Frammenti da "Queste voci che mi assediano - Scrivere nella lingua dell'Altro" di Assia Djerbar
Il Saggiatore 2004
Immagine: Chema Madoz
...Sono donna algerina, ma piuttosto che alla terra natale dovrei far riferimento alla lingua degli avi e delle ave: “Sono donna arabo-berbera”, e in più di “scrittura francese”.

Dal mio primo romanzo sono trascorsi trent’anni, che in niente hanno modificato l’identità, quando essa è di carta, passaporto, appartenenza al sangue e al suolo.

Eppure, trent’anni dopo, devo constatare che mi presento innanzi tutto come scrittrice, autrice di romanzi, come se l’atto di scrivere, quando è quotidiano, solitario fino all’ascesi, venisse a modificare il peso dell’appartenenza. Perché l’identità non è soltanto di carta, di sangue, ma anche di lingua. E se sembra che la lingua sia, come spesso si dice, “mezzo di comunicazione”, essa è soprattutto per me, scrittrice, “mezzo di trasformazione”, nella misura in cui pratico la scrittura come avventura.....

...Potrei ricordare la situazione di ogni bambino emigrato di oggi, in Europa a in Canada, che va a scuola e a poco a poco prende dimestichezza con la lingua del paese d’accoglienza, la “lingua del fuori”, direi; quel bambino rientra ogni giorno a casa e ritrova quasi sempre la madre, talvolta anche il padre, che parlano nella lingua d'altrove, quella della rottura e della separazione. E in questa lingua che sente la madre, suono dell'origine, cui talora non può rispondere. Come se l'assenza, in quanto assenza in se stesso, lo interpellasse... Perché è stato precipitato troppo presto nella lingua di qui, lingua dell'altro, lingua del fuori e, per intimo contrasto, lingua divenuta quella “del qui e dell'ora”.

Immaginiamo quale precario beccheggio, quale impercettibile squilibrio, quale subdolo rischio, a volte, di vertigine, se non di schizofrenia, s’introduce in questa precoce identità.

Ho voluto raccontare la mia infanzia suddivisa più equamente tra due lingue, poiché la mia scissione interiore ricorda piuttosto la divisione fra il mondo delle donne segregate e il mondo degli uomini, uomini autoctoni nonché stranieri. Ho scoperto allora che, per me, ragazzina nubile che mai sarebbe stata segregata, il francese che per un secolo era stato la lingua dei conquistatori, dei coloni, dei nuovi possidenti, questa lingua si era tramutata per me in lingua del padre.

Il padre mi aveva teso la mano per portarmi a scuola: non sarebbe mai stato il mio futuro carceriere; diventava l'itercessore. Lì cominciava il cambiamento profondo: insegnante di lingua francese, aveva fatto proprio un primo ibrido di cui sarei stata io la beneficiaria: “Dopo oltre un secolo di occupazione francese — da poco conclusa con una mutilazione — tra due popoli, tra due memorie resiste un territorio di lingua; la lingua francese, corpo e voce, mi occupa con un orgoglioso presidio mentre la lingua materna, solo oralità, lacera, a brandelli, non cede e contrattacca, tra due momenti di pausa”.....

...Nel 1975 e 1976, durante i sopralluoghi nella mia tribù materna, riuscii a cogliere un “arabo delle donne”, cosicché l’originaria diglossia (da un lato il dialetto utilizzato familiarmente, dall’altro l’arabo letterario, cui vorrei accostarlo), questa diglossia che direi “verticale”, si trova incrementata da una separazione che mi sembra “orizzontale”, una vera fessura segreta corrispondente alla quotidiana segregazione sessuale.

Si tratta di una “lingua delle donne” di uso parallelo, perlopiù clandestino e occulto, rispetto all’arabo ordinario, quello della comunità (per non dire la “lingua degli uomini”).

Nel mio ascolto di allora, mi misi a scovare alcune di quelle reticenze, di quei ritegni, o di quelle litoti del parlare delle donne, non escluso il riaffiorare, a tratti, della lingua berbera che riappariva spontaneamente nel momenti di forte emozione, quasi come una lingua del rimosso (talora nella colonna sonora del mio film La Nouba des femmes du mont Chenoua)
Immagine: Chema Madoz

Delle circa venti ore di conversazioni registrate sulle montagne della mia infanzia nel corso di quell’estate del 1975, finii per conservare, al termine, cioè al montaggio del film, unicamente cinque sequenze di testimonianze, ognuna della durata di circa tre minuti soltanto!

Di tutto quel materiale sonoro, apparentemente non utilizzato, mi sono nutrita negli anni seguenti: sia per elaborare il finale del romanzo L'amore, la guerra, sia soprattutto per prendere finalmente una coscienza vitale del mio orizzonte di scrittrice!

Questo particolarismo femminile delle mie lingue d’origine (quella che parlo correntemente, il dialetto arabo della mia regione, e il berbero perduto ma non cancellato) è stato come un’antica memoria sonora che riaffiorava dentro di me e intorno a me, che mi ridava forza: voce aspra, così spesso dispensatrice di pena, tristezza, perdita e che tuttavia rendeva presente, al mio orecchio, una tale tenerezza materna, una solidarietà così profonda, che ancor oggi mi impediscono di vacillare.

Immagine: Chema Madoz
....Ho parlato anche di un “alfabeto perduto”, nel mio romanzo Vasta è la prigione: si tratta dell’alfabeto della lingua berbera, la lingua primigenia e pagana, sempre viva, dalle isole Canarie anticamente fino a Siwah, in Egitto; ma questo alfabeto, dal II-III secolo della nostra era fino al XIX secolo, è stato dimenticato, eccetto che dai tuareg.

La seconda parte del romanzo ricostruisce le circostanze del deciframento, avvenuto alla metà del XIX secolo, di questo alfabeto tifinagh, del suo mistero finalmente risolto... Ma tale alfabeto, antico quanto quello etrusco e le rune dell’Europa settentrionale, alfabeto dunque millenario ma supporto di una lingua ancora viva, il “nostro” alfabeto è qui evocato come metafora!

In effetti, fra due lingue sempre si profilano la perdita, l’assenza e talvolta anche l’oblio della perdita (che allora diventa perdita assoluta); dietro due lingue quasi sempre sussiste l’ala di qualcos’altro, segni sospesi, disegni dal significato stravolto, o sfrondati della loro leggibilità:

queste due lingue (per me, 1’arabo, lingua materna, con il suo latte, la sua tenerezza, la sua esuberanza, ma anche la sua diglossia, e il francese, lingua matrigna come l'ho chiamata, o lingua avversa per dire l’avversità), queste due lingue si intrecciano o competono, si fronteggiano o si accoppiano ma sullo sfondo di questa terza: lingua dell’immemorabile memoria berbera, lingua non civilizzata, non padroneggiata, ridivenuta giumenta selvaggia.
Lingua di Giugurta semicancellata talvolta, lingua della notte dei tempi che, separata dal suo alfabeto, se ne va, affrancata da qualsiasi necessità di scrittura... Essa volta le spalle a fra due lingue, scritte ed erudite.

La terza dunque reca il suo tesoro, semi-intaccato, di leggende, racconti, miti, proverbi, una poesia dilapidata, dispersa sempre più nelle sabbie, o nella solitudine, o soprattutto nello sguardo delle donne ancora disprezzate.

MADRELINGUA