Articolo tratto da "La Stampa" del 2 agosto 2002.
Schiavitù sessuale, con marchio di qualità

AVEVO una certa stima per Mme de Panafieu. Un'evidente complicità ci legava quando, di fronte a una telecamera o a un microfono, parlavamo delle donne che rivendicano l'eguaglianza, e prima di ogni altra cosa la loro dignità. Ed ecco che essa si pronuncia pubblicamente per la riapertura dei bordelli. Per lottare contro la prostituzione, dice. Il fatto che non veda alcuna contraddizione tra questa proposta e la difesa della parità in politica - ossia il diritto della donna a essere cittadina a pieno titolo - mi lascia di stucco. Mettere, dietro una porta chiusa, una donna a disposizione degli appetiti sessuali degli uomini in cambio di denaro le sembra andare nel senso di quella dignità che viene reclamata dalla grande maggioranza delle donne? Crede essa davvero che organizzando la prostituzione, dandole delle leggi e le sue specifiche regole corporative, sia possibile sopprimere l'altra prostituzione, quella clandestina, quella delle bande e della strada? Non capisce che così facendo ottiene il solo risultato di creare, parallelamente alla schiavitù sessuale delle donne (e sempre più anche degli uomini) controllate dalla mafia internazionale, un'altra schiavitù, confortevole, con il marchio di qualità, iscritta nei registri della polizia, sottoposta ai debiti controlli sanitari, e che rivendicherà forse un giorno le 35 ore? Essa viene incontro in questo modo alla comprensibilissima esasperazione di una parte di coloro che vivono nelle vicinanze di luoghi «caldi». Lo spettacolo li infastidisce. Ma dobbiamo agire solo per celare agli occhi di qualcuno questo vero e proprio flagello, per occultare quei seni che non sopportano di vedere? Nascondendo il male - agli occhi di certuni - e istituzionalizzandolo come un cancro, correremmo innanzitutto il rischio di indebolirne la percezione dandogli una collocazione ufficiale nella nostra società. La prostituzione è il parossismo del non-potere di una donna su se stessa. Sul suo corpo, sulla sua affettività, sulla sua vita. La donna merce, cosificata, è venduta al miglior offerente, alla più squallida canaglia. Magnaccia o banda organizzata. In Francia, decine di migliaia di donne (su scala planetaria si arriva alle centinaia di migliaia) sono così consegnate al peggiore dei destini possibili. Checché se ne dica, fare del proprio sesso l'oggetto di uno scambio denaro-piacere non è mai il risultato di una libera scelta. La verità è l'onnipresenza di rapporti di forza socioeconomici che annullano ogni libertà. Si sente dire da più parti che certe donne si adattano bene - talvolta con piacere - alla prostituzione. Io affermo il contrario. Eccettuate alcune sessualità particolari, confinanti con la nevrosi, nessuna donna vuole, prostituendosi, uccidere in se stessa la donna e il suo libero desiderio, la donna e il suo libero piacere. Interpretare "Il mio corpo mi appartiene" delle femministe come il diritto di venderlo è un non senso. E la totale negazione della miseria, dello sradicamento e dell'incultura, oltre che dei misfatti della globalizzazione mercantile. Non è forse la globalizzazione che getta sui marciapiedi delle grandi città centinaia di migliaia di bambini in pasto ai tour operator del sesso? Nessuna donna - né in Tailandia né in Bulgaria né in Francia - sceglie di alienarsi da se stessa e dal proprio corpo. Tutte hanno sognato un lavoro ben remunerato e un'integrazione sociale. Ma si sono trovate prigioniere della povertà, dei prosseneti e delle bande mafiose. Forse che si sceglie di essere il bestiame di cui fanno commercio, da Parigi a Rio o a Nairobi, gli specialisti della tratta delle donne? È dunque chiaro che riaprire le case chiuse è l'esatto contrario di una soluzione del flagello della prostituzione. Che cosa propongo? Di andare fino in fondo alla logica di questa lotta. La prostituzione è l'offerta, i clienti sono la domanda, e se la domanda è messa fuori legge la prostituzione scompare. In concreto, bisogna perseguire il consumatore. E non ci si deve accontentare di punire soltanto colui che "consuma" dei minori, come stabilisce la legge del 4 marzo 2002, bloccata nel suo slancio dall'opposizione - come sempre misogina - del Senato. È l'unica via possibile. Sogno? Utopia? No. Certi paesi stanno pensando seriamente a modificare la loro legislazione in questo senso. E ce n'è uno - la Svezia - che l'ha già fatto. Oggi in Svezia i clienti delle prostitute sono considerati dei delinquenti, e condannati. Responsabili e colpevoli. Ciò riduce le speranze, e i profitti, dei mercanti del sesso. Il risultato? Le prime statistiche pubblicate in Svezia sono particolarmente incoraggianti. La curva della crescita della prostituzione è in calo. Le femministe, ma anche tutte le donne consapevoli della loro dignità, dissentiranno dallo sciagurato suggerimento di Mme de Panafieu.
Gisèle Halimi è avvocato, e presidente dell'associazione «Choisir la cause des femmes». Copyright Le Monde Traduzione del gruppo Logos

Gisèle Halimi