Articolo da "Il Manifesto" del 4 maggio 2005


Un'ala materna su lingue diverse
In attesa di diventare, nel 2006, la capitale mondiale del libro, il capoluogo piemontese ospita da domani a domenica il massimo appuntamento editoriale italiano. Una opportunità unica, per editori grandi e piccole, di far conoscere al pubblico le proprie novità. Ma nell'arco delle cinque giornate il Lingotto accoglierà anche centinaia di autori giunti dai cinque continenti per partecipare a convegni, incontri, reading

Ibridazioni feconde Cinquanta scrittori di tutto il pianeta saranno protagonisti a Torino della rassegna «Lingua madre», avvenimento cardine del salone, concepito «per approfondire il rapporto fra identità, radici e mondo `altro'». Un cartellone fin troppo eterogeneo che consente però una molteplicità di percorsi all'interno della mappa letteraria del nuovo millennio

MARIA TERESA CARBONE
Ha un titolo dichiaratamente provocatorio, Il métissage come alibi culturale?, il dossier dell'ultimo numero della rivista francofona «Africultures», che nell'editoriale chiarisce il senso di un atteggiamento critico tutt'altro che incline ad arroccarsi su un'idea identitaria da difendere a ogni costo, ma al tempo stesso ben deciso a evitare ogni facile compiacimento: «Concetto passe-partout per giornalisti frettolosi, troppo sfruttato e modaiolo per essere onesto, il métissage ha un terribile potere di legittimazione e tende a cancellare quasi di nascosto, al di là di quello che effettivamente condividiamo, lo scarto inalienabile che ci separa dall'altro e che è la chiave della sua dignità». Con queste parole in mente, forse, sarebbe opportuno affrontare la lettura del programma di «Lingua madre», iniziativa centrale alla Fiera del Libro di Torino, che si apre domani al Lingotto e che propone al pubblico, nell'arco dei cinque giorni della manifestazione, un elenco foltissimo di incontri con scrittori e saggisti giunti nel capoluogo piemontese dai cinque continenti «per approfondire - spiega il testo di presentazione - il rapporto tra identità, radici e il mondo `altro'».

Così, riprendendo anche nel titolo le linee suggerite nello scorso ottobre da «Terra Madre», manifestazione di grande successo che ancora a Torino aveva accolto migliaia di produttori e operatori del settore agroalimentare mondiale riuniti per discutere insieme su una modalità nuova di intendere la qualità del cibo, «Lingua Madre» si pone l'obiettivo di offrire al suo pubblico una serie di «esempi significativi delle interazioni culturali che stanno ridisegnando la mappa letteraria del nuovo millennio».

Ma proprio il numero degli autori invitati - circa cinquanta - e più ancora, la loro eterogeneità, rischiano di rendere impervio il compito di un visitatore che intenda, sulla base del palinsesto offerto dalla Fiera, individuare i contorni di questa mappa in costante evoluzione e, al suo interno, elaborare un percorso coerente. Al di là dell'etichetta che li accomuna, e che, ribaltando il concetto di madrelingua, lascia intuire un confronto fra lingue native e lingue di successiva acquisizione, risulta difficile trovare un nesso (che non sia proprio quello di una forma di ibridazione passe-partout o, peggio ancora, di un esotismo generico e démodé) fra la ricerca poetica del siriano Adonis, in un costante equilibrio di classicismo arabo e di tradizione occidentale, e i testi narrativi della camerunese Calixthe Béyala, storie molto contemporanee di giovani donne alle prese con i traumi dell'immigrazione, o fra «l'Argentina degli italiani» raccontata da Laura Pariani e l'idea di «creolità» elaborata da Patrick Chamoiseau.

Sarà meglio, dunque, tralasciando l'esile filo conduttore della rassegna, districarsi fra le variegate proposte del cartellone torinese rintracciando tematiche e consonanze trasversali, utili forse per approfondire proprio una riflessione sul potere della lingua come fattore di identità e di cultura. Da questo punto di vista, non si potrebbe immaginare avvio migliore della lectio magistralis (giovedì alle 18.30) di Claude Hagège, docente di linguistica al Collège de France e autore di saggi come L'uomo di parole (Einaudi) e Morte e rinascita delle lingue (edito di recente da Feltrinelli), in cui lo studioso, pur riconoscendo l'importanza del fatto che sempre più persone possano comunicare tra loro grazie all'inglese, lingua dominante in campo economico e politico, sostiene come questo dato non debba escludere la preservazione delle lingue minoritarie: un tema che verrà ripreso nell'intervento di Hagège, intitolato appunto «La diversità linguistica come patrimonio dell'umanità». E ancora la diversità sarà al centro dell'incontro (sabato alle 13.30) con Homi Bhabha, uno dei massimi teorici degli studi postcoloniali, che nei suoi saggi (I luoghi della cultura e il recente Nazione e narrazione, editi entrambi da Meltemi) prova a ridefinire l'evoluzione della modernità occidentale, indagando la crisi delle ideologie sotto la spinta delle culture subalterne. Ulteriore tappa di questo itinerario potrebbe infine essere (lunedì alle 18) la lezione di Massimo Cacciari sui «Labirinti della traduzione», tentativo di analisi della pratica che, forse più di ogni altra, implica il confronto e il dialogo con l'alterità. (E ancora su questo tema potrebbero risultare utili due incontri, la conversazione - giovedì alle 12 - fra Elena Loewenthal e Alon Altaras, poeta e traduttore israeliano, attualmente docente all'università di Siena, e l'intervento - ancora giovedì, alle 16.30 - del messicano Carlos Montemayor, narratore, traduttore e saggista, che ha dedicato gran parte del suo lavoro critico alla tradizione orale e alla letteratura contemporanea nelle lingue indigene del Messico).

