Articolo da "Il Manifesto" del 6 aprile 2008


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Arcipelago prostituzione
Tra schiavitù, bordelli e riscatto, l'universo del sesso a pagamento
«All'aperto e al chiuso», un'indagine di Francesco Carchedi e Vittoria Tola, che racconta di vite non risolvibili in chiave di ordine pubblico
Enrico Pugliese
Le virili esternazioni del generale Del Vecchio - non si capisce se, come e quanto smentite - toccano, con la proposta di aprire dei bordelli per soldati, anche la questione della prostituzione. Giacchè si tratta di una questione seria - sulla quale fioccano luoghi comuni e incomprensioni - vale la pena di entrare nel merito, in ciò aiutati dal libro a cura di Francesco Carchedi e Vittoria Tola (All'aperto e al chiuso: prostituzione e tratta) appena edito dall'Ediesse (Roma), che è riferito soprattutto alla prostituzione straniera.
Si tratta, come è noto, di un fenomeno prevalentemente, ancorché non esclusivamente, femminile. E' un po' meno noto, invece, che gli sfruttatori sono solo in maniera prevalente, e quindi non esclusivamente, uomini: è recente infatti la comparsa di donne italiane e straniere tra gli sfruttatori e gli organizzatori della prostituzione. Ma l'aspetto più interessante è il continuo susseguirsi delle nazionalità maggiormente coinvolte nella prostituzione e nel traffico, cioè sia tra le vittime che tra gli sfruttatori. Alcune caratterizzano, per così dire, un periodo per poi perdere di rilevanza, cedendo il campo ad altre. Si spostano poi nelle diverse città e nelle diverse regioni, anche in rapporto al grado e alle caratteristiche della repressione.
Attualmente nell'uno e nell'altro campo (cioè tra le vittime come tra gli sfruttatori) c'è una notevole prevalenza di rumeni. In passato - e fino a non molto tempo addietro - nell'ambiente dominava la presenza albanese. E tutt'ora qualche piccolo gruppo di delinquenti albanesi impone il suo controllo su ragazze rumene. E ancora, una volta la prostituzione nigeriana era la più visibile, anche se non la sola dominante, fino a che non è stata sgominata attraverso una serie di operazioni repressive, spesso improvvide, che hanno in sostanza finito per colpire soprattutto le stesse vittime. Questo per dire che il susseguirsi delle nazionalità non è casuale: esso è effetto della repressione(anzi della qualità della repressione) ma anche del fatto che il miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità di alcuni gruppi può ridurre la necessità di prostituirsi (come nel caso albanese).
Anche il tipo di relazione tra racket e donne prostituite, cioè costrette o convinte alla prostituzione, è andato cambiando. E' interessante al riguardo notare l'adeguamento del comportamento delle organizzazioni criminali operanti nel settore al nuovo contesto italiano. Come notano Carchedi e Tola le nuove modalità di sfruttamento e in generale di relazioni tra prostitute e sfruttatori sono diverse dal passato e soprattutto diverse da quelle che dominano nell'immaginario. «Queste modalità appaiono improntate non più tanto sulla coercizione bieca e violenta quanto sulla ricerca quasi ostinata da parte delle organizzazioni criminali di un modus vivendi accettabile per le donne invischiate nei meccanismi di sfruttamento».
Questo non riduce affatto il carattere criminale dell'attività di lenocinio e di traffico. Secondo quanto dichiara ai ricercatori un funzionario di polizia, si tratta «della ricerca, da parte delle organizzazioni criminali, di rapporti umani di sfruttamento di umanizzare lo sfruttamento sessuale per evitare conflitti incontrollabili che possono mettere a repentaglio le organizzazioni medesime». Insomma gli sfruttatori non sono diventati più buoni: i comportamenti più umani servono solo a ridurre i rischi. Queste considerazioni mostrano come sia importante non fermarsi alle apparenze valutando bene i fenomeni che si osservano. Così, ad esempio, gli autori della ricerca si sono domandati se «la riduzione numerica della presenza delle donne straniere che esercitano la prostituzione» osservata negli anni del governo Berlusconi fosse effettiva oppure «se non si stesse verificando una trasformazione dell'esercizio della prostituzione attraverso il passaggio delle protagoniste dalla strada alle case al chiuso» causa i maggiori controlli. Purtroppo dalla indagine risultò vera questa seconda ipotesi.
