Articolo da "La Repubblica " del 27 aprile 2007


esce la dolorosa autobiografia di Adele GRisendi
MIA MADRE MI AVEVA DIMENTICATA
Jolanda è preda di gravissime depressioni e finisce in manicomio
"L´amore mancato" è il titolo di questa storia privata e terribile

LUCIANA SICA
Autobiografia estrema, celebrazione del sentimento nostalgico, come in un gioco di specchi madre e figlia travolte dalla sventura della follia e dalle atrocità dei manicomi. Ma poi anche lessico famigliare e memoria storica, rievocazione del mondo contadino nel cuore dell´Emilia, quando nelle campagne c´erano ancora le lucciole e non c´era ancora la televisione - poco più di mezzo secolo fa ed è già l´affresco di un´altra era.
L´autrice è Adele Grisendi, ex sindacalista della Cgil che un paio d´anni fa ha firmato un altro romanzo legato a doppio filo ai ricordi dell´infanzia, più sofferti che festosi. Era Baciami piccina, titolo solo all´apparenza invitante per una storia invece segnata dalla povertà, dalla durezza e dalla fatica, soprattutto al femminile, negli anni per niente spensierati in cui comunque si canticchiava quel motivetto di Rabagliati.
Si chiama L´amore mancato, sottotitolo "Crescere con una madre che ti ha dimenticato" - in uscita da Sperling & Kupfer (pagg. 230, euro 17) - questo suo nuovo libro, ancora più privato e più terribile: per il dolore che racchiude senza mai il filtro della finzione letteraria, anzi con il puntiglio di una ricostruzione per certi versi iperrealistica, il più possibile fedele ai "fatti".
In questo libro, affollato peraltro di altri personaggi tutti ormai scomparsi, le protagoniste sono comunque due donne: la madre Jolanda in preda alle sue cicliche, gravissime depressioni e la figlia Adele, l´eterna bambina "dimenticata" che mai ha potuto contare sul sorriso accogliente di chi l´ha messa al mondo. Due donne accomunate dalla tragedia di un disamore reciproco che nel tempo si trasformerà anche in un amore, ma comunque doloroso, sempre trattenuto, fatalmente inespresso.
Il tema della maternità - la sua profonda ambivalenza, i sentimenti "doppi", la sospetta indifferenza delle madri - è stato variamente trattato: con prove più o meno convincenti che hanno comunque distrutto quella costruzione culturale, quella pura mistificazione che è l´istinto materno. Citando, non troppo a caso, è già degli anni Novanta un saggio fondamentale: L´amore in più, di Elisabeth Badinter. Molto più recente - del 2002 - è il meraviglioso film-documentario di Alina Marazzi intitolato Un´ora sola ti vorrei.
In questo libro della Grisendi, c´è una giovane donna - Jolanda - che mai avrebbe voluto figli, che in caso avrebbe potuto accettare un maschio, e che comunque alla vista della sua indesiderata neonata scoppia in un pianto dirotto. Non lacrime di gioia, ma di pura disperazione. Jolanda non è pazza, ma lo diventerà, inchiodata a un ruolo per il quale si sente ed è del tutto inadeguata, schiacciata dalle banali aspettative degli altri e dai suoi stessi sensi di colpa.
Siamo alla fine degli anni Quaranta, la cultura contadina è a dir poco maschiocentrica, Jolanda è un cuore semplice flaubertiano, è una donna buona, fragile, taciturna, docilissima con il marito che pure la ama ma certo Cesare - così si chiama - è proprio quel tipo di uomo spesso intemperante che pretende ogni sottomissione, del tutto incapace di cogliere il disagio della moglie, i segnali inequivocabili dei disturbi psichici che l´assalgono fino a renderla irriconoscibile.
Oggi viene definita depressione post-parto, espressione che per la verità dice tutto e niente. Molto più ci sarebbe da capire su una condizione più generale e ben dissimulata dalle donne costrette a un attaccamento ansioso ma "evitante" (direbbe Bowlby) per quei loro bambini tanto idolatrati e sempre così meravigliosamente organizzati - peccato che forse si sentano un po´ soli.
A quei tempi l´inadeguatezza materna era ritenuta una variante della pazzia, e quindi le donne in effetti impazzivano, e notoriamente i luoghi dove i pazzi venivano "curati" erano i manicomi. È così che, a distanza di sei mesi dalla nascita della piccola Adele, Jolanda finisce rinchiusa in uno di quei luoghi orrendi - ed è solo l´inizio. Le crisi e i ricoveri si susseguiranno fino al ´79, quando ormai siamo già in epoca di nuovi psicofarmaci e i malati di mente verranno poi seguiti dagli psichiatri nelle strutture pubbliche.
È l´autrice del libro - che ha rovistato ossessivamente nelle cartelle cliniche del San Lazzaro di Reggio Emilia (ma avremmo fatto come lei) - a squadernare un paio di numeri non esaltanti: in pochi mesi a Jolanda vengono riservate ventuno sedute di elettroshock e un centinaio di comi ipoglicemici dovuti ai trattamenti con l´insulina.
«La paziente non ha ottenuto beneficio alcuno», si legge in una di quelle cartelle... D´improvviso, dopo nove mesi (nove mesi!) dall´inizio di quel primo ricovero, la paziente sembra tornare in sé, «è lucida e non sembra più allucinata né delirante». Non è chiaro come sia guarita, ma torna a casa, «affidata in esperimento al marito».
È il 5 gennaio del 1949. Adele ha un anno e mezzo, la madre la vede e non la riconosce. «Di chi è questa bella bambina?», chiede Jolanda. L´ha dimenticata completamente e mai sarà capace di quella che è poi l´essenza dell´amore materno: la fisicità - le carezze, i baci, gli sguardi, la voce - legata all´accudimento.
La bella bambina si salva per una circostanza molto fortunata: saranno Francesca e Pino, i cognati di Jolanda, a farle da genitori, ad amarla come una figlia. Nel libro della Grisendi questi adorabili personaggi, genitori "adottivi" se così si può dire, vengono ritratti con un sentimento di amore e di gratitudine infinita. La loro generosità impedisce ad Adele di cadere nel vuoto incolmabile della deprivazione, rappresenterà un formidabile sostegno per tutte le sue scelte, anche le più difficili - come la rottura di un matrimonio ovviamente tanto voluto da Jolanda.
Ma il dolore confuso dell´autrice si coglie ad ogni pagina, in ogni invocazione alla madre assente, al padre debole e collerico, ai suoi cari ormai definitivamente perduti. È proprio di queste invocazioni senza risposta che è fatto questo libro molto amaro, ma anche tenero, dolce... Per dirla con Winnicott, nessuno potrà restituirti quello che non hai avuto - l´amore materno, prima d´ogni cosa. E così, quando la Grisendi scrive - forse un po´ en passant - di non aver voluto un figlio, inevitabilmente si pensa a una coazione a ripetere di segno freudiano, a un danno mai riparato.