Articolo da "D-La Repubblica delle donne" n. 350
Etno
mamme
Bambini Nella cura dei figli le donne immigrate hanno molto da insegnarci. Di questi saperi alternativi racconta una ricerca. Piena di sorprese

di Emma Chiaia
Mamme immigrate: non sono solo soggetti bisognosi di aiuto, di educazione sanitaria, di consulenze e interventi pediatrici, ma anche donne con proprie competenze nell'educazione dei bambini, tesori di esperienza che potrebbero condividere con le italiane. Questo lo spirito di una ricerca promossa e finanziata dalla Regione Veneto, e affidata a Lia Chinosi, psicoterapeuta e docente di Metodi e tecniche del servizio sociale all'Università Ca' Foscari di Venezia (con la collaborazione di Nives Martini, psicologa e consulente dell'équipe minori stranieri dello stesso Comune). Lo studio è ora diventato un libro, Sguardi di mamme. Modalità di crescita dell'infanzia straniera (FrancoAngeli); presto ne seguirà un secondo, che parlerà della maternità secondo le filippine, le sudamericane, le romene e le moldave. Professoressa Chinosi, come si è svolta la ricerca? "Abbiamo seguito per circa un anno e mezzo gruppi di donne di cinque etnie: tunisine, senegalesi, cinesi, rom, albanesi. Le tunisine sono state segnalate da una loro comunità in provincia di Belluno, altre donne sono state contattate tramite l'Ufficio stranieri del Comune di Venezia. I risultati sono una prima finestra, molto interessante, su un modo diverso di essere madri. Il dato più eclatante? Nonostante lo smarrimento e le difficoltà di trovarsi in terra straniera, queste donne mostrano una competenza e una sicurezza notevoli. Raccontano molti pediatri, impegnati presso le Asl e gli ambulatori dedicati agli immigrati, che quasi tutte le richieste di consulenza da parte delle straniere risponde a una effettiva opportunità e urgenza. Invece, l'80% delle chiamate dalle italiane non è così necessario. A giudizio dei medici, ciò non è dovuto a una minore attenzione al bambino da parte delle immigrate, ma a una maggiore capacità di distinguere il problema serio dall'indisposizione". Dunque le italiane sono più ansiose? "Sì, ma non è colpa loro. In una mia precedente ricerca storica, ho trovato conferma di come, dalla metà dell'800, sia andato avanti un processo di medicalizzazione sia della gravidanza che dei primi anni di vita. Qualche volta a ragione, ma spesso con eccessi, i medici nostrani hanno condannato certi saperi popolari, che trasmettevano tanta tranquillità alle mamme. Il legame con la tradizione è importante, ed è questo che rende le immigrate più sicure". Questo vale per tutte le etnie? "No. In Cina, c'è stata una dolorosa rottura con le consuetudini al momento della Rivoluzione Culturale: è proibito parlare del passato, quasi nessuna sa veramente come sia stata l'infanzia dei genitori. Pochissime sono le tradizioni rimaste. Tra queste, l'uso di passarsi tra amiche un grembiulino rosa da mettere sul pancione, per proteggere il nascituro e, nello stesso tempo, impedirgli di "guardare fuori": se vedesse le brutture del mondo, potrebbe decidere di non nascere... Anche le albanesi hanno avuto, per ragioni politiche, il divieto di parlare del passato. Molti messaggi, però, sono stati trasmessi sotto forma di favole: l'unico modo per evitare la censura di regime. Ma cinesi e albanesi sono i due gruppi forse meno vitali e felici, sempre timorosi, pronti a diffidare del vicino, dell'altro, che un tempo poteva essere una spia". Quale etnia ha un più forte e rassicurante legame con la tradizione? "Probabilmente il gruppo delle senegalesi. Ci ha trasmesso insegnamenti forti, che fanno a pugni con molte delle nostre idee, ma che non possono non affascinarci. Per esempio il massaggio con il burro di karité (praticato anche dalle tunisine, ma con l'olio d'oliva), rimedio per molti mali dei bambini. Nel mondo islamico non c'è il senso del peccato legato al corpo che abbiamo noi. Anzi: nel Corano si dice che bisogna trovare il modo di dare piacere ai figli. E dunque, ecco il rito del massaggio: stimola le difese immunitarie, ed è un momento di contatto molto forte. Per le senegalesi il corpo del neonato è come acqua: la madre lo deve plasmare, attraverso particolari movimenti che dovrebbero rinforzare i muscoli dei maschietti e allargare il bacino delle bambine. Alle femmine sono riservate anche manovre per allungare il collo e raddrizzare la schiena che mi hanno fatto sobbalzare; eppure non c'è particolare incidenza di problemi vertebrali in questa etnia... Le mamme, sempre con il massaggio e con altre manovre particolari, fanno sì che i piccoli tengano il capo ritto già a un mese: devono poter