Le inutili retate
Questo dimostra per l'ennesima volta che non è con la repressione che si può far fronte a un fenomeno serio e per molti versi drammatico. Le retate e l'inasprimento dei controlli hanno sicuramente messo in difficoltà qualche trafficante e qualche sfruttatore. Ma hanno messo soprattutto in difficoltà - e perseguitato fino al rimpatrio forzato - qualche povera disgraziata, costringendo le altre a esercitare la prostituzione in ambienti diversi: cioè al passaggio «dall'aperto al chiuso», per parafrasare il titolo del volume. Intendiamoci: a volte, quando l'attività è autogestita o quasi, la scelta può risultare più opportuna perché più sicura. Ma non sempre. Ci sono, dal punto di vista delle prostitute, dei pro e dei contro per l'una e per l'altra scelta e non a caso si registrano dei passaggi in entrambe le direzioni.
Un'altra tematica affrontata utilmente nel libro è quella della dimensione del fenomeno. Abbiamo in Italia ormai un paio di milioni, o giù di lì, di immigrate (tra regolari e irregolari, e all'interno di queste ultime, clandestine). Secondo i calcoli di Carchedi e collaboratori, nella prostituzione - che peraltro non è solo femminile - sono coinvolte invece alcune decine di migliaia di persone. Insomma si tratta di un fenomeno di portata significativa, ma da collocare nella sua giusta dimensione.
La ricerca sulla quale si basa il libro di Carchedi e Tola non consiste semplicemente in una analisi della prostituzione straniera. Questa serve solo da sfondo per meglio comprendere il funzionamento e i risultati di un intervento sociale molto importante che è quello del recupero delle persone vittime della tratta e delle forme di sfruttamento schiavistico a norma dell'articolo 18 della legge Turco-Napolitano. E qui, per inciso, va sottolineato che - così come originariamente concepito - questo intervento si colloca assolutamente fuori da qualunque norma di «legislazione premiale» (come quella riguardante i pentiti).
Infatti le vittime del traffico e dello sfruttamento sessuale non devono (o comunque non dovrebbero) essere protette solo e nella misura in cui denunciano i loro sfruttatori, bensì per il fatto che intendono sottrarsi a quelle forme di sfruttamento e oppressione (anche se nel periodo bossifiniano si è cercato di riportare l'intervento nell'ambito della legislazione premiale). Il volume dedica infatti parecchio spazio al resoconto dell'attività del progetto «Roxane» - al quale partecipano diversi degli autori dei testi contenuti nel volume - volto appunto al recupero delle vittime della tratta attraverso processi di reintegrazione.
Entrando anche nel merito dell'interpretazione generale del fenomeno e dalla portata della «tratta», l'immagine corrente - tra il romantico e il razzista- vede in primo luogo la presenza di persone che, con raggiri o con violenza, convincono queste future prostitute, magari minorenni, a seguirle in Italia dove poi saranno costrette con le più abiette forme di violenza a vendere il proprio corpo e a essere trattate come merce: ad esempio con la compravendita di prostitute-schiave da parte delle bande criminali di cui sopra. Non che questi estremi non esistano. Anzi, alcuni casi del genere sono registrati in atti giudiziari (e il libro ne documenta qualcuno). Il problema è che si tratta appunto di casi estremi, che sarebbe assolutamente scorretto generalizzare. La prostituzione e il traffico si presentano, come un complesso arcipelago di situazioni che vanno dal caso estremo prima accennato all'altro della libera scelta di intraprendere l'attività di prostituta (o prostituto) magari appoggiandosi anche a qualche protettore, a livello individuale o in gruppo.
E' qui interessante il rapporto tra i risultati delle ricerche e le fonti. A seconda delle fonti usate, si registra meglio l'uno o l'altro aspetto della questione, si vede meglio una o un'altra dimensione del fenomeno. Ad esempio, se la ricerca è svolta soprattutto sulla base di fonti giudiziarie, emerge necessariamente un quadro più truculento per il semplice fatto che si analizzano i casi più gravi (quelli che appunto arrivano alla polizia e al tribunale).
