite, più tardi da migranti dell´ex blocco sovietico. Il Tampep (Trasnational aids prevention among migrant prostitutes in Europe project) aveva riscontrato nel '93, in Europa, la presenza di prostitute provenienti da 12 Paesi diversi; nel '99 i Paesi di appartenenza sono diventati 25. La stima può essere calata pari pari in Italia. Come indice basti il dato che tra le 39 prostitute uccise per strada tra il '99 e il 2000 c´erano anche una donna sudafricana, una domenicana, una greca e una della Nuova Caledonia.

Le provenienze largamente predominanti sono quattro, riconducibili ad altrettanti sistemi di sfruttamento. Li spiega Francesco Carchedi, sociologo-ricercatore, ex collaboratore del ministero per le Pari opportunità e autore di diversi libri sull´argomento. C´è il modello albanese a tempo indeterminato, basato - almeno inizialmente - sulla coercizione violenta; il modello nigeriano a tempo negoziabile nel quale la ragazza stabilisce in quanti anni pagare il debito (usuraio) contratto per venire in Italia; il modello dell´Est europeo che è un misto tra i primi due (sia coercitivo sia negoziabile) e che comprende anche forme di prostituzione occasionali come quella esercitata durante i tre mesi concessi dal visto turistico; il modello latino-americano, largamente negoziato, alternato, quasi sempre, ad altre attività lavorative. Sono modelli-prototipo, spiega Carchedi, che si vanno evolvendo rapidamente in rapporto sia alle nuove norme sull´assistenza - l´articolo 18 del Testo sull´immigrazione - sia a quelle sulla repressione, come la legge approvata il 30 luglio, che ha inasprito le pene equiparando lo sfruttamento alla riduzione in schiavitù.

Diventa sempre più difficile, e molto più rischioso, basare il rapporto con le ragazze solo sulla violenza. Lo raccontano i dati raccolti da Carchedi. Tra le nigeriane, che rappresentano quasi il 60 per cento del "mercato" (stima Affari sociali), le donne prese in carico dai progetti di protezione (dal marzo 2000 al febbraio 2001) sono 2896. Tra le albanesi (14 per cento del mercato) sono 864. Con una differenza sostanziale: tra le nigeriane sono pochissime quelle che hanno denunciato gli sfruttatori confermando il rapporto "morbido" con loro; quasi tutte le albanesi invece lo hanno fatto raccontando storie di violenze inaudite. Ora è in atto una riconversione sia verso la prostituzione d´appartamento, sia nell´attenuazione dei vincoli di assoggettamento. Perché sul marciapiede, negli ultimi anni, gli sfruttatori hanno nuovi nemici. Oltre alle forze dell´ordine c´è il cosiddetto "cliente-salvatore" e le unità di strada delle associazioni di assistenza.