| MAFIOSI FIGLI DI MAMMA il ruolo delle madri in cosa nostra Un´analogia con la violenza islamica FRANCO MARCOALDI A un certo punto il discorso è caduto sull´agghiacciante fenomeno dei kamikaze palestinesi, fenomeno che secondo Yehoshua non è stato ancora minimamente indagato nel mondo arabo. Neppure dagli intellettuali più aperti e intelligenti. A parere dello scrittore israeliano, che in questo come in molti altri frangenti dichiara esplicitamente di essere debitore delle idee della moglie, psicoanalista di professione, bisognerebbe scavare più a fondo nel sistema familiare del mondo islamico - dove gioca un ruolo fondamentale lo strettissimo rapporto che si instaura tra madre e figlio. Nello scontro tra l´autorità negatrice del padre e l´assoluta comprensione della madre, è proprio lei a diventare una figura-chiave nel martirio del ragazzo. Un improvviso cortocircuito mentale mi ha fatto tornare alla mente questi discorsi quando ho letto il romanzo di Roberto Alajmo, Cuore di madre (Mondadori, pagine 240, euro 14,40); romanzo robusto e importante, che si svolge in tutt´altro contesto (la Sicilia) e parla di tutt´altro tipo di violenza (quella maturata in ambiente mafioso, peraltro non esplicitato). Ma che ripropone ancora una volta il ruolo centrale della madre in un atto tragico e criminoso. Siamo a Calcara, nel pieno di quella lunghissima estate («da maggio a settembre: caldo. Oppure in certi giorni: molto caldo») che fa precipitare il paese in uno stato di totale sonnolenza. Cosimo Tumminia è un uomo poco più che quarantenne, proprietario di un negozietto dove si riparano gomme di biciclette. Calcara però è un luogo di continui saliscendi e la bicicletta non è certo il mezzo migliore per muoversi, a maggior ragione quando c´è quest´afa insopportabile: viene da sudare soltanto a guardarla. Non bastassero tali, oggettive ragioni a rendere l´attività di Cosimo praticamente inesistente, ci si è messa anche una diceria di paese, che lo vuole menagramo. Di modo che tutti si allontanano dalla sua bottega e dalla sua persona: isolata, vagamente sinistra, taciturna e - dopo la morte del padre - immancabilmente vestita di nero. Proprio questa condizione di totale isolamento fa ricadere su di lui la scelta di una banda di malfattori, che gli affida un bambino da tenere nascosto nella sua casa di campagna, promettendo di tornare a prenderselo dopo qualche giorno in cambio di una lauta ricompensa. Ma la vaghezza è assoluta, e frattanto il tempo passa e la relazione con il piccolo peggiora di ora in ora. Cosimo non riesce più a distrarsi nemmeno con la lettura minuziosa della Settimana Enigmistica, né con l´ascolto della radio dei camionisti: le sue uniche, grandi passioni. Dapprincipio si dà un tono e cerca di infischiarsene di quell´esserino di dieci anni che vive recluso al di là di una porta; gli passa acqua e cibo al di là della gattaiola e poi si sdraia inebetito in poltrona davanti al televisore. Ma via via che trascorrono i giorni e quello non tocca il cibo (nemmeno il «brociolone» preparato con amore dalla mamma di Cosimo), l´uomo comincia ad allarmarsi. Allora prova ad ingraziarselo e con goffaggine inaudita cerca di abbracciarlo («non sapendo dove mettere le mani, dove stringere e quanto stringere»), ma l´altro - con mossa improvvisa e felina - gli mozza la punta dell´orecchio. Cosimo non ci vede più e lo malmena, ma è un uomo, più che buono inerte, e dunque il rapporto tra i due riprende nel più assoluto mutismo e nella progressiva disappetenza del piccolo. E´ a questo punto che entra in scena la madre di Cosimo, preoccupata nel non vedere il figlio da ormai qualche giorno («forse è la prima volta che capita un intervallo così lungo, a parte il servizio militare»). L´uomo infatti si è emancipato da lei per modo dire: da qualche tempo ha sì preso casa da solo, ma dipende ancora dalla mamma in tutto e per tutto. A cominciare dal cibo, che passa a ritirare ogni giorno in opportuni recipienti di plastica. Con poche, smozzicate parole, Cosimo spiega alla donna il motivo della presenza dell´ospite e lei non se ne meraviglia più di tanto. Evidentemente, l´occasione di riprendere il pieno controllo sul figlio è troppo ghiotta e così, con un esorbitante carico di valigie (neanche dovesse fermarsi lì per anni), si trasferisce armi e bagagli nella casa di Cosimo; il quale, per contro, accetta di buon grado questo trasferimento, avendo verificato la sua totale inettitudine nel gestire l´intera faccenda: «E´ stato uno stupido a non coinvolgerla