Articolo da "Il Messaggero" del 12 maggio 2004


Utero in affitto, lite per l’eredità
Jessica, 20 anni, in tribunale per ottenere i soldi del padre biologico

di ANNA MARIA SERSALE
ROMA - Un gesto di generosità o un inquietante contratto? Nuove frontiere della procreazione assistita o “mercato” dei corpi? Se una nascita non è frutto dell’atto sessuale tra un uomo e una donna quali problemi umani e legali comporta? E se un bimbo nasce dall’utero in affitto ha titolo per essere in pieno figlio del donatore o rischia di essere “a metà”, conteso tra chi lo ha voluto e chi ha accettato la gravidanza? Il dibattito lo riapre il caso di una bambina, oggi ventenne, venuta al mondo perchè una coppia di coniugi, che non poteva avere figli, “affittò” l’utero di sua madre, una donna algerina. E’ stato uno dei primi casi in Italia.

Jessica, questo è il nome della ragazza nata per “contratto”, ora rivendica l’eredità del padre biologico, un ricco commerciante, morto nel ’95. Non è un caso unico. Altri ce ne sono stati e altri ce ne saranno. Ma le leggi non sono «adeguate». Le norme in uso, infatti, non tengono conto delle evoluzioni in campo genetico. Solo le sentenze fatte sui singoli casi hanno prodotto una giurisprudenza alla quale si fa riferimento. Neppure la legge sulla fecondazione assistita, approvata dal Parlamento lo scorso dicembre, fa chiarezza. L’utero in affitto è vietato dalla legislazione italiana, così la fecondazione eterologa (fatta con il seme o l’ovocita di un donatore o donatrice esterni alla coppia). E contro quella legge, che spaccò il Parlamento, è in corso una raccolta di firme: un movimento di laici chiede il referendum abrogativo.

Ma vietare gli uteri in affitto o vietare la provetta non mettono al riparo da problemi come quello di Jessica. I bambini nascono (clandestinamente in Italia o all’estero) anche con le tecniche messe al bando e, per fortuna non sempre, si trasformano in «contese» legali. Jessica, per ottenere ragione, prima si è rivolta ai giudici per il riconoscimento di figlia. Poi, si è battuta per l’eredità. Ha denunciato gli altri eredi del padre, che di lei non vogliono neppure sentir parlare.

Una storia intricata. I coniugi Valassina, falliti tutti i tentativi di avere un figlio, proposero all’algerina l’inseminazione artificiale con il seme dell’uomo. Lei accettò. Prestò il suo utero. Ebbe un milione al mese e una casa a Rapallo, in provincia di Genova, per affrontare la gravidanza. Ma, poco prima del parto, cambiò idea. Decise di tenersi la bambina, che non andò mai a vivere in casa della famiglia Valassina.

L’uomo, così racconta l’algerina, la cacciò di casa. E le notificò un atto di citazione al tribunale di Monza, chiedendo che gli venisse riconosciuto il diritto ad avere con sè la bambina. La domanda venne respinta con sentenza del 30 maggio ’89. I giudici ritennero nullo il contratto per l'utero «in affitto» stabilendo che «non si diventa figli per contratto e che una donna ha diritto di crescere la propria creatura». Non solo. Il tribunale di Milano, con decreto del 27 giugno ’97, ammise invece l'azione di paternità avviata dalla minore nei confronti del padre biologico. Sette anni fa, dunque, dopo la morte del padre, Jessica ottenne il riconoscimento di «figlia» a coronamento di una battaglia giudiziaria iniziata dalla madre algerina molti anni prima. Il ricco commerciante aveva lasciato una cinquantina di miliardi di vecchie lire e la giovane vuole la sua quota di eredità. Così Jessica si è rivolta alla Procura di Monza denunciando i parenti del padre naturale per «appropriazione indebita». La giovane, assistita dall'avvocato Giuseppe Muscolo, dopo vari procedimenti giudiziari è riuscita a farsi riconoscere dal genitore naturale e a diventare a tutti gli effetti sua erede.