...................................................
Madrasse, non le scuole coraniche delle quali ci hanno per un po' spiegato i telegiornali: incubatori di talebani e fondamentalisti, ma utero in una delle varianti della lingua friulana; mâri, madrasse: incubatore della specie umana in tutti i corpi di donna, in tutte le parti del mondo. Di certo, al di là delle curiosità linguistiche, ogni cultura ha un nome diverso per quell'organo al quale, da oggi si potrà affiancare un aggettivo che invece è simile in diverse lingue: artificiale, artificial, artificiâl, artificiel....; un aggettivo che transita nel moderno e postmoderno descrivendo artefatti, manufatti, finanche organi. Organi senza i quali non si vive come: cuori, polmoni, reni... ora un organo senza il quale non si nasce...l'utero ... sine qua non...

Non più. Il feto umano ha preso il posto del feto di capra nella macchina incubatrice. L'annuncio della squadra della Cornell University è del 10 febbraio, il chiacchiericcio divulgatorio dei giornali ci dice che tra il Kuwabara giapponese o il Flamigni italiano (che ci aveva già provato dieci anni fa) ufficialmente è arrivata prima la taiwanese Hung-ching Liu. Non dovremmo stupirci di niente. Infatti, a suo tempo, tanto per prenderne ad esempio uno, dalle pagine del nostro sito, linkammo un certo Kazunori Baba, giapponese, per la sua consistente attività pubblicatoria e sperimentatoria. Consistente davvero, oltre che per gli esperimenti su sistemi di controllo per l'utero artificiale usati allora per feti di capra, progetti per cuori artificiali e quantaltro, anche per tutta una serie di strumentazione da ecoscandaglio tridimensionale ultrasonico e doppler per uteri e feti. Una vera incarnazione di quello che abbiamo chiamato “potere scopico”. Non si può agire al buio e Baba e con lui molti altri hanno fatto luce in “quel luogo oscuro e pericoloso, in quell'ambiente ostile”, come lo definì quel professore di etica citato recentemente da Rifkin. Vedere - rendere trasparente - addomesticare - dominare. Sono tutti passaggi logici che ben descrisse Laurence Gavarini nel lontano 1984: “...Ecografia, amnioscopia, amniocentesi, pelvimetria, monitoraggi, celioscopia, isterografia...Il ventre delle madri è divenuto trasparente; ciclicamente auscultato, palpato, sondato, misurato, penetrato dallo sguardo autorizzato del medico e dalle macchine che permettono l'accesso "in utero". ....Trasparenza fisica dell'organo della riproduzione umana talmente invidiato e immaginato, attraverso e nel quale gli uomini potranno ormai vedere....Utero talmente trasparente che evoca, o prefigura, forse, in filigrana, l'utero artificiale o di sostituzione, super macchina per fabbricare bambini come ci "promette" la linea delle nuove tecnologie di riproduzione: provette, fecondazione in vitro, impianto d'embrione etc....”.

Di fatto eccoci arrivati, sempre sulla falsariga dell'intervento terapeutico, all'ultimo artificio, all'”incubatrice umanitaria”, alla macchina che soccorre le donne senza utero, all'utero senza la donna intorno. Per gli uomini di scienza è un bel goal .

Hystéra o cerebrum? Utero o cervello? Come collocare le donne? Essi crearono il dilemma e lo risolsero con l'attribuzione di isteriche: dominate dall'utero. “Non aver l'utero a posto” (Zanichelli) non era un dato anatomico era un dato umorale. L'isteria spesso fu irregimentata psichiatricamente, e la donna ricondotta al ruolo fisico e metafisico corretto di buona fattrice. L'utero serve a fare bambini e le donne fanno bambini. Ma il femminismo ha sconvolto le carte e piantato il paletto dell'autodeterminazione. Solo i bambini che si desiderano, diritto d'aborto, diritto di contraccezione, diritto di scelta. Giusto. Ma come risolvere l'impossibilità di scelta per inabilità fisiologica o altro alla riproduzione? E qui si è giocata la partita più importante. Ci tornano in mente le parole di Lidia Menapace ad una conferenza pubblica di molti anni fa, a Pordenone: “...se l'aborto è una scelta, la sterilità non può essere destino”. Ahi, ahi, ahi, pensammo allora. Eccoci qua, pensiamo ora, Menapace sarà contenta, la scienza si è prodigata, sta facendo tutto, proprio tutto per accontentare le donne inabili... fino all'utero di soccorso. Beata fiducia! Che? mentre la scienza faceva luce dentro i corpi delle donne, le donne si smarrivano nel buio acritico verso l'agire scientifico; che ormai è praticoneria procreatica, sempre più smaccata, sempre più vergognosa.

Intorno all'utero artificiale naturalmente ci sono diverse considerazioni da fare; da quelle delle femministe americane come “Office of Woman” e “International Women Health Coalition” sull'avvento di un mondo di soli uomini essendo le donne non più indispensabili, oppure sul recupero degli embrioni abortiti e successivamente riposti a crescere nella macchina, o ancora sulla fine dei diritti per le donne-madri, ecc.; a quelle più tangibili circa il feed-back , la relazione irreversibilmente cancellata tra il feto e il corpo materno, fino al futuribile uso dell'uterone di collagene dove collocare tutti gli embrioni soprannumerari del pianeta e ripopolarlo come si vuole nel caso che le guerre globali esagerino in effetti collaterali come prefigura Ida Dominijanni (il Manifesto 12.02.02). D'altra parte abbiamo già visto il film The Matrix dove in una realtà percepita reale, ma realmente fasulla, eteroguidata, creata dalle macchine, gli individui venivano al mondo, a quel mondo, da un complesso assemblaggio di uteri artificiali, da: "... enormi distese dove gli esseri umani non nascono ma vengono coltivati...” .

Ze che al madrés (da madrasse; ... madrési= maturare, svilupparsi), quello che maturerà dall'esperimento della dottoressa Liu, non lo sappiamo ancora bene, qualche cyber sarà anche contento/a/x; la transizione verso il post-umano va di gran carriera, che vada verso la distruzione o verso il “cosmofemmineo” (l'ultima pensata di Bifo per il movimento), sinceramente non ci interessa, il problema è che da qualsiasi parte si vada, che sia o no dove ci porta il cuore, di sicuro non è dove avrebbe dovuto portarci il lume della ragione. Questa, e quella delle donne in particolare, avrebbe dovuto vigilare costantemente sulle nuove tecnologie di riproduzione, fin dal loro avvento, avrebbero dovuto bastonare questa scienza che, ce lo ricorda Rifkin, è sempre figlia di Bacone, quello che doveva ridurre la natura in ceppi.
Ora la natura è ridotta in uno stampo imbottito di collagene; e la specie umana, dentro quello stampo, ridotta a prodotto, orfana di madre, schiava di matrix.

Dumbles - febbraio 2002

.

.

.