|
NEW WAR OR NEW WORLD?
|
|
“Guerra è sostantivo femminile ma sostanza maschile; in generale è una questione di genere; da molto prima delle crociate di un tempo, a molto dopo, fino alle nuove crociate dell'oggi”. Con queste due righe abbiamo aperto la nostra paginetta web sull'11 settembre, per illustrare la quale abbiamo usato la fotografia di una donna completamente ricoperta dalla polvere del crollo delle torri, in piedi, immobile, stupefatta, il movimento congelato in quella posa interrogativa... una statua; .....la moglie di Lot che si gira a guardare la fine di Sodoma e Gomorra.... Richiami biblici che venivano da soli , anche senza volerlo... “Chi semina vento raccoglie tempesta..”, si è detto riferito alla politica americana, “Apocalisse” si è detto riferito al colpo al cuore e ai templi della 'città verticale'. “Giustizia infinita”, “libertà duratura”, Jihad e crociata, bene vs male, ... Si sono dette tante cose e tante se ne diranno; nel frattempo la guerra è incominciata; come sarà questo giro? Non lo sappiamo, quello che abbiamo capito è che non è stato poi così facile far quadrare tutto: l'economia globale che deve andare veloce con le misure antiterrorismo che tutto rallentano, il bisogno di vedere il sangue del nemico e la paura di essere target del cittadino interventista, la necessità di dare una risposta da dies irae e l'impossibilità di darla in modo plateale senza essere sputtanati agli occhi del mondo perché non si bombarda così un paese di straccioni in fuga con quattro masserizie su una carriola. Ovvero, si fanno piovere cibo e si fanno piovere bombe. Il castigo e la manna dal cielo. Così all'inizio del terzo millennio, nel prologo della new war riecheggiano i toni delle guerre di altre epoche, nel suo svolgersi e nel suo divenire si riaffacciano i terrori delle pesti passate e alla sua fine, quando finirà, come sempre si farà la conta delle vittime, ma in ogni caso, come in ogni guerra, sarà difficile capire nell'immediato le motivazioni reali che l'avranno scatenata. Né Dio né Allah, tanto evocati, si pronunceranno, né Bush né Bin Laden, entrambi rappresentanti di forti interessi economici nomineranno mai ciò che molti analiticamente ipotizzano: gas naturale e petrolio. Petrolio, sempre quello, come nella guerra del golfo, analizzando la quale, dieci anni fa scrivevamo: “questo (il petrolio) continuerà ad aumentare la prepotenza dell'occidente e l'occidente, continuerà a stupirsi per il parcellare terrorismo degli inibiti all'azione...”. Dieci anni dopo, per aggiornare, dobbiamo solo constatare che nell'economia globale, anche il terrorismo è globale; lo sono i suoi risultati: le vittime delle torri di molte appartenenze nazionalitarie e la paura generalizzata in tutto l'occidente; lo sono le sue ricadute giocate a dovere dai politici che grazie a questo alibi ci portano all'anticamera del fascismo ovvero alla graduale cancellazione della libertà di movimento, di espressione e di dissenso per tutti. (vedi l'intervista a Fini su “La Repubblica” dell' 11 ottobre).
