| L'Europa meticcia, tra false identità e lingue contaminate Abracadabra, parole in libertà I francesismi in Gran Bretagna sono più degli anglicismi in Francia. C'è chi si aggrappa alla purezza della lingua e chi al contrario sogna un improbabile linguaggio comune europeo Il latino era parlato dai letterati mentre commercianti e marinai facevano viaggiare le parole del lessico comune nel Mediterraneo e nei mari del nord. Anche i soldati esportavano parole ANNA MARIA MERLO Le parole che viaggiano Marie Treps, linguista, ha seguito le «parole che viaggiano» (Les mots voyageurs, Seuil, 357 pag., 21). Nel francese di oggi (ma la cosa vale anche per l'italiano) ci sono delle parole «immigrate» che fanno parte di noi. L'altro è già in noi, è la tesi della ricerca, con prove alla mano: nella lingua contemporanea l'apporto degli altri, paesi vicini europei, soprattutto, ma anche qualche apporto più esotico, fa parte a pieno titolo della nostra identità. E' qualcosa di più che dire semplicemente che esiste un ceppo latino comune. Ceppo latino, ellenico, germanico, slavo, finnico, baltico, semitico, turco, celtico, scandinavo, uralo-altaico, tutto cio' coesiste in Europa, con apporti minori di altre origini, prima di tutto l'arabo. «Se l'Europa è cominciata con la circolazione della parole, allora è cominciata presto, nell'XI-XII secolo - spiega Marie Treps - il latino era la lingua federativa anche prima, ma questo valeva solo per i letterati, non per i popoli. Con il commercio sono le lingue volgari che entrano in contatto. Si comincia a scambiare il vocabolario attraverso i commercianti, i viaggiatori, gli avventurieri, i marinai che non parlavano latino». I marinai inventano il piggin, una lingua fatta di italiano, arabo, francese, mischiati, una specie di europanto (la lingua inventata da due interpreti di Bruxelles) medioevale. Dalle lingue straniere vengono presi a prestito termini che designano oggetti, paesaggi, situazioni, tecniche, conoscenze che da noi non esistono: dalla tundra al moka, passando per almanacco e zero, le parole ci raccontano una storia di scambi. E di appropriazioni di concetti che non esistevano: è il caso dell'inglese spleen, per esempio, (letteralmente milza, organo dalla notte dei tempi considerato sede dell'umor nero), adottato in Francia e poi nel mondo, da Diderot prima e da Baudelaire poi, per descrivere lo stato melanconico del mondo moderno. Oggi, la stessa fortuna ha avuto l'onnipresente stress. Le guerre hanno contributo enormemente a questi scambi linguistici, perché «gli scambi di parole non si fanno sempre in contesti pacifici». Anche se, a volte, una parola di guerra può trasformarsi radicalmente e diventare parola d'amore: è il caso del francese chamade: «Nel 1570 - racconta Marie Treps - i soldati francesi hanno preso a prestito dai loro colleghi piemontesi ciamada (letteralmente «appello»). Questo batter di tamburi mescolato a uno squillo di tromba annunciava il desiderio di parlamentare. E' ormai il cuore che bat la chamade, che batte molto forte». Appropriarsi delle parole dell'altro significa anche subirne il fascino, spiega Marie Treps. E' un'idea che disturba, a volte, respinta dai puristi di ogni genere. «Nel Rinascimento per le parole italiane, oggi per le parole inglesi, è avvenuto un fenomeno analogo. Nei periodi in cui i prestiti sono massicci e visibili, come in questi due casi, le parole identificate immediatamente come straniere provocano reazioni di purismo. Nel Rinascimento si protestava contro l'invasione di parole italiane, come oggi c'è chi protesta contro l'invasione di quelle anglo-sassoni». Eppure, a ben guardare questa ossessione si basa su un dato sbagliato: mentre oggi in francese, per esempio - la Francia è un paese dove la polemica sull'onnipresenza dei termini anglosassoni è forte - ci sono circa 3 mila e 500 parole prese a prestito dall'inglese, l'inglese a sua volta ne ha adottate circa 5 mila di origine francese. All'epoca di Francesco I, le parole italiane invadono la Francia: termini militari, culturali, commerciali. Ma coma mai succede, anche nei casi in cui un equivalente esisteva in francese? «Perché allora le parole italiane avevano un colore particolare, come oggi quelle inglesi. Esiste anche una funzione estetica, una funzione ludica. Le parole ci fanno viaggiare», interpreta Marie Treps. Dei molti termini entrati nella lingua corrente, pochi ne ricordano l'origine lontana. Così, l'attuale territorio del'Unione europea è da secoli attraversato da scambi. Dopo il boom delle parole italiane durante l'epoca rinascimentale, è il tedesco a cominciare a viaggiare nel XVI secolo con parole di guerra (i re francesi assoldavano mercenari nella Svizzera tedesca), mentre il polacco si affaccia nel XVIII secolo grazie a circostanze politiche». Il babà, il dolce napoletano, per esempio, è arrivato in Francia grazie a un re polacco che è salito al trono in Lorena. Cravatta è un termine del linguaggio militare ungherese. Il ceco ci ha dato robot, adottato in francese nel 1924. Fin dall'XI secolo sono arrivate parole scandinave traghettate dai commecianti e dai marinai, per designare paesaggi marini, pesci. Cent'anni prima dell'apertura dei primi caffè italiani a Parigi, questa bevanda era offerta dall'ambasciatore turco di Suliman III presso Luigi XIV. I turchi non hanno ricambiato questo entusiasmo: «restare francese», in turco, significa «non capire niente». In realtà, negli scambi di parole non c'è solo il fascino per l'altro, ma a volte appare il disprezzo: è il caso delle parole importate dai colonizzatori delle lingue dei colonizzati o delle distorsioni, come salamelecco (dal turco) che prendono accenti dispregiativi. La lingua ha un'anima «Si puo' trovare normale, anche un po' pigro, scambiare prodotti e parole dal Medioevo - sottolinea Marie Treps - ma più sconcertante è che vengano scambiate anche parole che designano cose sottili, che non si mangiano, che non si toccano. Non si scambiano solo prodotti o oggetti, ma anche idee, tecniche, che permettono di aprirsi ad altri immaginari. Gli scambi di vocabolario ne portano la traccia». Abracadabra, per esempio, proviene da una leggenda araba, conosciuta ai tempi delle Crociate: un califfo malato chiamo' al suo capezzale i migliori medici: «Se non mi guarite perirete», disse loro. I primi due medici vennero giustiziati. Il terzo propose al califfo di recitare una formula magica di sua invenzione: Abra arbetma chimté arbakmli! (che grosso modo significa: «guarisci, e se non guarisci vai nella tomba». Il califfo guarì e abracadabra fece il giro del mondo. Ma perché, se gli intrecci linguistici sono così presenti da secoli, non è riuscito l'esperimento dell'Esperanto? «Era un'idea generosa, ritenuto uno strumento di pace - afferma Marie Treps - ma se è vero che le parole sono come gli uccelli e ignorano le frontiere, una lingua non è solo lessico, è anche grammatica. La grammatica organizza tra loro le parole come una gabbia rigida, è questa la sua funzione. E la grammatica non si puo' accomodare da una lingua all'altra. La grammatica basic dell'esperanto fa perdere così sottigliezza al pensiero». |
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