Articolo da "L'Arena-il giornale di Verona" del 5 novembre 2003
LEGNAGO. Alla Domus Pacis si è discusso di come contrastare il fenomeno sul quale è stata fatta anche una tesi di laurea
Una «capitale» per le lucciole
In percentuale ci sono più prostitute che a Verona e sono tutte africane

di Daniela Andreis
Legnago . Legnago è una buona piazza. Più a buon mercato di quella veronese, ma certamente la nostra città è, dopo Verona, la seconda zona prescelta dal racket per far soldi con la prostituzione di ragazze. Lo dicono i numeri di una realtà sotto gli occhi di tutti e che è «stabile»: non accenna a diminuire e, per rendere difficile la vita alle forze dell’ordine che tentano di contrastare il fenomeno controllando se le prostitute locali siano in regola con i permessi di soggiorno, le lucciole cambiano di continuo, sicché è più facile evitare il loro arresto per violazione della legge in materia di immigrazione.

Le prostitute a Legnago sono 23. «Sono tante, rispetto Verona», ha esordito Giorgio Malaspina della comunità Papa Giovanni XXIII, l’associazione che lunedì sera ha organizzato alla Domus Pacis un incontro per spiegare le dimensioni del fenomeno nella Bassa e nel Veronese e per promuovere la proposta di legge, di iniziativa popolare di cui è primo promotore don Oreste Benzi, in contrasto con il disegno della riapertura delle case chiuse, «basti pensare che alla stazione Porta Nuova ce ne sono circa 35». Poi vi sono altre zone a Verona dove si trovano le prostitute. Ma Legnago è una piazza ben «fornita»: le aree dove svolgono la professione sono la Zai di San Pietro, via Mantova e via Lungo Bussé. Sono tutte di origine africana: «Non vi è nessuna ragazza dell’Est, l’altro grande bacino al quale la malavita attinge per inviare prostitute in Italia. Anche in questo ambiente esiste razzismo. Le donne di colore si trovano in piazze meno "prestigiose" e sono meno costose, mentre le bianche battono in città, a costi ben superiori», prosegue Malaspina. La maggioranza della prostitute di Legnago ha un bassissimo livello scolastico e proviene dalle aree più povere dei loro paesi - Nigeria, Liberia, Ghana, Senegal, Kenia - dove vivono in villaggi rurali o bidonville. Anche loro, come tutte, vengono attratte - l’intermediario in genere è una «madama» - dalla prospettiva di lavorare in Occidente, di essere assunte in fabbrica, di fare le parrucchiere o altre mestieri normali, ma poi finiscono in strada. Quasi nessuna possiede i permessi di soggiorno, perché gli vengono sequestrati non appena varcano la frontiera, «in modo che non siano più nessuno», ha detto Malaspina. Raggiungono Legnago da Verona dove vivono in 3-4 per appartamento nelle zone di Porta Vescovo, Veronetta e San Giovanni Lupatoto.

Anche le prostitute locali lavorano per saldare grossi debiti, anche fino a 60 mila euro: si tratta di un impegno che le ragazze prendono con chi le aiuta ad arrivare in Italia, firmando un contratto che diventa un sistema di ricatto vero e proprio. «Anche perché oltre a saldare il debito», ha detto ad un certo punto Serena Tacchini dell’associazione Papa Giovanni XXIII, attiva nell’Unità di strada, il servizio di volontari che contatta le prostitute con l’intento, se possibile, di toglierle dalla strada, «debbono pagarsi l’affitto, le spese quotidiane e spesso anche inviare soldi alla loro famiglia rimasta in Africa». A convincerle a resistere a queste condizioni di vita oltre a botte, violenze di ogni genere, ci pensano i connazionali i quali, prima di spedirle a prostituirsi, le sottopongono a riti Woodoo, pratica tra la religione e la stregoneria: «Viene insinuata loro la convinzione», spiegano i volontari dell’unità di strada, «che sgarrando possono morire o diventare pazze». Ed alcune, purtroppo, «pazze» lo diventano sul serio: «Dopo qualche anno di questa vita certe ragazze non sono più recuperabili. Vanno letteralmente "fuori di testa"». A Legnago per tentare una salvezza esiste una casa d’accoglienza. Alcune ce l’hanno fatta.

Una mano al contrasto del fenomeno la dà il comando dei carabinieri che da gennaio ad oggi hanno fatto otto «retate», proponendo 42 espulsioni, effettuando 27 arresti ma per violazione delle norme sull’immigrazione, perché la prostituzione non è vietata.