|
"NATO NEL 1999"
Pagine da un racconto di Charlotte Kerner ... un ragazzo nato dall'utero macchina incontra sua madre... |
|
Karl preme le mani sudate contro la lastra di vetro. Ma è sempre così duro e freddo, il vetro? Lascia cadere le braccia e guarda le impronte delle mani sulla superficie liscia. A poco a poco le microscopiche perle d'acqua spariscono. Vorrebbe andare via anche lui, sparire come il contorno della mano. Ma quello che per la prima volta sta vedendo lo tiene fermo, gli impedisce ogni movimento. Rimane lì in piedi e la fissa: solo la lastra di vetro brunito lo separa ancora da lei. L'ha trovata, ma ancora non riesce a capacitarsene del tutto. Karl è contento che la parete di vetro sia in mezzo a loro e lo tenga lontano da lei, perchè non vuole nemmeno sfiorarla. Deve prima rendersi conto di ciò che sta vedendo. Cerca di riordinare i propri pensieri. Si passa la mano sulla fronte. Riuscirà mai a pensare a qualcosa d'altro? La testa gli fa male. Socchiude gli occhi fino a farli diventare due piccole fessure. L'immagine inizia a tremolare, si dissolve. Ma solo i bambini piccoli credono che la realtà attorno a loro sparisce quando si chiudono gli occhi. Lui ha già diciassette anni. Deve continuare a guardare e capire tutto. I rumori smorzati di ospedale sono realtà. Karl sente l'odore di etere e detersivo per pavimenti, di fiori appassiti e anche di sangue, perche si è morso le labbra fino a farle sanguinare. Lei non può sentire gli odori dietro la lastra di vetro, e nemmeno può vederlo. Lui cerca qualcosa a cui tenersi, ma ha davanti a se solo il vetro liscio. Le ginocchia gli si piegano, il pavimento ondeggia. Un'infermiera in camice bianco, che sta facendo qualcosa nella sala dietro la lastra di vetro, gli lancia occhiate guardinghe. Karl si accorge della sua diffidenza e si impone di mantenere la calma. Non può permettersi proprio adesso di farsi notare, l'infermiera continua a tenerlo d'occhio. Karl si passa la mano sul camice azzurro per visitatori, sul quale è stampato in nero il numero AUIII, e respira a fondo. Il pavimento non oscilla più, si sente di nuovo sicuro sulle gambe e guarda fisso davanti a se. Il labbro inferiore, tutto morsicato, trema. Forse dovrebbe semplicemente rompere il vetro e entrare da lei. O forse farebbe meglio a rompere tutto qui dentro, rompere soltanto, rompere, rompere. Togliere di mezzo tutto, e togliere di mezzo anche lei. No invece, deve rimanere calmo. S'impone di restare calmo. Avvicina lentamente la testa verso la lastra, fino a sentire sulla fronte il fresco del vetro. Sparisci, vorrebbe gridarle. Ma è incapace di parlare, prigioniero di un orrore muto ed attonito, e indifeso. Adesso dovrebbe esserci una deflagrazione, il vetro dovrebbe esplodere e saltare in mille pezzi. E come il vetro dovrebbe andare in pezzi anche lui, e lei e tutta questa orribile immagine dovrebbe disintegrarsi come vetro. Ma perche l'ha cercata, per tutti gli ultimi mesi, quasi un anno? Eppure sa che doveva farlo. Che lo doveva a se stesso. Non aveva altra scelta, e del resto nessuno gli ha dato altra scelta. Nessuno lo ha mai interpellato. Ma cosa avrebbe scelto allora? Solo questo sa: di sicuro non quello che c'è là dentro. Karl fissa oltre la parete di vetro, appannata dal suo respiro. Non c'è dubbio, quella dietro la parete di vetro è lei. Quella è sua madre. |
|
