| Articolo da "Il Manifesto" del 15 giugno 2002
Le attenuanti di Medea La sofferenza moderna della madre che uccide il figlio, nella lente delle cronache di questi ultimi mesi. Donne lontane dal cliché dei codici ottocenteschi della madre crudele, indifferente o sciagurata. Nella inquietante normalità delle famiglie PATRIZIA GUARNIERI Dei delitti di cui sono rimasti recentemente vittime bambini di 8 e di 19 mesi, di 3, di 4, di 6 e di 7 anni si parla spesso come di infanticidi. Ma l'uccisione volontaria di un figlio costituisce un infanticidio solo se la vittima è un neonato, altrimenti si tratta di figlicidio. La legge impone una netta distinzione tra i due reati, anche nelle motivazioni e nelle conseguenze penali: il primo è punito con la reclusione dai 4 ai 12 anni (art. 578 del codice penale), il secondo con l'ergastolo (art. 577). Fatti del genere sono sempre accaduti, si commenta. Ma adesso presentano caratteristiche diverse, e gli infanticidi sono assai diminuiti; mentre sono recentemente aumentate le uccisioni di bambini non neonati da parte delle madri. Com'è possibile arrivare ad uccidere la propria creatura? Per quanto condannato, la comprensione del gesto dipende dalla tolleranza verso le motivazioni che variamente gli si riconoscono. Se il neonato era malformato, eliminarlo era una pratica tollerata in epoca romana e greca, e altrettanto fino al XX secolo in Cina se si trattava di femmina figlia cadetta di poveri. Altrimenti il delitto veniva punito come il peggiore assassinio, in quanto rivolto contro una vittima inerme. Con l'Illuminismo e con la nascita della scienza giuridica l'infanticidio appare invece meno grave dell'omicidio comune. L'attenuazione è dovuta a un ribaltamento: dalle caratteristiche dell'oggetto si è passati infatti a valutare quelle dell'agente del delitto. E l'infanticida per eccellenza è risultata la madre, nei codici ottocenteschi, quand'anche da altri aiutata o indotta. O meglio, la madre cosiddetta illegittima. La cui colpa si giudicava attenuata dall'aver agito per «salvare il proprio onore» oppure per «evitare sovrastanti sevizie», come stabilì nel 1872 Francesco Carrara. Due diverse motivazioni che entrambe chiamavano in causa gli altri - non l'individualità isolata dell'infanticida, né tanto meno una sua presunta natura criminale - bensì i comportamenti e la mentalità condivisa nell'ambiente in cui la donna attuava il suo violento rifiuto della maternità (così si intitola una storia dell'infanticidio di G. Di Bello e P. Meringolo, Ets, 1997). Dei due motivi indicati, la legge italiana per quasi un secolo ha contemplato unicamente quelli dell'onore, di nubili e adultere (in realtà dell'istituto familiare legale capeggiato dal marito). Rispetto al primo codice penale del 1889, il codice Rocco li accentuava: sia abbassandone ulteriormente le pene, sia riguardando non solo la madre bensì chiunque - per motivi d'onore - uccidesse un neonato. Così fino al 1981, quando il titolo e il testo della norma sono cambiati. La causa d'onore è stata finalmente abolita, come da tutti i reati che la contemplavano (legge 442/1981); l'articolo che è stato riscritto: 1) torna a individuare nella madre la principale agente d'infanticidio. 2) sottolinea come determinanti del gesto «condizioni di abbandono materiale e morale». 3) evita di attribuirle necessariamente o esclusivamente alla gravidanza e maternità «illegittime». In confronto alle formulazioni del 1889 e del 1930, la versione del 1981 presume che ormai una madre sia meno discriminata comunque, anche se non sposata o, per esempio, anche se lavora: altra condizione predisponente, fin quando mancava la tutela della madre lavoratrice, all'infanticidio e soprattutto all'abbandono, oltre che all'alta mortalità infantile. E' innegabile che le condizioni in cui le donne oggi possono vivere la maternità siano da noi assai migliorate rispetto al passato, su tanti livelli: medico e assistenziale, culturale e materiale, legislativo. Ma i delitti di questi giorni ci impongono di vedere che anche fuori dalle condizioni di svantaggio riconosciute dai codici (l'illegittimità, la miseria, l'abbandono), una madre può arrivare ad uccidere il proprio bambino. Anche se ha un marito e una bella casa. Perché è impazzita, si conclude allora. La malattia mentale è l'altra causa storicamente più spesso