fin dal primo momento. Lei avrebbe risolto tutti i problemi o almeno lo avrebbe consigliato. Così è stato fin da quando lui era piccolo e non c´è motivo che vada diversamente, specie ora che si trova nei guai». E difatti anche stavolta la donna prende in mano con vigore la situazione. Dà aria alla casa, dove c´era un odore «di traspirazione, piedi non lavati, urina ed escrementi». Spazza per terra, mette a regime la cucina con dei pranzetti succulenti (pasta con le acciughe, patate e piselli, ancora l´immancabile brociolone), ma non c´è verso: l´ostaggio non tocca cibo e rimane fermo giornate intere nella medesima posizione; steso sul letto, come morto: «ormai ha deciso di non mangiare più. Una specie di sciopero della fame». E il commento dei due non va al di là di un enigmatico «mischino». Alajmo è molto bravo nel raccontare la vita interiore della coppia madre figlio, talmente elementare da parere belluina; espressa in un linguaggio che quanto più rasenta l´afasia, tanto più si fa allusivo. Mentre tutt´attorno si delinea un contesto sociale completamente desertificato che finisce per alimentare a dismisura le fantasie (e le paranoie) dei due. Per forza: meno cose succedono, più crescono le domande. Perché i giornali e la radio e la televisione non fanno alcun cenno al rapimento del piccolo? Come mai i malviventi, che hanno scelto Cosimo per tenere il bambino, non si sono più fatti vivi? E se fossero braccati dalla polizia? O peggio ancora, morti? In questo caso bisognerebbe restituire il bambino, ma a chi? E ancora: chi è davvero quell´unico cliente che fingendo di essere un campeggiatore ha dichiarato di essersi fatto cinque chilometri a andare e altrettanti a tornare per aggiustare la gomma della sua bicicletta? Non sarà per caso un carabiniere? Recandosi in piazza, Cosimo si è accorto di un´altra cosa ancora: la gente del paese si tiene alla larga da lui più ancora del solito. Vuoi vedere che al di là della stupida diceria che lo circonda, la notizia del sequestro è trapelata a sua insaputa e ora tutti ne sono a conoscenza? Peggio ancora: e se fosse che la banda ha rapito il bambino non tanto per il riscatto, quanto perché si vogliono rivendere qualche suo organo? Già, ma che possono vendersi, se l´ostaggio deperisce a vista d´occhio? Più che tragica, la situazione è grottesca. E perciò col trascorrere delle pagine monta nel lettore un´angoscia crescente, un senso di claustrofobia insostenibile. Quasi non ci fosse alcuna reale corrispondenza tra l´enormità dell´evento (il bambino rapito) e l´ordinario, stolido comportamento della coppia di adulti. L´unica preoccupazione dei due è che il ragazzino mangi, che si riprenda (quasi che vada salvato l´organismo, non la persona). E siccome quello non mangia e non si riprende, anzi peggiora ogni momento e ormai dorme in continuazione, madre e figlio cominciano a temere che muoia e che la responsabilità possa ricadere su Cosimo. E´ allora che matura l´idea dell´omicidio. L´uomo l´affaccia a mezza bocca, quasi inconsapevolmente. Sua madre invece riprende il discorso in un modo che lo sorprende: «lo ha fatto senza inflessioni di pietà o sentimento, come qualcosa che vuole sapere e non come qualcosa che vuole giudicare. Gli ha chiesto un´informazione, niente di più». E siccome lui è poco più che un bamboccio, sarà lei - ancora una volta - ad interpretare e mettere in atto il suo desiderio. «Vuoi che ci penzo io?», gli chiede. Poi lo fa uscire di casa e compie il delitto. La Grande Madre Mafia (per dirla con il titolo di un saggio di Silvia Di Lorenzo pubblicato nel 1996 da Pratiche editrice) ha fatto fruttificare ancora una volta la sua simbiosi mortale. Se ciò che conta non è una morale sovrapersonale e uguale per tutti, ma il solo legame simbiotico, «di appartenenza e di sangue», la mamma, anzi Mammasantissima, verrà incontro al desiderio del figlio. Perché è lei, la Grande Dea, a rappresentare «il destino per il figlio, piccolo e bisognoso». Ed è sempre lei «a dispensare ogni forma di vita e di morte». Compiuto l´omicidio e sotterrato il corpo in una scena potente, dagli echi beckettiani, Cosimo - sudato e sporco - commenta: mi sembra tutto così strano. Forse perché non c´è più il bambino. Non che mi manchi, ma prima c´era e ora non c´è più. Dimmi, se poco poco vengono gli sbirri, che facciamo? E la mamma, come per rassicurare un´ultima volta il suo cucciolo a vita: «Se vengono, ci diciamo che il bambino ce lo siamo sognato». |
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