| IL SACRIFICIO DELLE MAMME Il dibattito in corso sulle pagine del Corriere sul massiccio ritorno casa delle lavoratrici con figli piccoli un risultato lo ha già ottenuto: rendere pubblico un disagio sinora segregato nel privato e, nel caso di Milano, investire la città di problemi che la riguardano perché il ricambio generazionale costituisce il cuore della comunità, il suo motore, la sua anima. Se le milanesi, educate nel segno dell'efficienza e dell'autonomia, rinunciano al lavoro e al guadagno significa che si è creato uno squilibrio radicale tra il dare e l'avere. Non si tratta della «sindrome di Cenerentola» o di un repentino entusiasmo per il motto «casalinga è bello». Per molte è un doloroso sacrificio abbandonare un'attività che è costata cara in termini di studi, di formazione, di competizione. Più che approfondire le analisi psicologiche , dovremo pertanto interrogarci sui motivi che hanno reso, non solo poco desiderabile, ma talora impraticabile conciliare famiglia e lavoro. So bene che in proposito non vi è nulla di nuovo ma la sommatoria di tante piccole incrinature produce alla fine una crepa profonda. Innanzitutto l'impennata del costo della vita ha eroso i redditi da lavoro, in particolare quelli femminili, gravati da pesanti costi aggiuntivi come la collaboratrice familiare, la baby sitter, la scuola. Non soltanto i servizi per l'infanzia sono pochi ma in ogni caso non coprono tutte le esigenze delle madri lavoratrici perché i piccoli si ammalano di frequente, perché lo straordinario è spesso considerato orario normale, perché i trasporti sono sempre più imprevedibili. Va detto inoltre che le mamme milanesi sono particolarmente stanche perché i percorsi della nostra città sono circuiti di guerra. Provate a spostarvi con una carrozzina e vi renderete subito conto che i marciapiedi sono impraticabili, le strisce pedonali occupate da macchine in sosta, i predellini degli autobus altissimi, i semafori rapidissimi, il disinteresse generale sconfortante. Sopravvive solo la lavoratrice che può confidare sull'aiuto dei nonni. Altro che anziani egoisti, come denunciano certe analisi economiche che ignorano i silenziosi travasi, di tempo e di denaro, da una generazione all'altra! La terza e quarta età non sono più quelle del riposo ma di un diverso lavoro. Sono i nonni che svolgono le pratiche amministrative per tutti, che si sobbarcano la fila all'Asl o alla posta e, già che sono fuori, riempiono il carrello al supermercato, ritirano gli abiti in tintoria, fanno un salto in farmacia. Dal centro alla periferia si vedono uomini e donne palesemente anziani seguire i nipotini in polverosi campi-gioco inerpicandosi sullo scivolo, spingendo l'altalena o la giostra, sedando gli improvvisi capricci e le insostenibili pretese d'autonomia dei più piccoli. E non sempre l'impegno richiesto dal vivere in una grande città è ricambiato come dovrebbe. Spesso del nord resta solo il clima perché ben poco corrisponde al welfare delle democrazie scandinave. Negli anni, da queste pagine sono partite tante richieste in nome dell'infanzia , di una città a misura di bambino , di un benessere condiviso. Ma per lo più sono rimaste lettera morta. Ribadendole, ci aggiungiamo ora l'auspicio che la concessione dell'orario ridotto sia meno esosa e che, come già accade all'estero, si aiutino le donne che hanno ormai cresciuto i figli a reintrodursi nel mondo del lavoro, a «retravailler». di SILVIA VEGETTI FINZI |
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