Conclusione della ricerca: riconoscimento La lastra di vetro, che ancora separa Karl da lei, rispecchia la scritta nera che, sul camice blu dei visitatori, si trova proprio sopra il suo petto: AUIII. E l'abbreviazione di "Artificial Uterus III". Qui è incominciata la storia, qui è iniziata la sua vita. Karl la vede attraverso il vetro appannato, sua madre, la macchina, la sua madremacchina. Sta lì, immersa in una luce blanda. Sono figlio di una macchina. Vorrebbe urlare, urlare fino a togliersi quest'immagine dalla mente. Eccomi qua, il primo figlio di una macchina, nato nel 1999. "Guardate, sono io" vorrebbe gridare. "Mi chiamano Karl il freddo. E a ragione, il frutto non cade lontano dalla pianta". Karl chiude gli occhi. Non vuole più vedere questa madre. Ma, come se una forza lo costringesse, riapre gli occhi ~ fissa oltre il vetro. E se le assomigliassi? E pur possibile che madre e figlio si assomiglino, in molti casi è così. Ma forse ha guardato per tutto il tempo la macchina sbagliata, solo perche casualmente era la più vicina alla lastra di vetro. Ai lati e dietro, in una luce fioca, luccicano altre tre macchine. Ma quale delle quattro era quella giusta? Ogni macchina è uguale all'altra. Da quale è nato lui? Karl osserva di nuovo la macchina a lui più vicina. È proprio come viene descritta nella documentazione che ha letto questa mattina. La nuova era delle "super-madri", l'era delle madri-macchine è cominciata da molto tempo. Percorre con lo sguardo ogni particolare di questa madre. La parte più importante di lei è naturalmente il ventre, costruito in materiale sintetico estremamente dilatabile. Ha la forma di un pallone ovale, rotondo e allungato al contempo. Quando v'era entrato lui come embrione, l'utero artificiale aveva - così c'era scritto sulla documentazione - un diametro di cinquanta centimetri. Quando nove mesi dopo ne era uscito, la palla elastica aveva raggiunto un diametro di novanta centimetri. La parete del ventre non è sottile e chiara, anzi, piuttosto opaca e spessa, però, nonostante questo, trasparente. Karl vede - un po' ingrandito e deformato come in un acquario - un bambino piccolo immerso dentro. Riempie quasi completamente il ventre di plastica, si distinguono bene le braccia, le gambe, la testa. Così è rimasto rannicchiato anche lui, allora, in quell'apparecchio, con le gambe e le braccia incrociate. La vista del feto affascina Karl e lo rende più tranquillo. Qui sta nascendo una persona, e questo è qualcosa di bello, di grandioso. Il feto, lungo circa 50 centimetri, è un maschietto; Karl ha visto il minuscolo pene. E poi vede se stesso, accoccolato in questo ventre con le braccia e le gambe ripiegate. Anche lui è cresciuto lì, ha tastato e annusato per la prima volta, per la prima volta sgambettato e bevuto, sentito e pensato. Una strana sensazione si impadronisce di lui. Sta provando qualcosa che assomiglia a gratitudine e simpatia persino per questa madre? Scuote la testa, scaccia questo sentimento impossibile. Come ha potuto dimenticare che si tratta di una macchina? È una macchina senz'anima. Numerosi cavi e tubi di gomma sono presenti nel ventre della macchina e nella scatola trasparente dei comandi; conducono ad apparecchiature che sembrano computer. Questi ultimi controllano l'alimentazione del bambino, che passa attraverso il cordone ombelicale, misurano la temperatura e analizzano la composizione del liquido amniotico, del quale il bambino beve ogni tanto piccoli sorsi. Se si scende sotto determinati valori, degli spruzzi automatici immettono le sostanze nutritive mancanti. Minuscole resistenze ad alta tecnologia riscaldano all'occorrenza il liquido, in modo che la temperatura rimanga ad un livello costante di 37 gradi. La macchina non è in grado di funzionare senza la temperatura giusta, funziona però senza calore umano. Il ventre, pieno di liquido, è appeso ad un supporto imbottito a forma di vasca. Questa culla ad alta tecnologia avanzata racchiude la parte inferiore del ventre. Premendo un tasto, il supporto esegue diversi movimenti programmati: il ventre, che è fissato in due punti, può dondolare oppure sollevarsi da un lato. Il tutto, naturalmente, a velocità e ritmi diversi. In fin dei conti i piccini hanno bisogno di stimoli motori, affinche il loro equilibrio si sviluppi armonicamente. Quattro altoparlanti sono puntati sul