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Teniamo a precisare il nostro luogo di enunciazione come donne, friulane e libertarie. Non si tratta di costruire riferimenti ideologici fissi. Sia in teoria che in pratica, questi luoghi sono per noi esperienze costanti di pensieri critici che si danno come obiettivo lo sviluppo di nuove modalità di esistenza e di creazione. Parlare di identità friulana non può essere una sintesi definitiva di un pensiero che dovrebbe essere in pieno sviluppo, in una prospettiva di divenire. Ci sembra importante approfondire in questa occasione un elemento fondamentale del divenire: la lingua. Il linguaggio, è un sistema che riflette la realtà sociale, ma allo stesso tempo la crea e la produce. Diventa il luogo dove la soggettività si costruisce e prende forma, dal momento che il soggetto si può esprimere solo dentro il linguaggio e il linguaggio non può costituirsi senza un soggetto che lo faccia esistere. E' il linguaggio stesso che organizza al suo interno anche la differenza sessuale. Di fatti dà una forma e una rappresentazione sociale e individuale della femminilità, struttura le soggettività in modo che l'individuo di sesso femminile venga costituito e si costituisca come donna. Invece di presentarci dei soggetti autonomi e differenziati; il linguaggio, come la cultura, dà voce solo ad un soggetto, apparentemente neutro e universale, in realtà maschile, ed a questo riconduce ogni differenza, come se fosse una sua contrapposizione simmetrica. La differenza sessuale, quando emerge, viene ridotta a caricatura di se stessa, incapace di liberare le potenzialità creative, perchè incapace di essere specchio di due diversi soggetti. Questo spiega alcune contraddizioni specifiche che le donne, come individui reali, vivono in relazione al linguaggio. Ci sembra importante iniziare a riflettere sul fatto che la prima contraddizione è che le donne sono le prime ad abbandonare il friulano. Questo è un tentativo incosciente di rifiutare la subalternità sopportata socialmente e di cercare una qualche emancipazione. Considerazioni che possono valere anche per l'uomo, ma per la donna vi è una doppia valenza in questo pseudo-riscatto: verso l'uomo e verso la struttura sociale. La donna, a differenza dell'uomo, nella cultura friulana non ha potuto trovare un elemento di identificazione che la valorizzasse e così le è sembrato di trovarlo nella lingua dominante, l'italiano, senza accorgersi che questa sua negazione è implicita nella lingua e nella cultura in generale e dunque anche nell'italiano. Il linguaggio è il luogo dove si riproducono dei meccanismi di esclusione e dominio che hanno in altri luoghi origini e fondamento: allora nella lingua non possono che riflettersi e riprodursi le dinamiche di potere. Le donne da sempre hanno mantenuto e tramandato la tradizione, a garantire quella che non a caso viene chiamata la madre lingua. Fino a venti trent'anni fa, quando era più marcata la differente situazione lavorativa fra donne e uomini, le donne o stavano in casa o facevano lavori così dequalificati in relazione alla scala di valori socialmente stabilita dai valori patriarcali, tanto che l'italiano non serviva. Per cui, la donna, trovandosi in una situazione di debolezza tendeva a restare più ancorata alla tradizione che la garantiva, non permettendosi una innovazione nemmeno sul piano linguistico. A conservare una lingua più pura. Con il farsi strada di un desiderio di emancipazione, la donna ha trovato una via diversa: quella di abbandonare la sua madre lingua che identificava la sua situazione di subalternità. Quello che spinge verso l'omologazione oggi, filtra da tante parti: dalla televisione e dai media, dalla scolarizzazione, dall'ambiente di lavoro. Ricordiamo la parte fondamentale che ha la donna come madre. L'interiorizzazione del mondo, di una realtà culturale e il suo modo di interpretarla, hanno luogo nell'individuo in quella fase che viene chiamata socializzazione primaria. Questa è una fase fondamentale per successive conoscenze della realtà e di altri mondi. La realtà esterna viene mediata al bambino dalle persone che gli stanno attorno e la persona che in questo processo ha un ruolo privilegiato è di solito la madre. In questa fase di conoscenza del mondo si impara anche una lingua. La lingua che la madre parla è chiamata appunto madre-lingua. Dal momento che la lingua porta con sé determinate strutture di pensiero, determinati atteggiamenti, modi di vedere il mondo e di fare esperienza, va da sé che è determinate quale è la lingua primaria, o madre, con la quale il bambino viene messo in contatto col mondo. Secondo studi neurologici, la lingua madre è più vicina alla sfera emotiva cerebrale. Se una lingua viene rifiutata da una donna madre, o vissuta male emotivamente, perchè sentita come minore, qualche cosa che è di meno, con tutta una serie di accezioni negative che questa espressione designa, sono abbastanza chiare le conseguenze. Se invece la lingua viene trasmessa con sentimenti positivi, e riconoscendo la sua dignità nella differenza, allora la differenza viene vissuta come un potenziale di ricerca. In questo modo prepara nel bambino un terreno mentale per imparare a vivere e a proiettarsi nel mondo con il gusto della differenza e del particolare come valore positivo, per coltivare in continua ricerca e per avere un atteggiamento di altrettanta considerazione verso mondi diversi dal suo, fra lingue, culture, etnie, differenze fra donne e entro le donne. La differenza che è così caratterizzata e potenziata, mette fuori gioco qualsiasi tentativo di sintesi. Come tessere linee parallele che non diventeranno mai una sola. Come pure, vale a dire irriducibile e feconda differenza: un segno delle infinite possibilità di differenze. Occorre un nuovo stile di pensiero per quello che chiamiamo il soggetto femminista. Consiste nel tracciare le nostre vie teoriche attraverso infiniti ponti di intersezione che vanno a formare una linea discontinua. L'interesse di queste traiettorie concettuali e piste intellettuali, è che non sono mai intercambiabili. Costituiscono invece un progetto zingaro che aspira ad esaurire le sue proprie premesse, attraverso una strada complessa che rifiuta l'omologazione: nei nostri percorsi abbiamo usato la formula: donne e.... creatività, scienza, storia partendo dalle nostre identità di genere e di etnia per creare un gioco polifonico di molteplicità in grado di sfondare in una cacofonia e di scandalizzare certi orecchi sensibili. Terminiamo questo intervento citando Rosi Braidotti, una filosofa nata e vissuta a Latisana, in Friuli fino a quindici anni: Se Arianna è riuscita a scappare dal vecchio labirinto, il solo filo conduttore per noi tutti, uomini e donne di oggi, è una corda di acrobata tesa nel vuoto.
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| Riportiamo un nostro intervento del 1993 al convegno: "Divignincis - Divignîs (vecchio e nuovo, avanguardia e tradizione. Bilanci, verifiche ed esplorazioni ) tenutosi a Remanzacco (UD).
*Divignince: da dove veniamo. * Divignî: il movimento dell'andare avanti. |
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