Anche nel libro un intero capitolo, basato su questo tipo di fonti, presenta una sorta di panoramica degli orrori che si registrano nel rapporto tra sfruttatori (e trafficanti) e prostitute con casi di effettiva riduzione in schiavitù e con le più bieche pratiche di assoggettamento, con violenza psicologica e fisica (e con la pratica dello stupro in primo luogo). Si tratta di storie di minorenni, di ragazze ingannate e poi segregate da trafficanti e lenoni, capaci di pratiche orribili. Ma questi casi, che attraggono attenzione morbosa, e sono largamente pubblicizzati, sono minoritari. C'e chi si offre spontaneamente e sa (più o meno) che tipo di iter deve affrontare per poter prostituirsi in una delle città del ricco occidente. Ma anche in questi casi - anche se non c'e violenza o coercizione - la tragedia è spesso evidente e riflette i rapporti tra nord e sud del mondo. La prostituzione non è più - come era nelle migrazioni di altre epoche - solo il risultato del fallimento dell'esperienza migratoria: queste donne a volte partono per necessità e con l'obiettivo di sopravvivere nelle condizioni di sex worker (come si dice ora), più o meno libere, più o meno oppresse, più o meno malmenate e in qualche caso ridotte in schiavitù.
Il nodo clienti
Senza alcuna morbosità il libro illustra anche la figura del cliente, anzi dei clienti: una platea molto variegata. Non mancano quelli con varie fissazioni, tra le quali domina la preferenza per le minorenni, ma è anche piuttosto diffusa quella per il sesso non protetto. I puttanieri - mostra la ricerca - sono molto diversi fra di loro per abitudini, morale, censo e condizione sociale. Perciò se da un lato non è il caso di sviluppare militaresche attività di lenocinio, d'altra parte sarebbe irresponsabile prendersela con tutti i clienti, proponendo che vengano perseguiti in quanto tali, come ogni tanto fa qualche politico o qualche esponente istituzionale in cerca di notorietà. Comunque, le richieste di prestazioni particolari da parte dei clienti riflettono anche le differenze sociali tra di loro: i fetentoni di alto livello preferiscono «il chiuso» rispetto a «l'aperto». Essi non vogliono pubblicità ma sembra tuttavia che si conoscano fra di loro: una sorta di compagni di merenda.
Tornando alla questione della repressione, le donne e gli uomini prostituiti e le transessuali che accedono a servizi di recupero come quello di «Roxane» vi arrivano attraverso canali vari. C'e innanzitutto il lavoro degli operatori di strada che prendono contatto con le vittime girando per i luoghi di aggregazione. E questo è un canale molto significativo. C'è un altro canale interessante, che può essere ulteriormente sviluppato, rappresentato dai servizi sanitari che, nel fornire assistenza, possono informare le prostitute delle opportunità date dall'articolo 18.
C'è poi una categoria complessiva alla quale gli autori della ricerca danno il nome di «amici e conoscenti», tra i quali sono presumibilmente compresi anche i clienti che non intendono essere chiamati in causa. Infine solo nell'1% dei casi è stato dichiarato che l'informazione è stata data dal cliente: meglio di niente. Ma l'aspetto più interessante in tutto ciò è che solo una quota modesta (10%) è avviata al servizio dalla polizia. E questo è espressione del fatto che gli organi di repressione preferiscono spedire le vittime dei circuiti della prostituzione nei Cpt, se irregolari, o in galera, se presunte colpevoli di qualche reato, anziché aiutarle a trovare possibilità di recupero e reinserimento. Ma anche questo non è vero in assoluto: si trovano spesso anche tra le forze dell'ordine funzionari disposti ad aiutare in questa operazione di riscatto.
Insomma si tratta di una situazione complessa e per qualche verso contraddittoria che la ricerca militante di Carchedi e Tola aiuta a leggere fuori dalla morbosità e dai luoghi comuni. Un grosso impegno è quello in direzione della «riduzione del danno», mentre interventi come quelli del (tuttora) candidato del Pd tradiscono non solo la resistenza ma anche la voglia di perpetuarlo ed estenderlo.
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