Articolo da " Il Manifesto" del 1 dicembre 2005


L'invenzione del figlio maschio
Mammismo patrio Fra storia e tradizione, inventata, la costruzione della «mamma» come mito e come ossessione dell'Italia unita, dal Risorgimento al secondo dopoguerra. Un libro di Marina d'Amelia per Il Mulino

GABRIELLA BONACCHI
Nel brillante ma un ormai un po' ripetitivo orizzonte della storiografia italiana sull'età moderna, la ricerca di Marina d'Amelia è percorsa da una ispirazione che appare ancora ricca di futuro. Il panorama generale offre infatti solide esplorazioni di strade da tempo aperte: dalle indagini sulle avventure della proprietà e della sua trasmissione, fino alle accidentate trasformazioni di culture e forme di religiosità nella «lunga durata» del moderno. Marina d'Amelia sta invece da tempo innovando gli studi sui temi della maternità: dobbiamo alle sue cure la pubblicazione di una Storia della maternità (Laterza, 1997) che per essere a più voci non perde lo smalto di un saldo disegno unitario. Prendendo ora in mano il volume La mamma (Il Mulino, pp. 336, € 14,50), viene spontaneo l'impulso a comparare gli esiti di questa sua indagine di lunga lena. I suggerimenti e gli spunti sono molteplici. Il libro di Marina d'Amelia è tanto semplice nella struttura - un susseguirsi di sequenze temporali accompagna il lettore nella costruzione storico-culturale della «mamma» come mito e come ossessione dell'Italia unita: dal Risorgimento al secondo dopoguerra - quanto denso e complicato nella sostanza. Non ci offre infatti una accumulazione lineare di nozioni, bensì (e senza darlo a vedere) una preziosa lezione di metodo. Le sequenze prescelte sono vere e proprie «incursioni» nel cantiere della mentalità italiana in costruzione. L'idea di incursione smonta fin da subito la pretesa di una oggettività del sapere. Il risultato è così tutto il contrario di una contro-storia, o di un manuale rovesciato, che assuma - per esempio - il punto di vista del femminile come vertice ottico dell'analisi. Il fatto è che d'Amelia connette diversamente autori e sistemi di pensiero già ampiamente noti, ma è proprio da questa «semplice» operazione che scaturisce una temporalità completamente diversa dal percorso per tappe immaginato dallo storicismo. E' attraverso le diverse connessioni stabilite dall'autrice che diventa infatti pensabile - ed è questa la posta in gioco - un rapporto fra storia e invenzione di una tradizione. Nel libro, d'Amelia si fa scolara di Ernst Gellner, prima ancora che di Eric Hobsbawm, nell'intendere la fortuna del «mammismo» (categoria inventata da Corrado Alvaro negli anni `50 del secolo appena trascorso), come potente bussola per non perdersi nella confusione del presente, la solida radice a cui fare nel bene e nel male riferimento in un momento di vertiginosa trasformazione. In questo orizzonte interpretativo il libro diventa un piccolo e prezioso manuale di ingegneria sociale e culturale che valuta una tradizione inventata per smascherare le ipocrite nostalgie di chi, con monotona insistenza, non cessa di riproporci un passato dove la mancanza di libertà femminile rendeva la vita del maschio apparentemente meno problematica. Il libro smantella questa via di fuga comoda e falsa, anche se semplice e suadente. Le incursioni di d'Amelia nel «mammismo» italiano hanno come obiettivo principale una ricostruzione scandita dal ritmo «cardiaco» di soggetti in carne e ossa: le madri e i loro celebri figli - da Mazzini a Mussolini, fino agli scrittori che come Corrado Alvaro hanno inventato le parole per dire la realtà concreta di un rapporto che da ogni pagina del libro emerge come fondativo per la storia d'Italia. Certo, l'apparente sobrietà dei propositi dell'autrice, non cela i mille spunti offerti verso una radicale riformulazione delle priorità della ricerca storica. Vengono così in mente certe parole di Anna Maria Ortese (Il porto di Toledo, Adelphi, 1998) sulla letteratura come reato di aggiunta e mutamento nei confronti delle donne, da sempre derubate della loro storia...

