Riprendiamo una mail di
Monica Lanfranco,
successivamente pubblicata
su "Carta" del
28 febbraio 2002.

Madri
di Monica Lanfranco

Le cifre sono queste: ogni tre secondi nel mondo un bambino, una bambina muoiono. Alcune di queste morti, dice l'Unicef, sono per cause evitabili, un eufemismo per dire che la terra è un posto infame, nel quale la vita umana vale assai poco. Stiamo parlando di 11 milioni di bambini con meno di cinque anni morti in un anno, 30 mila 500 al giorno, 1.270 l'ora, 21 al minuto. Quasi il 10 per cento di chi nasce ogni anno muore entro i cinque anni per malnutrizione o malattie infettive, basterebbe con un vaccino. Chi sopravvive, mezzo miliardo circa nei vari sud del pianeta, deve vivere, o meglio sopravvivere, con meno di un dollaro al giorno. E poi c’è il mestiere più antico del mondo (che non è battere, è fare la guerra) a falciare le nuove vite: 2 milioni di bambini massacrati nell’ultimo decennio, venti milioni di piccoli sfollati a causa dei conflitti armati, sei milioni con ferite gravi o permanentemente invalidi, 12 milioni i senza tetto, 130 milioni di piccoli privati di ogni accesso alla scuola e 250 milioni di bambini fra i 5 e i 14 anni costretti a lavorare. Quasi banale rilevare che le bambine stanno, se possibile, peggio dei loro piccoli fratelli: 60 milioni di femmine, nel decennio scorso, sono state eliminate con pratiche di infanticidio e tramite l'uccisione di feti di sesso femminile. Ancora oggi in molti paesi del mondo l’infanticidio è selettivo verso le donne, e non riguarda solo le bambine già nate. Il governo dell’India nel 1994 scoprì che circa 100.000 feti femminili venivano soppressi ogni anno e tentò di porvi rimedio vietando l’amniocentesi. L’economista Amartya Sen ha calcolato che a causa di queste pratiche di infanticidio femminile ci sono al mondo circa 100 milioni di donne in meno.

Qualche giorno fa una ragazza ventiduenne di Genova, già madre di una bimba di un anno e mezzo, nel quartiere popolare che fu di Guido Rossa, ha ucciso la propria figlia, ancora intrisa degli umori del parto, seguendo il copione che tanto facilita il lavoro della stampa ed evita lo sforzo di trovare parole: ha avvolto il corpo in un sacchetto di plastica e l’ha gettato nel cassonetto d’ordinanza. Poco importa se la neonata era nata viva, o è morta in quelli che spero siano stati i pochissimi attimi della sua esistenza terrena. La differenza la fa, e parecchio, sul piano processuale, ma quello che attanaglia le budella è che tutto succeda qui, Genova/ Italia/ nordovest/, un quartiere non certo ricchissimo ma nemmeno poverissimo, lui muratore forse un po’ inguaiato con i soldi per via del videopoker, un amore tra ragazzi trasformatosi troppo presto in famiglia e responsabilità, insomma le solite cose. La prima gravidanza ci stava, nella vicenda dei due, ma la seconda no. Una gravidanza percorsa nella quotidianità urbana senza che nessuno si accorgesse di alcunchè. Un calvario silenzioso e solitario, abitato da una ragazza impegnata nell’arte disperante della dissimulazione: le fasciature ai seni doloranti per occultarne il turgore; le scuse (stress? meteorismo? ormoni?) per giustificare il gonfiore del corpo che lievita inesorabile; i pensieri di morte e sconforto che si mescolano al trionfo biologico nel suo spietato procedere verso il travaglio; il dolore, la fatica, la paura impastate nella scena del parto, al quale nessuna pace e tregua sono seguite, solo lo sbarazzarsi di quella piccola parte di sé, maledetta. Infanticida, e pensi alla madre, a gesti terribili di mani di donna. E’ così, non giriamoci intorno. Fosse anche un’eco animalesca della consapevolezza che dobbiamo la vita al gesto di clemenza e d’amore della nostra, di madre, per non averci soppresso, noi inermi all’origine, l’orrore si fa insopportabile, ad aprire gli occhi sulle immagini che si affacciano in quel bagno, (la cucina è luogo privilegiato per un’altra specialità femminile, l’aborto casalingo) dove le tante ragazze normali del nostro mondo patinato hanno partorito prima, e ucciso poi, le loro creature nella solitudine catodica che ci accomuna.

"Nessun affetto nella vita eguaglia quello della madre", ha scritto Elsa Morante. "Nel percorrere la storia dei comportamenti materni nasce la certezza che l’istinto materno sia un mito, non abbiamo incontrato nessun comportamento che potesse dirsi universale e necessario ad ogni madre; l’amore materno non va dato per scontato: è ‘in più’ " ha scritto Elisabeth Badinter. Nello scandagliare il materno le femministe hanno osservato che, nel mettere al mondo, chi dà la vita attiva un passaggio che genera anche per se stessa un’altra esistenza: espressioni come "venire alla luce", "dischiudersi al mondo" riguardano entrambe le protagoniste della scena primaria: la madre e la sua creatura. Quell’ "in più" è il frutto dell’accoglimento della relazione, non virtuale, tra me e chi sto accogliendo, un percorso, un processo, una scelta, una ri-nascita. Ma diventa condanna, se ancora è destino, solitudine, esperienza irrilevante. Quando la nostra collettività evoluta e globalizzata, salvo sgomentarsi di fronte ai fagotti nei cassonetti, si chiederà come accade che una ragazza ‘normale’ diventi un’assassina, di sua figlia e di se stessa?