La Torre di Babele del Caucaso
Fra i tanti articoli che appaiono sulla stampa di tutto il mondo a proposito del conflitto (concluso? sospeso? ancora in corso?) tra Russia e Georgia, ne ho letto uno particolarmente interessante sull’Herald Tribune di oggi. Un articolo che in apparenza non parla della guerra, ma in realtà aiuta, a mio parere, a comprenderla meglio. Avendo vissuto e lavorato a Mosca per quasi otto anni, ricordavo che il Caucaso è un calderone di popoli, ma non sapevo, o avevo dimenticato, fino a che punto. L’Herald Tribune permette di rinfrescare la memoria.
La lingua georgiana ha come più vicino parente, secondo gli esperti, il basco. La lingua ossetina, viceversa, è simile al farsi. Già questo sarebbe un argomento per spiegare l’incomprensione trai due popoli. In tutto, nella regione si parlano 40 lingue diverse: in nessun altro luogo del mondo c’è una simile diversità linguistica. O meglio, un’area con maggiore diversità linguistica c’è, anzi ce ne sono due: Papua Nuova Guinea e alcune parti della foresta dell’Amazzonia, luoghi in cui la giungla è così fitta che raramente le piccole tribù che li popolano si incontrano l’una con l’altra. Nel Caucaso, le montagne svolgono lo stesso ruolo della giungla, offrendo a minuscoli gruppi etnici un rifugio naturale contro gruppi più numerosi, più potenti o più aggressivi. Generazioni di linguisti provenienti da tutto il mondo perlustrano a piedi le montagne del Caucaso per studiare, conoscere meglio e in qualche caso scoprire lingue come lo svan, l’ubykh, l’udi, lo tsova-tush e il bzyh. Quanto al georgiano, la sua difficoltà è leggendaria, a cominciare dal modo diabolico in cui raggruppa le consonanti senza bisogno di vocali: provate a pronunciare “gvprtskvni”. Nel Medio Evo, si riteneva che le genti fuggite dalla Torre di Babele fossero andate a finire nel Caucaso. Di sicuro, continuano a fare fatica a intendersi.
Enrico Franceschini