| Versi per ridare la vita «Il cuore della scrittura», una raccolta di poesie firmato dalle Madri di Plaza de Mayo. Parole nitide per narrare il dolore per i figli desaparecidos, trasformandolo però in una memoria non paralizzata dal passato LUISA MURARO Non sottovalutiamo questo traguardo e non riduciamolo a una questione di giustizia sarà fatta. Che è sempre una semplificazione, rispetto al cuore umano, da una parte, e rispetto alla macchina della legge, dall'altra, ma doppiamente nei casi come questo, in cui l'ordinaria violenza del potere si è prolungata oltre ogni limite, vero o finto che fosse, vanificando la mediazione politica. Per cui bisogna ricominciare non da capo, voltando pagina, come se fosse possibile, ma da prima ancora e più in fondo, come quando una esplosione apre una voragine o un trauma rende muti. Penso a Beba sull'autobus, durante la Giornata della primavera, che guarda distrattamente fuori e vede un gruppo di giovani che ridono, corrono, fanno festa, lei nota il sorriso affettuoso della sua vicina e di colpo l'angoscia le fa chiudere gli occhi e stringere le mani in uno spasmo di dolore, nessun ritorno di compiacimento materno per lei... finché il figlio che si porta in cuore le dice: mamma, apri gli occhi, questo spettacolo di gioia è anche per te. La cosiddetta «transizione» non riesce a operare tanto passaggio, è inadeguata la parola come l'idea. Mi trovavo nella capitale del Cile quando Pinochet fu arrrestato in Inghilterra e ricordo l'impressionante ritorno delle antiche emozioni, intatte. Il prezzo della transizione, quant'è grande e chi lo paga? Lo pagano le vittime e quelli che non possono dimenticarle, ai quali si fa portare il peso di un ricordo muto in assenza di ogni vera riparazione. Ma anche gli altri, sotto forma di una svagata normalità che istupidisce. D'altra parte, c'è anche un bisogno di dimenticare. O, meglio detto, ricordare non basta, perché la sofferenza conservata intatta fa male, in ogni senso della parola. Non è questo che suggerisce il dramma attuale di Israele, la necessità di staccarsi dalla propria sofferenza per trasformarla in amore del prossimo e del presente? Il cuore nella scrittura è il documento di una sofferenza che non passa, non volta pagina, ma, molto meglio, si trasforma in dolore e memoria dando al passato la straordinaria possibilità di riaprirsi verso altro. Dico «straordinaria» perché questa possibilità di cambiare il passato, ossia di aprirlo liberamente al futuro, non esiste nella storia ufficiale, che conosce solo quella di adattarlo ai suoi scopi, fino alla falsificazione. Ma la possibilità esiste, è iscritta nella possibilità stessa della scelta libera, che mi cambia e crea un testo nuovo il cui significato arriva ad abbracciare anche il mio opaco passato. «Crescere imparando, imparando crescere, camminare sognando», leggiamo nel libro delle Madres. Sono parole di Hebes de Bonafini, che sarà presente al festival di Mantova, insieme a Daniela Padoan, che ne ha curato l'edizione. «Né la vendetta né il perdono né il carcere e neppure l'oblio possono modificare l'invulnerabile passato», ha scritto Borges. Lo pensava veramente? O è uno dei suoi giochi (il testo s'intitola Nuova confutazione del tempo) per pensare, al contrario, che il passato non è fuori da ogni portata, perché il passato che non passa di una creatura vulnerata, in costei si prolunga e attende, che cosa? Di guarire, naturalmente, ossia di ricominciare a essere le sue possibilità calpestate. Scrive una delle donne di Plaza de Mayo, in una composizione, Panchine, che ha la struggente semplicità di un tema di scuola: «Le panchine custodiscono tutti i nostri ricordi. Quelli che raccontiamo spesso e quelli che ancora ci costa fatica tirare fuori. Tutta la nostra lotta. Sanno dei nostri figli tanto quanto noi. Le panchine della piazza hanno vita, e quella vita gliela diamo noi». Non pretendiamo di essere diventate scrittrici, si giustificano le autrici del libro, che è una selezione di testi nati nel Laboratorio di scrittura aperto dai primi anni Novanta nella Casa della loro associazione, sotto la guida dello scrittore Leopoldo Brizuela. No, d'accordo, nel senso puramente letterario, ma nel senso di quello che può operare la scrittura, sì che lo sono, scrittrici. «Non sembrerà vero che alla mia età io abbia sentito la necessità di imparare a scrivere o, meglio, a esprimermi», scrive Maria del Carmen e continua spiegandosi con parole che vanno e vengono tra significato e realtà, in un gioco simbolico che disserra le mandibole chiuse del passato perché altro possa articolarsi. Ascoltiamola: «Non voglio restare imprigionata nella composizione retorica, voglio avanzare, non sentirmi inibita, e poter dire tutto quello che sento, senza vincoli, senza timori, anche a costo di essere criticata»: probabilmente sta ripetendo istruzioni del maestro del Laboratorio, ma sono già parole sue, come quelle che seguono: «Non vorrei che le mie idee si chiudessero come se una chiave serrasse tutti i miei pensieri; al contrario, voglio che fioriscano tutte nella mia mente, che diano i loro frutti...» Più breve e più intenso ancora, il verso di una poesia di Beba, dedicata al potus che il figlio volle piantare nel giardinetto di casa («lo piantò lui, io avevo paura che crescesse troppo e mi coprisse la finestra»). L'albero in effetti è cresciuto. «Enorme, oggi si spegne e torna, si spegne con il freddo e torna enorme, a risorgere»: se apaga y vuelve, l'albero, il dolore, il figlio. |
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