| TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO A proposito della legge sulla fecondazione medicalmente assistita. Presto sarà in discussione in parlamento la legge sulla fecondazione medicalmente assistita. Questo giro, il dettato legislativo è ovviamente destrorso (anche se in realtà quello precedente della sinistra non era molto meglio). E’ venuto il tempo della clonazione, dell’utero artificiale, delle correzioni genetiche; il tempo in cui, più che mai, la procreazione diventa una questione squisitamente biopolitica e dunque, il concepire fuori dal corpo, in un ambito in cui di tutto e di più diventa possibile, va regolamentato, delimitato e controllato, nel contesto governativo-politico contingente e nell’orizzonte delle eclesiae: quella papalina e quella biotecnologica. Il precetto è semplice: -sì alla fecondazione assistita omologa, -no a quella eterologa, -sì per le coppie eterosessuali sposate o di fatto, -no per single, gay, lesbiche, donne in età non più fertile; -no all’utero in affitto, -no all’impianto di un gamete pos-mortem del padre; -embrioni: non produrne più di tre, non si possono produrre a fini di ricerca e sperimentazione, non si possono congelare, quelli che lo sono già devono essere usati dai proprietari entro tre anni dall’entrata in vigore della legge, dopodichè diventano adottabili da parte di altre coppie; -clonazione: vietata ma possibile la ricerca a fini terapeutici (???); il tutto inizia con un bel primo articolo che “assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti ed in particolare del concepito”; primo vagito del prevedibile “statuto dell’embrione”. Un fantasma si aggira in questa legge, al di là della norma prevedibilmente restrittiva: lo status dell’embrione, appunto, a partire dai due gameti fusi assieme: ciò che riaprirà le porte alla restrizione e alla proibizione d’aborto. Redivivo, il Movimento per la vita presenta in questi giorni alla Camera più di 500 mila firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sul riconoscimento della soggettività giuridica del concepito, nella speranza che anche la legge in discussione adesso ne possa essere influenzata, perché, come dice il presidente del suddetto Movimento - che si chiama Casini anche lui -: “… la scienza ha dimostrato che la vita inizia con l’atto del concepimento…”. Ma la scienza, anche lei interessata allo status dell’embrione invece dice: “… noi diciamo umilmente che non sappiamo quando inizi la persona, ma siamo convinti che essa non abbia inizio al concepimento…”; è l’appello di sedici scienziati (tra i quali Levi Montalcini + Veronesi) alla vigilia della discussione su quella legge che potrebbe non consentire “ai ricercatori italiani di partecipare… all’impegno internazionale per cogliere le grandi opportunità applicative, comprese nuove cure per gravi malattie, che gli studi in questo campo lasciano intravvedere”. “No embrione?” “No party!”. In realtà non c’è poi molto da scherzare su questa partita che si gioca sempre su quel “campo aperto” che è il corpo delle donne, storica moneta di scambio fra poteri vecchi e nuovi. La scienza, dottrina delle certezze, sa essere molto elastica, quando deve definire al vita al suo inizio, a seconda se il suo brodo di coltura sia laico o clericale; ma è fuori da definizioni interessate che si deve esercitare la coscienza collettiva delle donne. In un appello del 1999 promossa da “Il Foglio del Paese delle Donne”, si disse: “che nessuna interferenza legislativa sia accettata in materia di scelta procreativa”, “che la parola in materia di procreazione torni nelle mani della collettività delle donne e si faccia esperienza comune”. E’ vero! Così dovrebbe essere per non finire a pezzettini fra l’incudine della morale che vuole i bambini “nati in famiglia” (possibilmente quella di una volta) e il martello dell’interesse biotecnologico-procreatico. E’ la collettività delle donne, il soggetto eticamente normativo e legittimo; la scelta riproduttiva attraversa corpi di donna; quando, in che modo, dentro quali limiti… è in primis una scelta propria di ognuna. Per parte nostra abbiamo sempre auspicato che fosse coltivata nella riflessione critica verso il prorompente biopotere tecnopatriarcale che è cresciuto in modo delirante proprio a partire dalla pratica della fecondazione in vitro, fino ad arrivare all’ideazione dell’utero artificiale. Difendere il proprio diritto alla scelta e quindi alla contraccezione e all’aborto è anche difendersi dall’oggettificazione del desiderio di maternità in bisogno soddisfabile ad ogni costo e in ogni caso con ogni possibile virtuosismo medicale. Alla fine di questi processi di fecondazioni extracorporee le più varie, forse avremo realizzato un desiderio, ma perdendo identità e conferendo potere a quell’impresa che va trafficando sempre più sulla vita anche grazie al libero accesso nell’utero delle donne. Tra la madonna e la provetta; a seconda che la spirale politica sia destrorsa o sinistrorsa; non va bene. Via da questo mortaio! Contestiamo la legge e vigiliamo sulla ricerca; dopotutto l’utero è ancora nostro e siamo sempre feconde di pensiero critico. Dumbles - marzo 2002 |
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