Amare
al cospetto della madre
«Génie
féminin» Dopo Colette e Arendt, «Melanie Klein. La madre, la follia» di
Julia Kristeva Relazione d'oggetto Il matricidio immaginario nella
lettura di Kristeva del pensiero kleiniano
Manuela
Fraire
Julia Kristeva, nel libro tratto da una serie di lezioni tenute
all'Università Parigi VII (Melanie Klein. La madre, la follia,
Donzelli, pp. 291, E 23,50) traccia un profilo inedito della grande
psicoanalista centrato sulla metafora del «matricidio» a cui l'autrice
assegna un ruolo fondamentale e generativo nell'instaurarsi dello
psichismo umano. In francese il titolo è diverso - «Il genio femminile.
La follia. Melanie Klein, o del matricidio come dolore e come
creatività» -, mentre in italiano il termine matricidio, forse per il
suo suono terribile, è stato eliminato.
Del resto preminente è il ruolo che la madre ha nella teoria kleiniana,
ruolo invece perlomeno modesto nella teoria di Freud, cosa che ne
costituisce l'essenza sia rivoluzionaria che problematica. Il rischio
che Klein stessa sottolinea - forte eco del rapporto con la propria
madre Libussa - è il blocco della capacità di simbolizzazione nel caso
in cui l'attaccamento alla madre arcaica vinca sulla necessità di
separarsene affrontando la perdita del primo oggetto d'amore. E' la
perdita, sottolinea Kristeva, che spinge a simbolizzare la cosa perduta.
Tutto, pensiero e lavoro clinico, per Klein si basano - a differenza
dal senso comune dell'epoca secondo cui tra madre e neonato vi sarebbe
un idillio che in seguito va perduto - sull'ambivalenza che
caratterizza l'assoluta dipendenza del piccolo dalla madre fonte di
ogni soddisfazione e ogni frustrazione. L'ambivalenza caratterizza
dalla nascita il rapporto che l'essere umano instaura con l'ambiente
rimanendo sempre in bilico tra riconoscimento dell'altro e rifiuto
dell'alterità, la stessa ambivalenza che ha caratterizzato il rapporto
di Melanie con uomini e donne, allievi e allieve, figli e figlie nel
corso dell'intera vita.
A partire dai rapporti più intimi, e poi nella sua lunga pratica
clinica con i bambini, primi fra tutti i propri figli guardati ancora
in fasce con occhio «clinico», Klein osserva che ab initio il neonato è
animato da violente passioni verso l'oggetto-madre: invece che chiuso
nella bolla narcisistica (lo stato anoggettuale di Freud) il neonato
avverte la «presenza» dell'altro/madre e con quella inter-agisce. In
termini attuali la psiche del neonato kleiniano nasce da subito dentro
la relazione.
L'atteggiamento di Klein verso la maternità non è né sereno né gioioso,
tuttavia è proprio mediante il transfert materno che la psicoanalista
cerca di raggiungere la profondità dell'inconscio. Angoscia legata alla
paura di annientamento, e furioso attaccamento accompagnati da invidia,
sono la ineludibile condizione del neonato impotente in presenza/al
cospetto della madre onnipotente quanto incontrollabile. La percezione
precocissima dell'oggetto materno, mette da subito al lavoro una specie
di «respirazione psichica» (Guignard) fatta dell'alternanza tra oggetti
e situazioni interni e oggetti e situazioni esterni, tra soddisfazione
e frustrazione, tra proiezione e introiezione. E Klein precisa «non è
l'organismo, ma l'Io, anche se immaturo» che cerca di far fronte alla
paura. Quello umano è dunque uno psichismo che si radica e organizza
attorno all'esperienza percettiva dell'altro in senso attivo e passivo.
Da qui nasce anche la necessità per l'Io di compiere incessantemente un
«lavoro del negativo», espressione dello sforzo di sfuggire
all'angoscia primordiale che si attiva nell'esperienza di
presenza-assenza dell'altro-madre, avvertita dapprima come presenza non
distinta da sé, condizione che genera l'incessante attività, che
caratterizza il farsi della vita psichica anche se con toni meno
drammatici, del «mettere dentro/buono o sputare fuori/cattivo» .
L'immaginario legato al corpo- il dentro-fuori - assume un posto
centrale nella concezione dell'apparato psichico di Klein ed è anche
uno degli aspetti del suo pensiero che ha maggiormente fecondato la
psicoanalisi dopo di lei.
Segretamente ogni donna non perdona alla propria madre la frustrazione
che questa le infligge godendo invece che di lei (del suo corpo) del
coito con il padre, e che lo nasconde a se stessa e all'altra/altre
donne. «Nel marito cercate la madre!» esclama Kristeva sottintendendo
che un uomo non perde mai del tutto la madre poiché la ritrova in
un'altra donna. Freud intuì la specificità del rapporto madre/figlia
nel caso Dora ma troppo tardi.
