| Le quattro lingue della mia sfida all´Islam parla la scrittrice algerina studiavo il corano come nel medio evo L´idioma del nemico e i silenzi dell´harem Si è sempre espressa in francese, ha usato il cinema, ma la sfera affettiva è legata all´arabo e al berbero Esce il suo nuovo libro "Queste voci mi assediano" LEONETTA BENTIVOGLIO Per usare la lingua come un velo? In Queste voci mi assediano adotta spesso questa metafora. Può spiegarla? «Quando si hanno due lingue, la sfera affettiva è radicata in quella materna, che nel mio caso è l´arabo. Ma in francese ho studiato e letto i classici: è stata la lingua della crescita intellettuale e quella in cui potevo cogliere più sfumature, restando tuttavia la lingua degli occupanti. Per questo nei miei primi romanzi il mio io interiore restava lontano, legato a un universo femminile che andava difeso dagli sguardi. Usare il francese come un velo ha significato separare il territorio pubblico dal privato. C´è un´analogia con quanto accadde alle scrittrici europee del diciannovesimo secolo». In che senso? «Era negata loro ogni forma esplicita di autobiografia: non potevano raccontare senza schermi di finzione. La rivendicazione del rischio di esporsi giunse con Virginia Woolf, Elsa Morante, Ingeborg Bachmann, Christa Wolf? Quell´assunzione di rischio ha dato forza alle altre donne, ma ha reso le scrittrici più vulnerabili, in quanto autori, rispetto a quelle del passato». In Queste voci che mi assediano lei definisce il francese come la lingua del padre. «Come ho ricordato nel libro L´amore, la guerra, era mio padre a condurmi a scuola, e fu lui a farmi studiare eccezionalmente a lungo per una femmina algerina. Così sviluppai all´esterno, tramite il francese, una parte maschile di me. Il lato femminile restava in casa, dietro le persiane, accanto a mia madre velata, che non usciva mai». L´arabo non fu lingua di studio? «In Algeria, prima dell´indipendenza, non c´erano scuole arabe, chiuse dai francesi fin dal diciannovesimo secolo. Nel mio villaggio alcune famiglie si unirono per pagare un maestro di Corano. Le sue lezioni occupavano il retro di un negozio di spezie: paludato nella veste tradizionale, ci faceva copiare i versetti e impararli a memoria. E col suo lungo bastone colpiva i bambini che commettevano errori. Ero l´unica femmina ammessa insieme alla figlia del fornaio». Nel libro lei parla anche della sua terza lingua: il berbero. «Era quella che mia nonna parlava con i contadini che lavoravano nelle sue proprietà in montagna. Corrispondeva loro una percentuale, perciò venivano periodicamente a casa nostra per i conti. Mia nonna si occupava anche finanziariamente delle sue terre. Da sempre, nel Corano, la donna sposata ha il diritto di amministrare il suo patrimonio, senza ingerenze del marito. È il solo punto in cui la donna musulmana ha avuto uno status più evoluto rispetto a quello delle donne occidentali». Oltre a scrivere, lei ha realizzato film e documentari. C´è un legame tra scrittura e cinema? «Nel mio lavoro il nesso è stato determinante. Tra il ´75 e il ´77 girai un film, Nouba des Femmes du Mont-Chenoua, che nel ´79 vinse il premio della critica a Venezia. Feci sopralluoghi sulle montagne berbere, nella tribù di mia madre: per raccogliervi storie, in un ritorno alle fonti orali. Venni a contatto con un "arabo delle donne" molto ricco: uno spazio clandestino, alimentato dalla segregazione sessuale e diverso dall´arabo ordinario - la "lingua degli uomini". Un luogo denso di reticenze, ritegni, sfumature segrete e sprazzi di lingua berbera, pronta ad affiorare nei momenti di forte emozione, come una lingua del rimosso. Il mio modo di scrivere è stato nutrito da quel film, assorbendo una sorta di quarta lingua. Da allora in poi il mio francese ha rivelato un´anima araba: a partire dal romanzo Donne d´Algeri nei loro appartamenti, il ritmo è cambiato, diventando più personale. La scrittura si è aperta alla possibilità di trasmettere zone più profonde di me». Perché considera la questione della lingua come il cuore delle tragiche trasformazioni del suo paese? «L´Algeria moderna ha sofferto di fobia verso il multilinguismo, che pure è iscritto da secoli nella nostra cultura. Per paura della sconfinata molteplicità delle forme, ci si è fatti assillare da un monolinguismo pseudoidentitario, rivendicando la lingua come un´armatura. Da Ben Bella in poi, i governi hanno avuto l´ossessione della lingua unica, che avrebbe dovuto essere l´arabo letterario, mentre in Algeria si parlava un arabo dialettale e impuro. Quando Boumediene, il colonnello che depose Ben Bella, parlava in tivù per quattro ore di seguito in arabo letterario, lo capiva il dieci per cento della popolazione. Fui la prima donna, in Algeria, a insegnare storia all´Università. Tre anni dopo l´indipendenza si decise che la mia materia andava insegnata in arabo. Protestai: si può decolonizzare la storia anche in francese, quel che conta è insegnare un metodo e uno spirito critico. Non fui ascoltata e lasciai il paese, senza smettere di viverci e di guardarlo nei miei libri». |
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