ricambiare gli sguardi, restare in relazione con gli altri. La donna dorme con il figlio sino ai suoi due anni, lo allatta a richiesta, sta sempre con lui. Ma, mentre da noi l'intera famiglia struttura i ritmi sui bisogni del bambino, in Senegal è il contrario: i piccoli fanno parte da subito della comunità, accettando anche i tempi degli adulti". La rinuncia alla famiglia allargata deve pesare parecchio... "Parliamo ancora del Senegal: c'è un sistema di accudimento collettivo che le immigrate rimpiangono molto. E qualcuna di queste donne, che per cultura vivrebbe attaccata ai figli, deve affrontare un dolore immenso: rimandarli in patria, presso i parenti, già al terzo mese, perché in Italia deve lavorare. Anche le albanesi sono abituate a un sistema familiare molto solidale: quando una mamma sta male c'è subito chi si occupa di lei, del piccolo, della casa. Qui da noi queste donne soffrono terribilmente di solitudine, e spesso dall'Albania la famiglia decide di inviare un aiuto (una sorella o una cognata, magari sui gommoni, con tutti i rischi del caso) perché la neomamma rischia di non reggere la sensazione di abbandono. Durante la ricerca è nata, nel campione intervistato, l'idea di andare in ospedale a prendere contatto con le puerpere connazionali: un modo per tornare alla tradizione e per ricreare un po' di patria anche in Italia". Le donne rom, invece, non lasciano la comunità. Come vivono la maternità? "I loro bambini, durante i primi anni, stanno sempre in braccio: il corpo materno è il mezzo di comunicazione con il mondo. I piccoli rom non hanno molti oggetti né giocattoli: si baloccano con le mani, le dita, i capelli della mamma. Ma al momento dello svezzamento, che avviene generalmente dopo i due anni o alla nascita di un fratellino, avviene una sorta di "cacciata dal paradiso"; tutto questo accudimento finisce bruscamente, e il bambino si trova affidato ad altri, o viene inserito in un gruppo di piccoli. Questo, probabilmente, produce la forte dipendenza dalle donne del clan che vediamo negli uomini: è come un desiderio di ritorno. Nelle comunità rom, le spose vanno ad abitare con la suocera, perché il marito non può separarsi dalla madre". Le mamme straniere sembrano tutte molto attente, almeno nei primissimi anni. C'è qualcuna che cerca di instillare il senso del dovere nei figli? "Le cinesi: sono convinte che il bambino capisca le regole del gioco molto prima di quanto noi pensiamo. Lo stimolano sul versante dell'onestà, dell'aiuto in casa, dell'educazione: i piccoli mangiano con i grandi solo quando sono in grado di comportarsi correttamente. Le madri insegnano ai figli il controllo degli sfinteri (che chiamano il "tenersi pulito") a un anno, e nel giro di due giorni. Mostrano loro il luogo dove fare i bisogni, li premiano se ci vanno, li accompagnano lì ogni due ore. I bambini, immersi da sempre in un universo di regole, sembrano rispondere senza traumi né difficoltà. C'è da dire, però, che tutte le mamme straniere, da quando sono qui e hanno scoperto i pannolini usa e getta, si stanno rilassando un po'...".

Diritti anche ai clandestini Quanti sono i piccoli stranieri che vivono nel nostro Paese? Quali malattie presentano, di che disturbi soffrono? Per raccogliere informazioni del caso, e portare avanti iniziative che migliorino le condizioni di vita di questi minori, è attivo da una decina d'anni il Gruppo di lavoro nazionale per il bambino immigrato (Glnbi), formato da specialisti della Società italiana di pediatria. "Nel nostro Paese, secondo quanto afferma il dossier statistico della Caritas, ci sono circa 330 mila bambini stranieri, a fronte di 1.400.000 adulti", dichiara Francesco Cataldo, docente di Pediatria all'Università di Palermo e segretario nazionale del Glnbi. "Questi piccoli hanno anzitutto bisogno di cure. E qui bisogna ricordare che la legge n. 40 dell'11 marzo 1998, nata anche grazie alla nostra pressione, garantisce l'assistenza sanitaria gratuita alla donna in gravidanza e al bambino, anche se clandestini. I regolari, poi, sono coperti dalla normale assistenza pubblica". Il pregiudizio comune sostiene che gli stranieri vengono a portare malattie... "Non è affatto vero", risponde Cataldo. "In genere l'immigrato arriva in buona salute, e si ammala qui per le precarie condizioni di vita. E il discorso vale anche per i piccoli". Il Gruppo di lavoro nazionale per il bambino immigrato si occupa anche di problematiche legate all'integrazione culturale e religiosa, alla scuola, alla microcriminalità. Per informazioni: Francesco Cataldo, Clinica pediatrica Università di Palermo, tel. 091.703.5416, e-mail cescocat@freemail.it.