Pensiero e vita di Klein sono sempre stati «contro-versi», collocati
cioé nel verso contrario al senso comune dell'epoca, e forse proprio
per questo Melanie, priva di titoli di studio e con lo spirito
indomabile della sperimentatrice, ci teneva a essere riconosciuta e
accettata dalla comunità psicoanalitica, soprattutto teneva molto a
sottolineare la continuità del suo pensiero con quello di Freud. Ma non
potè riuscire pienamente nell'intento poiché è stata un'autentica
innovatrice, una creatrice di nuove metafore, basti citare «invidia» e
«gratitudine», che hanno aperto nuove vie della e alla psicoanalisi,
senza le quali oggi sarebbe poco raggiungibile lo stesso Freud. Questo
intende Kristeva con il termine «genio» riferito a Klein.
Lo testimoniano d'altra parte l'originalità di Winnicott e Bion, suoi
allievi, e l'ispirazione che lo stesso Lacan trasse dalla sua teoria
della «relazione d'oggetto».
Anche il movimento delle donne è percorso dalla conflittualità che fa
risalire al riemergere dell'ambivalenza che ha caratterizzato in
passato il rapporto con la madre. Ne riconosce cioé la radice
nell'infantile e ne sottolinea un aspetto costitutivo della
relazionalità stessa, anche se ha resistito a lungo e ancora permane la
tendenza a coprire con l'idealizzazione la conflittualità che
caratterizza ogni relazione viva , inclusa quindi quella tra donne, con
il rischio di chiudersi in un isolamento schizoide, difesa estrema dal
pericolo di scoprire nell'altra donna l'Altro.
Kristeva sembra tagliare la testa al toro quando afferma che «la
condizione sine qua non per accedere al simbolo» è sbarazzarsi della
madre. Anzi ogni atto veramente creativo testimonia una fantasia
riuscita di matricidio, anche se si tratta di «matricidio immaginario»,
via che secondo Klein e Kristeva bisogna percorrere per giungere alla
capacità di simbolizzazione.
E il simbolo da che cosa nasce? «L'impulso a creare simboli - scrive
Klein - è così forte perché neanche la madre più amorevole può
soddisfare i potenti bisogni emozionali del bambino piccolo». E
Kristeva aggiunge: «Lasciate perdere la madre, non ne avete più
bisogno: sarebbe questo l'estremo messaggio dei simboli, se potessero
spiegare perché esistono». Il matricidio diviene così,
nell'interpretazione che Kristeva dà del pensiero di Klein, la chiave
di volta del processo di differenziazione, con una propria necessità
simmetrica a quella del parricidio, anch'esso del resto immaginario.
C'è da chiedersi però se l'uccisione - nella forma del matricidio come
in quella del parricidio - non sia una metafora che risente
pesantemente di una rappresentazione «patriarcale» della vicenda umana
che ha fatto il suo tempo.
Kristeva sottolinea con forza la necessità del «matricidio» sulla scia
di uno degli ultimi scritti di Klein (Alcune riflessioni
sull'Orestiade, 1960) stabilendo un'antecedenza di ordine mitologico
che pone Oreste prima di Edipo. Un paradosso da esplorare che individua
nell'uccisione della madre il presupposto per poi accoppiarsi
incestuosamente con lei. Un cerchio mortale da cui non si esce, la
teoria non ne esce cioè.
Ma se di vita e di morte si deve parlare - e sembra inevitabile quando
si tratta delle vicissitudini umane - bisogna riferirsi alla
caratteristica specifica dell'essere che è dotato di linguaggio che non
solo ha paura della morte ma anche della vita: paura per l'incombere
della vita, paura di perdere la vita. Una paura che Klein chiama
angoscia e che la cura analitica dovrebbe poter trasformare in dolore:
dal panico alla possibilità di pensare.
Il pensiero della differenza compie un salto di cui la psicoanalisi
dovrebbe fare tesoro: passa attraverso una fase - immaginaria perché
riferita alle donne che si incontrano nella vita reale - che crede di
vedere nell'altra donna una «rivale» così potente da doverla uccidere
per non essere uccise, ma scommette sulla capacità di «restare al
cospetto della madre» senza temere la sua terribile rappresaglia se
l'amore, l'investimento, viene spostato su un'altra: su altro. La
rivalità tra donne tanto temuta è di marca materna poiché intreccia
sempre bisogno e desiderio ed è proprio quest'ultimo che si è
cominciato a distaccare dal bisogno di dipendere.
La vera rinuncia riguarda l'insostituibilità della madre, il guadagno è
un aumento enorme della capacità di stare in «relazione con»: il
desiderio può migrare dalla «madre» a una «donna» e da questa alla
«realtà». Questo passaggio ha però bisogno di una madre viva e vitale
(ma non è così anche per il padre?).
Cosa evoca il matricidio? L'imprigionamento nell'angoscia di
annullamento. Ma non è forse nel nome della libertà «immaginare» di
separarsi - quanto dolorosamente! - da una madre ancora viva?