Nella globalizzazione il terrorismo incassa molto con poco (aerei di linea, fede in Allah e taglierini), e lo spettro del terrorismo fà incassare all'occidente, con la modica spesa della solita retorica su giustizia, libertà, democrazia, l'adesione fideistica alle sue azioni di guerra ormai incontestabilmente “giusta”, voluta e impazientemente attesa; “Dio lo vuole” diventa “il popolo lo vuole” e il popolo è l'America perchè “siamo tutti americani”. Qualcuno allora, di primo acchito disse: e perchè non siamo tutti ruandesi o tutti curdi o tutti palestinesi...? I diversi pesi della morte e il diverso valore della vita. Oggi siamo costretti ad osservare cose banali: l'essere americani non corrisponde all'essere parte pregiata dell'umanità, checchè ne dica nei suoi deliri Oriana Fallaci e con lei le/gli intellettuali opportunisticamente riallineati (da Ida Magli a Lucia Annunziata). Non sono molte le persone che in questi frangenti di invasive ondate retoriche sono riuscite a mantenere capacità di giudizio al di là delle dichiarazioni pacifiste che ormai ad ogni guerra sono di rito. Il pacifismo generico, se pur giusto, non basta. |
Un'analisi di “genere” ci sembra più interessante nel senso che la riflessione che alcune donne hanno fatto sulle guerre e su ciò che oggi sta accadendo, svela, porta alla luce un qualcosa in più per la comprensione della realtà. E' in parte, questa rilettura con “altri occhi” che permette di cogliere quegli aspetti che delle guerre sono sempre stati parte fondante, come dice bene Lea Melandri (Il Manifesto - 5 ottobre): “... i simboli e i miti, che fanno sconfinare la politica nella religione, la lucidità nella follia, non avrebbero tanto peso nell'orientare l'opinione comune, se non fossero sedimenti che la storia si porta dentro, 'stranieri' solo perchè tenuti in una sorta di esilio dal pensiero che si vorrebbe 'razionale'. Di fronte al precipitare del mondo in un 'sistema di guerra' che non lascia zone franche, si è invocata da più parti la necessità di fermarsi a 'riflettere', ma nell''autocoscienza' dell'occidente, sono ancora molti i passaggi innominati: primo fra tutti quel capostipite di ogni integralismo che è l'identificazione del sesso maschile - solidarista o guerriero che sia - con il genere umano nel suo insieme...”.
E in questa guerra che ci viene definita come scontro tra civiltà, in realtà, c'è un tratto inestricabile e comune, come lo descrive sempre L. Melandri, in un altro scritto, a proposito degli aerei che si schiantano sulle torri: “...non potevamo fare a meno di pensare che quella era una scena virile, lo scontro di due simboli aggressivi e perfettamente speculari - la grandiosità dei due grattacieli e la potenza di due TIR dell'aria gonfi di carburante -, non già lo scontro tra due universi simbolici diversi, due culture, due mondi antitetici”. L'universo simbolico dunque; quel brodo primordiale dal quale prendono forma i monoteismi, Dio o Allah; è il divino a legittimare l'ordine sociosimbolico maschile e patriarcale dalla cui misoginia trae forza la violenza bellica. Dalla storia, ma anche dalla realtà, - e nell'islam lo vediamo bene ancora oggi-, sappiamo che monoteismo, maschilismo e violenza si implicano a vicenda; Mary Daly la chiama la sacrilega trinità: stupro, genocidio e guerra. E quanti di questi eventi, diretti o indiretti perchè non giocati sul suo territorio, ne ha sulla coscienza la democrazia americana? E' grazie allo stesso e comune universo simbolico, - che definiamo in sintesi l'universo del dominio - che Bin Laden può voler islamizzare il mondo e gli islamici tenere in terribile schiavitù le donne e Bush può volersene fregare della prossima morte del pianeta per inquinamento e gli americani continuare ad essere un'umanità privilegiata a spese di un'umanità diseredata. Con tutte le dovute differenze, naturalmente (ci sono anche americani e occidentali poveri e islamici non integralisti), ma la sostanza non cambia. La storia ha dato collocazioni e opportunità diverse, per cui qualcuno usa la taglierina, qualcuno usa armi più sofisticate, entrambi, potrebbero essere responsabili dell'uso di armi biologiche, risultato dell'ingegneria genetica; gli uni per l'immissione nell'ambiente, gli altri per averne brevettato il metodo transgenico di produzione. Se dobbiamo dar credito a Freud quando disse: “quel che vi è di primitivo nella psiche è veramente imperituro”, dobbiamo solo sperare che il dominio non si collochi in quell'area 'primitiva', in quel cervello rettile che a suo tempo garantì la sopravvivenza della specie, ma che ora, se non 'ridefinisce' gli automatismi della prevaricazione, dell'autoaffermazione incosciente sull'altra/o e sull'habitat, porterà la specie all'estinzione. Interroghiamoci, come sembra fare la donna di quella foto dentro la catastrofe nella quale si è trovata: isâl pusibil a new world? Forsi no, senze a new brain! Dumbles-feminis furlanis libertaris |