Articolo da "Il Manifesto" del 24 febbraio 2005


Al mercato delle nuove schiave
Una notte con un'unità di strada che aiuta le ragazze, tutte straniere, «prigioniere» delle organizzazioni di sfruttatori e obbligate a vendersi con la violenza

DAMIANO TAVOLIERE
Sono cinquecentomila le donne e le adolescenti forzate negli ultimi 10-15 anni a entrare nel mercato del sesso nell'Europa occidentale. La loro apparizione sulle strade e nei bordelli d'appartamento è contemporanea alla dissoluzione delle strutture sociali nell'est europeo e alla fame che agita l'intero mondo povero. La domanda viene eccitata dall'offerta di pelli femminili colorate e carni fresche vestite da Barbie. Una fanciulla dei Carpazi o una venere nigeriana titillano l'appetito esotico dei consumatori, espandono il mercato. La criminalità (grande e piccola, italiana e straniera) qualche volta contratta esplicitamente una fase di schiavitù condizionata (viaggio, permanenza e controllo nel paese di destinazione per una somma cospicua da saldare in anni di vendita del proprio corpo), ma spesso promette e raggira, oppure semplicemente compra o rapisce le donne per sottometterle con la forza a una vita d'inferno.

Insonnia e pasticche
Nella notte capitolina mi unisco all'unità di strada di «Roxanne», servizio coordinato dal comune di Roma in collaborazione con le associazioni che operano sul territorio per combattere la tratta. Accanto alle facce di chi tenta una maschera attraente per la clientela vedo i volti di ragazzine turbate dall'insonnia e dalle pasticche, dalla paura del mondo, dalla tristezza spaesata.

Il mercato è veloce, le donne vengono vendute e spostate, si rimuove la merce per stimolare la domanda. C'è chi arriva e chi viene trasferita. E chi cerca di uscire da una schiavitù letterale: botte e sevizie, violenze e abusi, reclusione e vigilanza permanente. Un insieme devastante che riduce al minimo le capacità reattive e complica l'uscita dal giro. Perché si è controllate 24 ore al giorno e perché vengono meno la forza e il coraggio necessari a chiedere aiuto e denunciare i «padroni» al numero verde nazionale 800.290.290.

Alcune operatrici di «Roxanne» mi illustrano le ultime novità migratorie, i flussi che oggi saccheggiano più le campagne delle città, dove si è ormai informati sul traffico di carne umana. «Ora abbondano ragazze dai quindici ai trent'anni soprattutto europee, seguite da africane e sudamericane. Le bambine-prostitute sono le più difficili da avvicinare e informare, sulla strada appaiono sicuramente come le più maltrattate, quelle su cui il dominio è maggiore perché sono più fragili, più soggiogate». Fra le altre vi può essere una relativa autonomia, la possibilità di «contrattare il grado dello sfruttamento e della coercizione; sono le donne che hanno un progetto migratorio individuale definito, finalizzato con il preciso obiettivo di investire il proprio corpo, pagare agli sfruttatori un certo debito e guadagnare tot soldi che servono per tornare prima possibile al paese e realizzare tot cose; anche se poi il contratto non sempre viene rispettato...».

«Ben diverso è il discorso sulle minorenni completamente schiavizzate, in cui abbonda l'uso di alcol, droghe, farmaci sedativi», indotte col terrore a dichiararsi maggiorenni se pescate dalla polizia affinché non scatti l'automatismo legale della protezione».

La delinquenza organizzata facilita l'attività e sfugge alle indagini dividendosi i compiti: «Ci sono rumeni che adescano le vittime nel loro paese d'origine, le portano in Italia e poi le vendono agli albanesi o agli italiani o ad altri rumeni, cioè si occupano solo del viaggio; e tali passaggi spersonalizzano ulteriormente la vittima», la deprivano d'ogni riferimento, la rendono oggetto totale. Se la ragazza proviene da un sistema culturale rudemente patriarcale, dove la donna ha scarso peso e la sua voce è irrilevante, può accadere che sia ceduta per pochi euro, col vago miraggio di andare a servire in palazzi altolocati; e se torna nella sua comunità originaria dicendo la verità viene punita in quanto «femmina e puttana, radiata dal clan senza tener conto delle condizioni in cui è stata costretta a prostituirsi, cacciata da casa e minacciata di morte dai familiari maschi se si ripresenta».

Un amico di un amico...
Ecco tre profili di ragazze che hanno denunciato i loro aguzzini, potendo così usufruire del progetto di protezione, accoglienza e nuova socializzazione.

Tamara è una ventenne della campagna rumena, dove ha lasciato i genitori (contadino e casalinga) e due sorelle (16 e 23 anni). Dopo la scuola primaria è stata operaia in fabbrica fino a che questa ha chiuso. Tamara pensava di aiutare i suoi emigrando. «Un amico di un amico di mia sorella più grande dice che lui mi può portare in Italia, che conosce amici, mi può dare lavoro come baby-sitter o barista, e così vengo in macchina a Roma con lui».