ventre da direzioni diverse. Il piccolo ha bisogno di stimoli acustici, perche possa imparare ad udire. Perche più avanti possa capire il mondo. Anche Karl vorrebbe, ma ancora non riesce a capirlo. Dai box degli altoparlanti, posti a distanze ben calcolate, vengono trasmessi, non troppo forte ne troppo piano, diversi brani musicali, dal classico al pop, tutti i generi di rumori e - non va dimenticato - voci umane. Non bisogna mai dimenticare gli uomini, perlomeno non la loro voce. Forse il piccolo sta cercando di sentire le voci di mamma e papà. Avrà genitori, dei genitori veri? O il bambino qui è forse una clonazione di Karl ed è rimasto congelato per diciassette anni? Non gli assomiglia forse un po' ? La calma momentanea che aveva provato guardando il bambino si trasforma in angoscia profonda. Karl fa fatica a decifrare il cartellino sul lato destro: Thomas Winter, nascita prematura alla quindicesima settimana di gravidanza, da tre settimane nell'utero artificiale. Madre: Elvira Winter. Padre: Matthias Winter. Che voci ha sentito Karl quando era immerso in questo ventre di plastica? Di certo Wald gli ha parlato. E forse anche quell'infermiera là in fondo? Il cordone ombelicale del bambino sta pulsando. Karl cerca invano di trovare il punto in cui il cordone ombelicale si collega all'incubatrice. Eccola qui, la placenta artificiale, il risultato - come era scritto sulla documentazione? - "il risultato degli sforzi congiunti di biochimici, ginecologi, tecnici e pediatri, con cui la Germania ha raggiunto una posizione di rilievo internazionale nella ricerca medica, in anticipo sulle scadenze previste". Bravi, i signori! I suoi signori padri hanno brevettato la macchina che ha reso possibile la sua esistenza. Quanto hanno guadagnato dal 1999 grazie a lui, la prima cavia, o meglio, il primo feto-cavia? Dov'è la sua indennità di rischio? La placenta è collegata alla macchina reni-cuore-polmoni. Il sangue scorre attraverso l'apparecchio di un metro cubo di volume che lo filtra e quindi lo arricchisce di ossigeno, di vitamine in esatto dosaggio, sostanze proteiche e carboidrati. Non si può far morire di fame il piccolo embrione, e del resto non può nemmeno vivere di olio per macchine! Karl vede come gli iniettori automatici dosino l'immissione di ormoni. Nella documentazione si era messo particolarmente l'accento su questa funzione. Un po' di adrenalina per eccitare e un altro ormone per calmare, di tanto in tanto una dose di rabbia, poi contentezza o depressione. Il piccolo non deve essere incapace di emozioni. Qui le emozioni vengono controllate, somministrate a piccole dosi. Il rapporto madre-bambino è ridotto alle formule biochimiche più complesse e calcolato fin nelle più piccole quantità ormonali. In questo amore chimico, regolato dal computer, fila tutto liscio. Su di lui devono aver provato una miscela con pochi sentimenti. Oppure 1 'iniettore di adrenalina non funzionava bene? Se non si assomigliano esteriormente, sono almeno simili per carattere: una macchina rimane pur sempre una macchina. Karl ride amaramente, troppo forte. L'infermiera guarda allarmata nella sua direzione. Attenzione, non bisogna farsi notare! Karl le sorride per scusarsi. Sul soffitto, sopra la macchina, pende una piccola tenda. Viene calata di notte a ricoprire di un buio profondo l'utero artificiale. Anche un feto, del resto, vuole dormire. Pare persino che già sogni, nel ventre materno. O XXI secolo felice! Sei il tempo in cui vivono nelle migliori condizioni possibili bambini incubati, uomini felici nati da macchine felici. ..................................................................................................................... |
|
Tratto da: "Nato nel 1999" di Charlotte Kerner, Edizioni Elle, 1989 |
|
Dall'immaginario del 1989 alla realtà di oggi: Rifkin "La fine della gravidanza |
PROCREATICA |