Da secoli luogo di passaggio e di vertiginosi incroci linguistici e culturali, i Caraibi possono rappresentare un laboratorio vivente di multietnicità. In questa prospettiva, sarà interessante a Torino mettere a confronto gli incontri - rispettivamente venerdì alle 18.30 e domenica alle 15 - con i due maggiori scrittori martinicani, Raphael Confiant e Patrick Chamoiseau, autori nel 1989 - insieme a Jean Bernabé - di un testo, Elogio della creolità (pubblicato in Italia da Ibis nel 1999), che è diventato una sorta di manifesto della letteratura creola e del valore dell'ibridazione come carattere distintivo della società attuale. Agli incontri con i due autori, esponenti di una francofonia volutamente meticciata e spuria (non a caso uno dei romanzi di Confiant, L'omicidio del Sabato Gloria, edito da Instar Libri nel 2003, non esita a dichiarare i propri debiti da Gadda), si potrà poi contrapporre, ancora in ambito caraibico, l'intervento di Dionne Brand, narratrice e poetessa nata a Trinidad e poi trapiantata in Canada, autrice di un romanzo, Di luna piena e di luna calante (Giunti), epopea al femminile di una schiava ribelle e dei suoi molti figli. E di nuovo i Caraibi, e in particolare la storia della sanguinosa ribellione di Haiti condotta alla fine del Settecento da un eroe affascinante e ambiguo, Toussaint Louverture, dominano Il signore dei crocevia e Quando le anime si sollevano (Alet), primi due volumi della trilogia dell'americano Madison Smartt Bell, uno dei migliori nuovi scrittori statunitensi secondo la rivista «Granta», a colloquio in Fiera con Goffredo Fofi venerdì alle 17. Più difficili da inserire all'interno di un percorso guidato, ma non per questo di minore interesse (anzi), sono gli incontri con due «classici contemporanei», l'australiano Les Murray (sabato alle 17), uno dei maggiori poeti in lingua inglese, autore fra l'altro del poema allegorico Freddy Nettuno (Giano) e di una raccolta, Un arcobaleno perfettamente normale (Adelphi), che testimoniano la straordinaria ricchezza dei suoi temi e l'originalità del suo linguaggio, e il rumeno Norman Manea (sabato alle 15), che nella conversazione con Claudio Magris ripercorrerà, sul filo delle sue esperienze personali edite dal Saggiatore (che vanno dalla deportazione in un lager a cinque anni fino all'esilio americano, nel 1988), i drammi e i fallimenti del secolo appena trascorso.

Ma gli incontri alla Fiera costituiscono anche l'occasione per accostarsi ad autori ancora relativamente poco noti in Italia e che pure, con i loro testi, affrontano alcuni dei grandi nodi della contemporaneità. Così è per esempio, per il pakistano Nadeem Aslan (venerdì alle 15.30), autore di un romanzo, Mappe per amanti smarriti (Feltrinelli), che rielabora i conflitti legati all'esperienza dell'immigrazione, o per il sudafricano Zakes Mda (sabato alle 16.30) che in Verranno dal mare (e/o) affronta in una prospettiva storica le difficoltà del dopo-apartheid, o o ancora per l'angolano Pepetela (lunedì alle 15), testimone in Mayombe (Edizioni Lavoro) della lotta contro il colonialismo. O infine, restando ancora in Africa, per uno scrittore ormai celebre soprattutto nel mondo anglofono, Nuruddin Farah (sabato 7 alle 14.30), che in tutti i suoi testi (l'ultimo, Legami, è uscito di recente per Frassinelli) ha ricostruito la storia recente e recentissima della sua Somalia e delle violenze che hanno lacerato e continuano a lacerare il paese.

Per chi poi volesse seguire un itinerario più lieve, che fra l'altro ricollega «Lingua Madre» a quell'altra manifestazione, «Terra Madre», da cui è stata in certo senso generata, la Fiera propone gli incontri con due scrittrici, l'iraniana Marsha Mehran (giovedì alle 19.30) e la spagnola (dei paesi baschi) Espido Freire (venerdì alle 14), che nei loro testi - rispettivamente Caffè Babilonia (Neri Pozza) e Pesche gelate (Voland) - intrecciano storie di vita contemporanea a ricette di cucina. Un omaggio, forse inconsapevole, a quella «oralità» intorno a cui ruotano, in fondo, cibo e linguaggio.