| L´Eurostat: così i figli fermano il lavoro delle donne. Italia agli ultimi posti in Europa Le mamme non fanno carriera MARIA STELLA CONTE Un luogo dove votarsi ad una doppia causa non solo non è previsto, ma è segno di disaffezione grave. Punti in meno. Forse è anche per questo che trent´anni dopo le donne si guardano interdette. Soprattutto quelle che avevano puntato a sfondare il tetto di cristallo per dimostrare a se stesse, e agli altri, che ce l´avrebbero potuta fare. Qualcosa non ha funzionato. Se le donne che ricoprono posizioni lavorative più qualificate - dirigenti, imprenditrici e libere professioniste - diminuiscono via via che aumentano le loro responsabilità familiari: sono il 18 per cento se single; l´11 per cento se in coppia senza figli; il 10 per cento se in coppia con figli. La maternità. È questo che fa la differenza. E non solo in Italia. Secondo l´ultima indagine online di Monster Meter, otto paesi europei - Belgio, Germania, Irlanda, Italia, Olanda, Regno Unito, Svezia, Svizzera - ritengono che per le donne il primo ostacolo ad una carriera di successo sia la maternità. Del resto - come ricorda il direttore centrale dell´Istat Linda Laura Sabbadini autrice di "Come cambia la vita delle donne" - che lavoro e famiglia siano difficilmente conciliabili ad ogni livello professionale «è un fenomeno piuttosto comune nell´Unione europea, anche in paesi dove il tasso di occupazione femminile è sensibilmente più alto rispetto all´Italia, quali l´Olanda e la Germania». Da noi, nella fascia 20-49 anni, questo tasso passa dal 56 per cento per le donne senza figli, al 53,6 per quelle con un figlio e scende al 47 per chi ne ha due, fino al 33,7 per cento per le madri di 3 o più figli. In Olanda, seguendo la stessa progressione, scende dall´82,3 al 60,4; in Germania dal 78,4 al 40,8; in Gran Bretagna dall´81,7 al 45,3; in Francia dal 71,3 al 41. E così via. Da noi, il 20,1 per cento delle madri occupate al momento della gravidanza, non lavora più dopo la nascita del figlio e nel 69 per cento dei casi per sua scelta: ragione numero uno, «per stare più tempo con i figli»; ragione numero due, per l´inconciliabilità del precedente lavoro «con l´organizzazione familiare». Continuare a lavorare dopo essere diventati madri, è dura per tutte. Ma per chi ha scelto la competizione professionale, è durissima. Il 52,6 per cento delle imprenditrici, libere professioniste e dirigenti in coppia e con figli lavorano oltre 60 ore a settimana tra dentro e fuori casa, «un carico difficilmente sostenibile - nota Sabbadini - in presenza anche di alti livelli di responsabilità». Ciononostante, in valori assoluti rispetto al 1993 il numero delle imprenditrici è quasi triplicato; quello delle libere professioniste, più che raddoppiato; per le dirigenti c´è stato un incremento del 65 per cento e tra i direttivi e quadri la crescita delle donne è stata pari al 60 per cento. Tuttavia. Nelle prime 50 imprese più grandi del Paese solo l´1,3 per cento dei consiglieri d´amministrazione sono donne; negli organi decisionali delle organizzazioni imprenditoriali sono il 3,2 per cento; in magistratura, dove nei tribunali le donne sono il 52 per cento, la percentuale di magistrate di Cassazione con funzioni superiori stava nel 2003 - sempre dati Istat - al 7,4 per cento: dieci anni prima erano lo 0,4 per cento; nella sanità, le donne sono il 30 per cento dei medici, ma tra i medici dirigenti di una struttura complessa la percentuale scende al 10 per cento. Nell´ambito universitario - anno accademico 2002-2003 - i professori ordinari di sesso femminile erano il 15,6 per cento con un solo rettore donna sui 60 atenei pubblici. E come abbiamo visto, all´interno di questo manipolo di sopravvissute, le donne con figli sono quelle in minor numero. In principio, avevano creduto di poterla fare franca posticipando la data della maternità così da allinearsi ai blocchi di partenza accanto agli uomini. Non ha funzionato. Come dimostrano le cifre. Come dimostra chi manda tutti al diavolo. Forse perché un figlio vale la pena. Forse perché visto da dentro, il potere non vale la vita. |
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