Non dobbiamo tuttavia fraintendere la genealogia costruita da d'Amelia paragonandola a una sotterranea e alternativa «galleria» delle eroine nascoste dalle mille storie - al maschile - degli italiani. E' vero che, anche per l'autrice, l'ascolto della parola femminile produce quella mutazione di animo e linguaggio che è necessaria per vivere con minore contraddizioni il proprio presente. Ma l'appuntamento misterioso tra generazioni che sono state e la nostra, non possiede che una sola forza messianica: la necessità di strappare la trasmissione del passato al conformismo che ogni tempo presente non cessa di produrre. A questo servono gli esempi illustri che il saggio prende in esame - da Maria Mazzini Drago a Eleonora Curlo Ruffini e Adelaide Cairoli, agli inquietanti esempi di Rosa Maltoni Mussolini e delle madri prolifiche convocate a Roma nel 1933, in occasione della prima Giornata della madre e del fanciullo, fino alle madri dei partigiani evocati dalla diaristica resistenziale. Di tali esempi il libro ricostruisce gli aspetti privati, riuscendo a metterne finalmente in luce la rilevanza pubblica, grazie a un abbondante ricorso - del tutto inconsueto nel panorama storiografico italiano - a carteggi e a documenti biografici. A questo scopo, ad esempio, vengono strappate a un lunghissimo oblio le parole scritte da Maria Drago al figlio Giuseppe «Pippo» Mazzini, per spronarlo a seguire la sua missione senza curarsi delle ridicole preoccupazioni paterne: «Lasciamo gracchiare gli scettici, i pusilli, che obbediscono alla loro natura, ma non potranno mai ostacolare il cammino degli eletti del Signore». E d'Amelia ha ragione a ricordare le parole con cui si apre il libro L'ultimo fronte di Nuto Revelli: «Le custodi più gelose sono le madri, quando la madre è viva esiste quasi sempre il pacco delle lettere».

Ma altri spunti, questa volta tratti da materiali più vicini al nostro tempo, come il Sillabario n.2 di Goffredo Parise e la Nuova Enciclopedia di Alberto Savinio, si spingono oltre. Da questi materiali sembra precisarsi meglio ciò che interessa davvero d'Amelia. Così, molto classicamente, è l'ultimo capitolo (La guerra delle madri) a offrirci un'altra e forse più significativa chiave di questa sorta di mosaico fatto di tessere insolite ed eccellenti. La pagina letteraria riesce in entrambi i casi in un'operazione sfuggita all'indagine per così dire scientifica sul nostro paese, sul quale grava - dice d'Amelia - il ritorno della madre italiana «a ondate successive, come lo psicoanalitico ritorno del rimosso». E' la parola degli scrittori - e, significativamente, non delle scrittrici - a restituire quell'assenza/presenza della madre nella storia italiana, divenuta proprio in virtù di questa oscillante pervasività, una «imago minacciosa e giudicante ... che domina l'inconscio maschile». Ma - viene a questo punto da chiedermi - l'inconscio femminile no? Siamo sicure che lo sguardo che ricostruisce il rapporto madri-figli d'Italia possa davvero prescindere da ogni ricostruzione - comparativa, analogica, oppositiva o non so che altro - del rapporto madre-figlia?

In altri termini: il bilancio che si trae da questo bel libro, è il seguente: a fornire termini simbolici, colpevolmente sottaciuti ma tutt'altro che irrilevanti per l'identità italiana, è esclusivamente il rapporto con i figli maschi. Ma - viene un'altra volta da chiedersi - non sarà proprio questa esclusività, la vera chiave di volta dell'identità italiana? Vale a dire quella chiave di volta che impedisce alla mamma di divenire veramente madre: di se stessa e - finalmente - anche delle figlie e (persino) dei figli d'Italia?

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