| Fertilità, il tuo nome è donna Flamigni: sì, ma non all’infinito Qualcuno l’ha definito «un cambiamento paradigmatico» nella biologia dell’ovaio, perchè potrebbe dare alle donne la speranza di concepire figli in maniera naturale anche in età avanzata. La ricerca di Jonathan Tilly dell’Harvard Medical School, pubblicata su Nature, ha dimostrato che nelle topoline la produzione di cellule uovo non è predeterminata alla nascita, ma prosegue per tutta la vita perché nell’ovaio sono presenti cellule staminali, capaci di rimpiazzare le cellule sessuali deteriorate o perdute durante i cicli non fertili. Se questo fosse vero anche per la nostra specie, se cioè si rivelasse errato il paradigma secondo il quale ogni bambina nasce con una «dispensa limitata» nelle ovaie, ovvero con un preciso e non rimpiazzabile numero di cellule che maturano in ovociti e vengono «consumate» durante la vita fertile, dopo la menopausa la donna potrebbe tornare ad essere fertile. Ma Carlo Flamigni è molto scettico sulle possibilità di trasferire alla specie umana i risultati della ricerca. Professor Flamigni, perché non crede che la scoperta dei biologi di Boston apra nuovi orizzonti nei tempi della fertilità della donna? «Prima di tutto perché è una scoperta nuova per i topi ma non per altre specie di mammiferi. Già si sapeva che nelle ovaie delle gatte sono presenti cellule staminali che assicurano la produzione di gameti fino ad un’età avanzata, come accade nei maschi. Ma è sull’aggettivo avanzata che il paragone con la specie umana comincia a diventare improponibile, perché le donne vivono molto più a lungo delle femmine di quasi tutti gli altri mammiferi». La perdita della fertilità è il prezzo che ogni donna deve pagare per poter diventare nonna? «È una legge di natura che l’evoluzione ha “scritto” nel genoma femminile per difendere la donna. Ed i suoi figli. La gravidanza mette a dura prova l’organismo femminile e le giovani raramente soffrono di patologie come diabete ed ipertensione, che possono complicare una gravidanza e che sono invece frequenti nelle ultracinquantenni. Inoltre una giovane madre ha più energie e più anni da condividere con i figli. Ecco perché, col passare degli anni gli ovociti invecchiano, più difficilmente vengono fecondati e la fecondità diminuisce ben prima della menopausa». E per le donne con una menopausa precoce? «Questo dovrebbe essere il vero scopo delle ricerche sulle staminali dell’ovaio: restituire la fertilità alle giovani che l’hanno perduta per menopausa precoce o perché si sono sottoposte a chemioterapia o ad altri trattamenti che ne hanno leso le ovaie. Ma finora non c’è stato alcun caso di donne che hanno riacquistato la possibilità di essere madri dopo trattamenti del genere. È questa un’altra evidenza che mi rende scettico sulle possibilità di trovare una fonte di cellule staminali anche nelle ovaie delle donne». ev. per. |
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