Ad attenderla in un appartamento di periferia, nell'estate 2004, è una coppia che in una stanza già tiene segregate una minorenne e una coetanea di Tamara. Sono tutti connazionali. La coppia sottrae il passaporto a Tamara e urla che l'unico lavoro esistente è il sesso pagato. Tamara protesta, vuole scappare, ma la coppia passa alle vie di fatto, maschio e femmina insieme tirano fuori il coltello, minacciano lei e la sua famiglia di sterminio se non si piega... Tamara crolla. I due forniscono ragazze ad alberghi e privati, evitando la strada. È la donna che si occupa delle inserzioni sui giornali e gestisce gli appuntamenti con un cellulare scegliendo quale delle tre ragazze inviare a seconda dei desideri espressi dal cliente, mentre l'uomo porta la ragazza all'incontro e la aspetta per ricondurla al covo.

Dopo la prestazione Tamara deve consegnare i soldi, «anche mille euro al giorno, per tutto il lavoro, tutti i giorni». A lei non viene lasciato nulla, è costantemente controllata, non può telefonare, uscire, parlare con qualcuno; si ribella, ma viene tacitata brutalmente; per lei e le altre due ragazze la prigione è assoluta, serrata fra mura di hotel e case anonime, senza neppure l'ombra di un cliente salvatore. I negrieri sembrano aver chiuso il cerchio, poiché Tamara non può neppure essere agganciata sul marciapiede dalle unità di strada. Ma alcuni carabinieri in servizio permanente presso un sontuoso albergo del centro storico nota il movimento ripetuto di un tipo con una splendida fanciulla: la porta, la attende, la riporta via. Il sospetto degli agenti si traduce in pedinamento. L'indagine è accurata e una mattina d'inverno porta all'irruzione nello stabile dei rumeni, alla cattura degli schiavisti e alla liberazione delle segregate.

Tamara vive ora in una casa d'accoglienza, studia l'italiano, comincia a orientarsi, vuole restare qui e ha detto la verità ai suoi ricevendone il calore della comprensione.

La benefattrice
Rosy è nata 29 anni fa a Benin city, Nigeria. A 16 anni rimane orfana con un fratello maggiore (che si sposa e si distacca) e due sorelle più piccole, con le quali viene messa in un istituto dove si diploma perito tecnico. Rosy vorrebbe proseguire gli studi, ma per sostenere le sorelle va a lavorare in un'impresa di pulizie. I soldi sono pochi, la vita grama, la disoccupazione tanta. E il tempo passa. Finché una concittadina che sta in Italia le suggerisce di «trasferirsi qui per fare la badante o roba del genere». A Rosy sembra un sogno, la conoscente le offre i soldi per il passaporto e il viaggio, «poi me li ridarai», e nel dicembre 2002 parte.

A Roma la riceve un'amica della benefattrice, la conduce in un alloggio dove incontra due ragazze nigeriane, le dice che abiteranno insieme tutt'e quattro, la fa ambientare qualche giorno; per toglierle infine il passaporto e comunicarle che lavoro non ce n'è, l'unica possibilità è prostituirsi: per guadagnare, pagare cibo, affitto, vestiti e medicine, e soprattutto saldare il debito contratto. Quella donna in realtà è la tenutaria della casa, in gergo la madama, la sua sfruttatrice, nonché la sua sorvegliante fissa, coadiuvata da un uomo che accompagna le passeggiatrici sul marciapiede e controlla il lavoro. Rosy non ha via di scampo: non ha soldi per tornare indietro, anzi li deve rendere a chi gliel'ha prestati, e la somma lievita facendo slittare nel tempo l'ipotesi della liberazione. Prova a protestare ma la riempiono di botte, tanto da ricorrere al pronto soccorso, anche lì vigilata dai guardiani, impossibilitata a dichiarare il vero, con un surplus di isolamento per la lingua sconosciuta e la mancanza di documenti e permesso di soggiorno.

Solo grazie a una retata Rosy pone termine alla balìa e denuncia gli sfruttatori; siamo alla fine del 2003, in un anno la schiava ha reso agli aguzzini trentamila euro. Ora segue un percorso di emancipazione concordato insieme a «Roxanne», già in fase avanzata: lavora in un supermercato, manda soldi alle sorelle, con due amiche abita una casa in affitto e vuole riprendere gli studi.

Dodici mesi di abusi
Katia è una macedone che oggi ha 25 anni, ultima di «quattro fratelli con un padre-padrone violento e alcolista», approdata sulle coste pugliesi nel 1998 insieme al «fidanzato», il quale se ne va subito in nord Europa «a cercare lavoro» e la consegna ad «amici albanesi». L'uso durissimo della forza (pestaggi, violenze sessuali di gruppo, eccetera) la obbliga al marciapiede; dodici mesi ininterrotti di abusi che cessano per una retata. Katia denuncia gli «amici» e stringe una relazione con un italiano di un'altra città. Ma la relazione finisce, Katia è priva di casa e sostentamento, si sposta nella capitale, sopravvive prostituendosi liberamente per strada.

È questione di giorni: conosce un'equipe di «Roxanne» e decide il reinserimento sociale desiderato. Katia ambisce a una normalità esistenziale, la cerca da sempre, anche se la sorte l'ha scaraventata dalla padella patriarcale alla brace degli schiavisti, e poi all'illusione affettiva. Non ha più rapporti con la sua famiglia e la sua gente, estromessa per imposizione del padre. Adesso fa la parrucchiera, gratificata e benvoluta. «Sono contenta, finalmente sto con un tipo giusto che mi adora e voglio farmi una famiglia».