Articolo e immagine da "Giornale di Brescia" del 9 giugno 2003

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Pubblicato dal Centro studi sulla sicurezza un rapporto sulla prostituzione in città e in Italia
Primato sulle strade a luci rosse
Al «lavoro» nella nostra provincia 800 lucciole, stessa cifra in tutto il Veneto
Marco Bonari
Brescia capitale del sesso a pagamento? Le statistiche parlano chiaro, e lasciano poco spazio alle interpretazioni: la nostra provincia è un crocevia del mercato a luci rosse. Basti pensare che nel Bresciano lavorano fra le 600 e le 800 «lucciole» immigrate (tra le 23 e le 30mila in Italia), stessa cifra per tutto il Veneto. Una massiccia presenza in gran parte riconducibile a certi locali notturni, a dire di Maurizio Marinelli del Centro studi sulla sicurezza pubblica di Brescia che ha curato, sulla scorta, tra l’altro, di una tesi del poliziotto veronese Ivano Falzone e dell’elaborazione grafica di Angelo Negrini, una relazione sulla prostituzione e le tecniche investigative per contrastare il fenomeno. Brescia si è guadagnata il secondo posto (preceduta solo dalla metropoli milanese) in fatto di strade a luci rosse, alimentate da un «esercito» di giovani donne per lo più provenienti dall’Europa dell’Est (il dato nazionale parla del 48%), dall’Africa equatoriale e dal Sudamerica (si tratta prevalentemente di transessuali e viados d’origine brasiliana). In realtà esiste un legame molto stretto fra il fenomeno della prostituzione (sia lungo i marciapiedi, sia nei locali notturni a luci rosse) con tanto di sfruttamento e l’immigrazione clandestina. Fenomeno questo che trova conferma anche nella nostra provincia dove il mercato del sesso a pagamento è piuttosto radicato nell’hinterland cittadino, ossia lungo l’asse via Milano-Mandolossa-Castegnato-Ospitaletto e lungo la Padana superiore che conduce al basso Garda. Il mercato della prostituzione è un grande business che alimenta un giro d’affari che s’aggira sui 30mila miliardi di vecchie lire, almeno a livello nazionale, e che ruota attorno ad una clientela anagraficamente e socialmente eterogenea: addirittura il 3,84% sono minorenni. Non solo, escludendo donne, anziani e bambini, nove milioni di italiani (ossia il 50% dei maschi adulti) frequenta abitualmente le prostitute. Ma dalla relazione curata dal Centro studi sulla sicurezza pubblica emergono altri dati che confermano l’ampiezza del fenomeno, cifre che rispecchiano (ovviamente ridimensionate) la situazione della nostra realtà. In Italia il 16% delle «lucciole» hanno un’età inferiore ai 22 anni, il 7% sono laureate mentre il 40% vantano un diploma di scuola superiore, il 25% sono transessuali. La Lombardia conta 4.500 prostitute straniere (5.000 nel Lazio) e sette progetti rivolti all’aiuto delle vittime della tratta. Giovani donne dell’Est attirate in Italia con un inganno (o meglio con la promessa di un lavoro), minacciate, segregate, spesso violentate e avviate alla prostituzione sono una realtà, di casa anche nella nostra provincia dove spesso le forze di Polizia hanno messo a segno vere e proprie operazioni a tappeto per liberare «lucciole» e smantellare organizzazioni che, vantando una fitta rete di complicità internazionali, gestiscono l’introduzione in Italia di clandestine ed il racket lungo i marciapiedi. Sul fronte della lotta al fenomeno (in particolare la tratta delle giovani donne) le forze dell’ordine devono fare i conti con i difficili rapporti con alcune Nazioni, il non sempre puntuale e preciso scambio di informazioni... insomma manca una cooperazione internazionale a 360 gradi. Non solo, in Italia sono ancora pressoché sconosciuti, sempre secondo la relazione sulla prostituzione, i metodi di reclutamento nel paese d’origine delle ragazze da avviare al mercato a luci rosse, oltre alla rete di reperimento di alloggi e covi nel nostro Paese. Certo, rimane pur sempre la convinzione che la prostituzione corre parallela all’immigrazione (solo il 16% delle prostitute sono italiane).
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