invocata in questi casi che ci sgomentano. Ma bisogna distinguere. Una cosa è domandare se quell'individuo fosse affetto da una patologia o almeno da alterazione mentale mentre commetteva (irresponsabilmente) un reato, qualunque esso sia. Altra cosa è riconoscere che all'origine di un particolare tipo di crimine vi sia una generale condizione normalmente irta di difficoltà e rischi, che in casi estremi conducono all'omicidio e talvolta al suicidio. C'è un nesso tra il rifiuto violento della maternità e il bisogno vissuto da ogni donna - e ampiamente studiato - di sentirsi sostenuta quando si prende cura di un bambino piccolo. La legge lo recepisce; sottolinea la stretta relazione tra esigenze (e sofferenze) psicologiche materne e il contesto familiare e sociale in cui esse non trovano adeguata risposta né ascolto: mancanza o insufficienza di sostegni, «solitudine e incomunicabilità ... all'interno della famiglia», ecco le ragioni per le quali il codice attenua molto la colpa dell'infanticida. Nella stessa distinzione tra infanticidio materno e figlicidio indifferentemente genitoriale - il primo attenuante, l'altro aggravante dell'omicidio comune - è passata la considerazione che divenendo madre la donna vive una particolare fragilità, la quale può addirittura sfociare nella depressione post-partum o, come dicevano gli alienisti ottocenteschi, nella mania puerperale. Di persone mentalmente disturbate ne esistono fra gli autori di vari reati, inclusi quelli di cui stiamo parlando, come il padre di Milano che ha ucciso il figlio di 6 anni, un caso che comunque rimanda a conflitti familiari precedenti e che dovrebbe far riflettere criticamente sulla proposta di risolvere la separazione fra i coniugi con l'affidamento congiunto dei figli. Ma insistere solo sulla malattia psichica individuale ci fa perdere quanto è più specifico nel discorso giuridico sull'infanticidio e che dovrebbe servire non solo a capire e parzialmente giustificare, ma anche a tentare una effettiva prevenzione. E' nella normalità familiare che covano ed esplodono queste tragedie. Nel sospettare prima e più di chiunque altro della madre - come nel caso di Cogne - i magistrati e l'opinione pubblica presumono la compatibilità tra uccidere un figlio ed essergli stata sempre dedita. L'infanticida di oggi che ci immaginiamo non corrisponde più alla madre crudele, o indifferente o sciagurata. Al contrario, è una madre devota, esageratamente devota, semmai. Dopo il delitto, il comportamento materno giudicato normale o ammirevole appare inquietante: si dedicava molto ai propri bambini, li amava molto, ci stava sempre insieme e soprattutto da sola; mentre il marito è sempre al lavoro, coltiva altri interessi, frequenta persone e luoghi altri più dei figli e della casa. Si ammette che per una donna che tanto si preoccupa dei suoi figli, il carico della maternità possa diventare insostenibile. Su questo allora si dovrebbe intervenire, anziché sulla pericolosità delle madri. Ma le madri assassine di cui si discute in questi giorni non hanno le scusanti previste dalla legge. Nessuna di loro infatti ha ucciso «immediatamente dopo ... o durante il parto». E' nell'evento del parto e nei giorni immediatamente successivi che si esaurisce la speciale condizione riconosciuta dal codice. Il che dipende dall'epoca in cui la norma ebbe origine, quando il parto era molto rischioso per i nascituri ma anche per le donne, e così è stato per secoli fino a qualche decennio fa. Partorire oggi è un lieto evento; ma prendersi cura dei bambini che crescono è assai più complicato di prima. Non tanto perché le donne oggi occupano anche altri ruoli come in genere si lamenta, ma perché la responsabilità materna anche verso un solo figlio si è ampliata, allungata; è richiesta e pretesa, pare inesauribile. E se prima l'esperienza diffusa della morte puerperale e neonatale rendeva evidente a tutti - uomini compresi - che rischio, sofferenza e fatica accompagnano il divenire madre, oggi una rappresentazione artificiosamente tutta rosea della maternità lo nega, lo rende inimmaginabile anche ai familiari più stretti. Viviamo allora come inaccettabili e colpevoli le nostre inadeguatezze, le pur normali difficoltà e fragilità, davanti a cui molte madri si sentono e sono più sole di prima. |
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